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 Dall'Europa

04 Marzo, 2005
È apertissimo il dibattito in Europa sul tema dei servizi di A.Panzeri
In ogni caso nel settore dei servizi di pubblica utilità la legislazione europea, seguita di conserva da quella italiana (la quale, in non pochi casi, è andata peraltro “oltre” le direttive e i requisiti minimi fissati a livello comunitario),

L'editoriale di A. Panzeri . È apertissimo il dibattito in Europa sul tema dei servizi di interesse generale, tra chi ritiene utile una direttiva “orizzontale” e chi invece ritiene che servano indirizzi solo settoriali.

In ogni caso nel settore dei servizi di pubblica utilità la legislazione europea, seguita di conserva da quella italiana (la quale, in non pochi casi, è andata peraltro “oltre” le direttive e i requisiti minimi fissati a livello comunitario), negli ultimi anni, si è indirizzata in modo deciso verso il principio della separazione fra i ruoli di gestione da quelli di controllo.

 Il sistema di governance dei servizi di interesse generale in Italia (ma anche l’Europa non è esente) è stato progressivamente caratterizzato da intromissioni della “politica” nelle procedure e nelle decisioni di carattere tipicamente tecnico ed operativo.

Tale intromissione, alla fine, è purtroppo degenerata, sfociando in palesi violazioni del principio d’imparzialità.

All’interno di tale contesto, il principio di separazione fra gestione e controllo si pone, dunque, come principale presidio dell’azione trasparente ed imparziale dei pubblici poteri.

Attraverso di esso, infatti:

- si dovrebbe spezzare il conflitto di interessi fra controllore e controllato; conflitto particolarmente delicato in tema di politiche tariffarie;

- si dovrebbe garantire la trasparenza e la par condicio in sede di assegnazione competitiva dei vari servizi; assegnazione competitiva che ormai dovrebbe costituire la regola generale in ambito UE;

- si collocano le decisioni di carattere tecnico ed operativo in capo ad organi (si presume) dotati di competenza specifica e, sopratutto, meno esposti ai condizionamenti da parte dei cittadini;

- si collocano i rapporti tra i soggetti erogatori dei vari servizi e i cittadini/utenti nel (paritetico oltre che più snello) ambito del diritto privato, invece di quello del diritto pubblico (caratterizzato invece da una tendenziale soggezione della posizione dell’utente e da un più elevato tasso di burocraticità).

 

Come corollario consequenziale all’attuazione del principio di separazione si prospetta un incremento dell’efficienza generale del sistema dei servizi e, quindi, in ultima analisi, un abbassamento del livello delle tariffe per i singoli utenti.

 

Ora, sotto un profilo teorico, non vi è dubbio che gli effetti positivi appena descritti possano essere conseguenti all’ applicazione del principio di separazione fra regolazione/controllo e gestione dei servizi di pubblica utilità.

Detto ciò, credo però che - come tutte le cose - anche tale principio non debba assurgere a dogma indiscutibile, a regola da applicare in chiave ideologica in tutte le stagioni.

«Concorrenza», «separazione fra gestione e controllo», «liberalizzazioni», «privatizzazioni» sono sempre mezzi, mai fini.

Sono pur sempre visioni della vita in termini eminentemente economici, che non sempre però reggono quando si passa dall’homo economicus alle esigenze dell’uomo in carne ed ossa.

Sulla scorta delle cautele appena espresse, ritornando al principio di separazione non va allora dimenticato che:

- quando si parla di “controllo” di servizi che soddisfano esigenze primarie della popolazione, credo che all’interno di tale nozione debba essere compreso anche il tema della sicurezza degli approvvigionamenti. Se così è, è facile allora capire come - nell’attuale scacchiere geo-politico mondiale - la garanzia degli approvvigionamenti strategici non possa essere assicurata dai governi attraverso il solo ruolo di regolazione, essendo invece sempre più necessario (come i fatti stanno dimostrando) che il “pubblico” disponga direttamente degli strumenti operativi in grado di garantire la sicurezza degli approvvigionamenti;

- la separazione fra regolazione e gestione presuppone un mercato da regolare. Tuttavia - in certi settori, come quelli che ci riguardano - il mercato non può arrivare, non può arrivare a condizioni socialmente accettabili, non può arrivare tout court o, soprattutto, può essere magari utile al singolo consumatore, ma controproducente per gli interessi nazionali nel loro complesso considerati.

In tali situazioni, il paradigma della separazione fra ruoli di regolazione e ruoli di gestione regge molto a fatica.

Se l’approccio è, come scrive l’attuale ministro del tesoro italiano: «il mercato sin dove possibile, il governo quando necessario», e se la necessità è stabilita dalla politica, è chiaro che la netta separazione fra regolazione e gestione diviene uno strumento di governance dei servizi di interesse generale. Ma certamente non l’unico.

A volte, la separazione fra gestione e controllo può portare a risultati antitetici a quelli che vorrebbe prefiggersi.

Ciò avviene quando non è l’attività di regolazione e controllo, bensì la presenza del pubblico nello strumento di gestione che meglio garantisce trasparenza, efficienza ed economicità nell’erogazione del servizio.

A riguardo, si pensi al tema della proprietà e della gestione delle reti.

Come ha perfettamente osservato l’Antitrust italiana: «gli investimenti di potenziamento e manutenzione delle infrastrutture reticolari impongono decisioni che spesso sono troppo estese per essere congruenti con scelte razionali di operatori privati». In tali casi, «il beneficio marginale per il proprietario derivante dalla realizzazione di un chilometro in più di infrastruttura, può essere inferiore al beneficio sociale per la collettività degli utenti proveniente da tale investimento», sicché, «al di là di ogni possibile intervento di regolamentazione, l’interesse di un soggetto esclusivamente privato si rileva il più delle volte incentivo insufficiente a determinare un adeguato livello di capacità infrastrutturale».

L’UE ha già sperimentato - mi riferisco al processo di approvazione della proposta di Costituzione europea - gli esiti di visioni (quantomeno percepite come) esclusivamente basate su canoni tecnocratici ed economici.

Spero che anche in tema di governo, regolazione e gestione dei servizi di preminente interesse collettivo non si commettano i medesimi errori. Anzi. C’è bisogno di una politica europea che indirizzi i propri sforzi per rendere l’Europa più “comprensibile” ai cittadini.

 

Di Antonio Panzeri, deputato europeo

Fonte: http://www.antoniopanzeri.it

        

 

 


       


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