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 Politica

04 Marzo, 2005
Troppo accanimneto normativo sul testamento biologico di P.Mantini
Occorre innanzitutto osservare che, su una materia eticamente così sensibile

Rubrica NEODEM

TROPPO ACCANIMENTO NORMATIVO SUL TESTAMENTO BIOLOGICO

di Pierluigi Mantini

Occorre innanzitutto osservare che, su una materia eticamente così sensibile

come il testamento biologico, che implica delicate valutazioni personali e

di coscienza, Francesco Rutelli, come ogni altro parlamentare, ha tutto il

diritto di presentare emendamenti migliorativi, anche diversi da quelli del

gruppo di appartenenza.

Abbiamo più volte sostenuto la nostra contrarietà al "bipolarismo etico"

essendo ben convinti che, sui delicati temi della bioetica, debba esserci

l'arena del parlamento più che la disciplina di partito, la responsabilità

di interpretare gli standard etici comuni nella società più che l'esclusiva

rappresentanza delle convinzioni di partito, la libertà di coscienza del

parlamentare più che la soggezione all'ordine del segretario.

Appare perciò incomprensibile l'accanimento contro Rutelli che si è

manifestato nel P.D., una forma di intolleranza culturale e politica a meno

che non si voglia affermare un' "etica di partito", che sarebbe cosa assai

grave.

Peraltro anche il merito di questi emendamenti è, su qualche punto, non

privo di logica. Come si può imporre "alimentazione e idratazione nelle fasi

terminali della vita", ad esempio, ad un malato di cancro privo di

coscienza?

Come ha scritto la Società Italiana di Cure Palliative è "incontrovertibile

che, nell'accompagnamento del processo di morte naturale, per evidenti cause

cliniche, il paziente non è più in grado di ricevere acqua e cibo proprio

perché sta morendo".

E così pure la proposta di estendere da tre a cinque anni la validità delle

direttive anticipate di trattamento (D.A.T.) o l'emendamento che ammette,

sia pur eccezionalmente, l'inclusione di idratazione e alimentazione nella

D.A.T.

Ma, a prescindere dal merito degli emendamenti di Rutelli, resta la

complessità della materia e l'eccitazione, spesso strumentale, con cui viene

trattata.

Io resto convinto, con Panebianco e non solo, che sarebbe assai meglio non

fare alcuna legge, lasciando il doloroso tema alla responsabilità di scienza

e coscienza e allo sviluppo delle best practices ossia alla diffusione di un

modello di testamento, come quello realizzato dal Consiglio Nazionale del

Notariato in collaborazione con la Fondazione Veronesi, assai semplice,

gratuito e scaricabile via internet.

Meglio una crescita culturale, nella libertà e nella responsabilità, che una

legge di Stato sul fine-vita.

D'altronde la situazione attuale già realizza un'accettabile compromesso tra

le due tesi dell'autodeterminazione individuale (nelle due accezioni del

rifiuto dell'accanimento terapeutico e del right to die) e

dell'indisponibilità della vita.

E non mi convince la critica di Marco Olivetti, su Avvenire, a questa nostra

tesi che viene sostanziata in tre punti: non possono esserci zone grigie per

il diritto che tende alla completezza del sistema giuridico; c'è il rischio

di lasciare ai giudici, caso per caso, la decisione; il criterio che in

democrazia a decidere è sempre la maggioranza.

 

Nei limiti qui consentiti, vorrei ricordare che il "totalitarismo giuridico"

vale per il contenzioso (divieto del non liquet) ma non certo per i

contenuti del diritto civile e tanto meno dei diritti umani e, comunque,

summum ius summa iniuria; non potrebbe facilmente esserci un nuovo caso

giudiziario Englaro se si affinano i parametri giurisprudenziali e le buone

prassi (d'altronde in Germania e in Inghilterra la legge non c'è); il

principio maggioritario è senza dubbio il cuore della democrazia ma in

materia di moral issues si dovrebbero normare solo i principi comuni,

rispettando uno spazio di libertà, senza occupare tutto lo spazio con

l'etica della maggioranza.

In sostanza, ci vorrebbe meno accanimento legislativo sul testamento

biologico, meno strumentalizzazione politica, un clima sereno, rispettoso

delle opinioni, delle persone, della vita e della morte.

Meglio certo nessuna legge che una cattiva legge, ma questo avrebbe dovuto

essere già chiaro ai molti accaniti sostenitori della terapia normativa e,

ora, referendaria 


       


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