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 Politica

04 Marzo, 2005
Nasce la mega-Iri del mattone, e non solo. Ma la spa è un mostro giuridico
Nessuna polemica politica piuttosto un’analisi giuridica che mancava sulla società di gestione dell’Expo costituita ieri.

Nasce la mega-Iri del mattone, e non solo.

Ma la spa è un mostro giuridico

Nessuna polemica politica piuttosto un’analisi giuridica che mancava sulla società di gestione dell’Expo costituita ieri. «Premesso che siamo tutti favorevoli al successo dell’Expo Milano 2015, ha detto Pierluigi Mantini, avvocato, docente di diritto amministrativo, parlamentare Pd, e segretario II commissione Giustizia della Camera, «e che ci siamo battuti con Prodi, D’Alema per questo evento che è occasione di modernizzazione per la Milano del futuro, e migliorerà la città in termini di efficienza e di coesione territoriale, mi sembra, però, sia mancata l’analisi giuridica». «Stando alla bozza di statuto conosciuta la società che dovrà gestire 1’Expo è un vero mostro giuridico» ha affermato Mantini ieri intervenendo a Milano al convegno di Assimpredil Ance dedicato alle politiche sulla casa.

 

Punto essenziale: l’oggetto sociale stabilito all’articolo 4 dello statuto prevede che la società si occupi in generale della realizzazione, organizzazione e gestione dell’evento Expo Milano 2015. Ma andando nello specifico, ha analizzato Mantini, la lettera b dell’articolo 4 dello statuto stabilisce la competenza della società nella realizzazione quale soggetto «realizzatore», si legge nel documento, «aggiudicatore e stazione appaltante delle opere di preparazione e costruzione del sito nel quale sarà realizzato l’evento; delle opere infrastrutturali di connessione del sito; delle opere riguardanti la ricettività (quali ad esempio investimenti per la realizzazione, ristrutturazione o riconversione di strutture alberghiere, residence, agriturismi, bed and breakfast e camping per ampliare l’offerta di ospitalità) delle opere di natura tecnologica; nonché delle altre opere connesse o comunque utili e opportune ai fini della realizzazione di tale evento, fermo restando le attribuzioni previste dal dpcm Expo a favore di tutti i soggetti diversi dalla società coinvolti nella realizzazione dell’evento».

 

Tuttavia, ed è questo il punto sul quale Mantini invita a riflettere, «la successiva lettera c dell’articolo 4 stabilisce anche la competenza della società a fare progettazione e l’esecuzione delle opere di cui alla precedente lettera b e la stipulazione dei relativi contratti».

 

Inoltre, lo statuto prevede la competenza della società nella gestione delle opere realizzate e delle altre opere, beni e servizi, strumentali alla realizzazione dell’evento. «Orbene» ha sostenuto il parlamentare Pd, «è chiaro che una cosa è l’attività di promozione, regia, e di stazione appaltante delle opere, che potrebbe rientrare nelle necessità e nei compiti e natura di una agenzia pubblica di coordinamento. Ben altra cosa invece è la realizzazione diretta della progettazione e della esecuzione delle opere nonché della gestione finale delle stesse». Cosa vuol dire una tale missione? Secondo una interpretazione giuridica, a rigore, «lo statuto» ha commentato il segretario della II commissione Giustizia della Camera, «lascia aperta l’idea che la società non farà gare pubbliche né per i progetti, né per l’esecuzione dei lavori, e che agirà esclusivamente come soggetto privato commerciale (e infatti tale si dichiara nello statuto) e che addirittura, alla fine, salvo accordi con altri privati, rimarrà anche proprietaria di tutte le opere eseguite e della loro valorizzazione e dei servizi connessi. Altrimenti perché stabilire per statuto il compito di gestione delle opere?».

 

Mai nello statuto si parla di opere pubbliche, parola mai citata; si parla però di finanziamenti interamente pubblici e anche di un controllo contabile che, inopinatamente, viene già affidato, prima ancora della costituzione della società, a un soggetto privato fino al 2011.

 

«Nel migliore dei casi», ha sostenuto Mantini, «siamo in presenza di una mega Iri del mattone, e non solo, su attività che dovrebbero essere tutte di natura imprenditoriale e quindi a gestione privata, previa programmazione e regia pubblica, ma solo programmazione e regia pubblica, non anche realizzazione». «Nella peggiore delle ipotesi», ha continuato il giurista, «ove si volessero utilizzare interamente capitali pubblici, ossia dei cittadini, per fare opere di pubblico interesse ma come se si fosse un privato, non rispettando le norme italiane ed europee sulla concorrenza per lavori servizi e forniture, saremmo in presenza di una maxi violazione dei principi fondamentali del mercato e del diritto europeo, a una vera e propria privatizzazione di funzioni pubbliche. In sostanza, ad un mega illecito, rilevabile agevolmente dagli organi nazionali e comunitari. Persino lo statuto, se non è stato variato, presenterebbe contenuti contrari a norme imperative di legge e non potrebbe essere firmato da un notaio».

 

Mantini se ne intende perché in passato si è occupato in totale solitudine della questione degli Arcimboldi. «Conosco bene la necessità di semplificare le procedure per avere tempi certi e rapidi ma conosco anche la tendenza ad aggirare provincialmente la legge e il mercato presente a Milano e in settori vasti del Paese», ha ricordato, «ho potuto riscontrarla anche nel noto caso del teatro degli Arcimboldi, con opere pubbliche senza gara a scomputo di o neri su cui Milano e l’Italia furono chiaramente condannate dalla Corte europea di giustizia. Non faccio una questione di polemica politica, ma se manca un quadro di certezze qualunque governance sarà difficile. L’Expo non può ridursi a un affare privato». «Qualcuno», ha concluso Mantini, «pensa di agire solo iure privatorum ma è bene che non dimentichi che le Scip (società per le cartolarizzazioni) rispondono al giudice amministrativo e le Stu (società di trasformazione urbana) devono fare gare anche per la scelta del partner».

 


       


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