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04 Marzo, 2005
La riforma Gelmini che c'è e non c'è di Pierluigi Mantini
La legge Gelmini votata dalla Camera davvero non può definirsi una riforma

LA RIFORMA GELMINI CHE C'È E NON C'È

di Pierluigi Mantini

La legge Gelmini votata dalla Camera davvero non può definirsi una riforma

dell'Università. È un provvedimento un po' migliorato dal Senato ed occorre

riconoscere una qualche disponibilità in quella sede all'ascolto

dell'opposizione.

Ma è un testo nel complesso modesto, assai parziale, privo dell'innovazione

necessaria.

L'affermazione della Gelmini che si tratta di un passo in avanti verso la

meritocrazia e il ricambio generazionale è altisonante e sproporzionata,

sostanzialmente infondata.

Il blocco del turn over, che nelle altre amministrazioni è al venti per

cento, è stato portato al cinquanta per cento per favorire i nuovi

ricercatori cui è riservata la quota del sessanta per cento delle

assunzioni.

È un miglioramento ma pur sempre nel quadro di una politica restrittiva

delle assunzioni e delle risorse, in una classifica europea che vede già

l'Italia agli ultimi posti per finanziamento pubblico e privato ed è una

norma che comunque incentiva il precariato in un'università che, secondo

l'ANDU, ha già 50.000 docenti precari.

Si dice che si premia finalmente la qualità ma le misure sono modeste e

indeterminate e consistono in una quota non inferiore al sette per cento del

fondo di finanziamento ordinario per gli atenei che hanno più alte

performance qualitative nell'offerta formativa, nella ricerca scientifica e

nell'efficienza delle sedi didattiche. Soprattutto preoccupa la forte

discrezionalità, in assenza di criteri di valutazione definiti con legge, in

tal modo riservata al governo su quantità e destinatari.

Bene l'istituzione dell'anagrafe nazionale nominativa di professori e

ricercatori e l'obbligo di pubblicità delle attività di ricerca delle

università così come il "rientro dei cervelli" ma le conseguenze per la

"mancata effettuazione di pubblicazioni scientifiche nel biennio" comporta

solo la "diminuzione della metà dello scatto biennale" di carriera. Troppo

poco, a ben vedere, se si vogliono davvero punire i fannulloni e premiare il

merito scientifico.

Resta poi un pasticcio la nuova disciplina dei concorsi che prevede il

doppio criterio dell'elezione di dodici ordinari e del sorteggio, tra gli

eletti, di quattro commissari cui si aggiunge il membro interno designato

dalla facoltà che bandisce il concorso.

Ma in tal modo non si sconfiggono le cordate più o meno baronali e si

complicano di molto le procedure dovendo ricorrere alle discipline affini

ove i numeri non consentano la piena copertura.

Meglio allora, in assenza di riforme più incisive, selezionare direttamente

per sorteggio i commissari, con un criterio più equanime e semplice .

Inoltre nel testo Gelmini permane la sciagurata possibilità di riapertura

dei termini concorsuali, fino al 31 gennaio 2009, per i concorsi già banditi

sulla base delle precedenti norme, sebbene a titoli scientifici invariati.

Ma cosa vuol dire quel "possono", chi si, chi no?

Una questione non chiarita, che provocherà incertezze e possibili

contenziosi, anche se, secondo il principio "ubi lex voluit dixit", dovrebbe

intendersi come una facoltà e non come un obbligo.

Ma ciò che proprio non si può condividere è ciò che non c'è nel decreto e

avrebbe dovuto invece esserci.

La Gelmini ha mostrato coraggio nell'attaccare il dispersivo "federalismo

universitario" all'italiana seppur tacendo sul fatto che esso ha molti padri

ma una madre certa, l'allora ministro Moratti, sia per l'implementazione del

sistema di laurea 3 + 2, che raddoppia confusamente i corsi, che per la

proliferazione delle sedi universitarie che tra il 2000 e il 2005 sono

passate da 70 a 95.

Non si tratta di polemica politica ma del coraggio di affrontare le cose

fino in fondo, coraggio che è mancato.

E per recuperare le risorse necessarie, oltre la razionalizzazione dei costi

inutili e degli sprechi, si dovrebbe passare ad incentivare la vocazione

delle università a stare da protagoniste nei ricchi mercati della consulenza

professionale, non solo come incubatori di imprese, ma come imprese di

servizi culturali esse stesse.

 


       


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