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 Politica

04 Marzo, 2005
Breviario minimo su crisi finanziaria e politica di Pierluigi Mantini
Mentre le borse rimbalzano positivamente per merito dell’Europa più che degli USA, impazzano le letture politiche della crisi finanziaria mondiale.

Breviario minimo su crisi finanziaria e politica

di Pierluigi Mantini

Mentre le borse rimbalzano positivamente per merito dell’Europa più che degli USA, impazzano le letture politiche della crisi finanziaria mondiale.

E’ certamente presto per analisi serie sugli effetti e le prospettive.

Tra minimo e massimo, può trattarsi di un megassestamento, come agli inizi degli anni Novanta, o di un vero sconvolgimento dell’ordine mondiale, perchè la crisi del ’29 non si concluse veramente con il New Deal ma con la guerra.

Però, con il beneficio del dubbio, qualcosa è possibile dire sopratutto da parte di chi è stato sempre critico sul dominio della finanza e sul conformismo del pensiero unico liberista (e non liberale).

Punto primo. “La fiducia è morta. Viva la fiducia!”, ha titolato efficacemente Le Monde qualche giorno fa. Ben detto. Sono morti, potremmo dire, il mito della “fiducia nella fiducia”, l’esaltazione della risk society (anche nella “terza via” di Antony Giddens e di Ulrik Beck), la sostituzione del valore della legge con il contratto e ancora dello stesso principio pacta sunt servanda con la “giuridicità dell’azione” (a prescindere dalle regole), il dominio della finanza sull’economia e sulla società, insomma i materiali essenziali del cd. pensiero unico liberista del recente ventennio.

Ma non si esce da questa concezione continuando a contrapporre stato e mercato che dagli albori, e con la sola parentesi del comunismo, sono la stessa cosa.

Lo slogan vincente per il presente-futuro è “più stato e più mercato” e il ritorno al valore delle “regole del gioco” più che al “gioco delle regole”.

I conflitti di interesse delle società di rating (e non solo) esistono, i titoli tossici pure e molti milioni di persone ne soffriranno. Le certezze sono utili all’economia e alla società.

Punto secondo, Lo Stato nazionale non è morto, si trasforma, è per molti versi insufficiente, ma è vivo.

Il “vuoto americano”, ben descritto da Sergio Romano, non si traduce in un automatico “successo dell’Europa”.

C’è oggi un’opportunità in più per l’Europa, a condizione di saper fare una federazione europea di willing states, per forze armate comuni e un regolatore europeo dei mercati finanziari.

Può essere il momento dell’Europa, ma dell’Europa politica, da fare, e gli Stati nazionali restano degli attori indispensabili in tal senso.

Per questo occorre vigilare, come suggerisce anche la presidente Marcegaglia, affinchè il “federalismo all’italiana” non si traduca in ulteriore disgregazione nazionale e in nuovi centri di spesa e nuove tasse.

Punto terzo. Se le teorie del soft power perdono qualche punto, in favore di “pensieri lunghi” come diritto, stato nazionale, programmazione, responsabilità, ciò non vuol dire giustificare una diffusa presenza del capitale pubblico e della politica nei settori dell’economia a gestione imprenditoriale.

Le troppe società pubbliche o miste locali, gli enti del terzo tipo (fondazioni, fiere, ecc.) dalla governance oscura, la politica che gestisce la sanità, il merito nei concorsi e negli appalti ... C’è un vasto programma liberale, non liberista, su cui è vietato attardarsi.

Punto quarto. La concorrenza deve essere il principio motore ma deve essere regolata in modo sostenibile. Come non hanno senso le barriere iperprotettive nell’agricoltura così non è sostenibile il liberismo che mortifica il capitale umano nelle professioni, tradizionali e nuove, o il favore per le grandi concentrazioni anziché per la piccola e media impresa.

Punto quinto. In tempi di gravi incertezze, si ricercano non solo le sicurezze materiali ma anche quelle immateriali. La politica italiana dovrebbe smetterla con le diatribe tra neoguelfi e neoghibellini e approdare, con un sano e fisiologico pluralismo culturale, in una comune laicità inclusiva dei valori religiosi, che non possono essere relegati solo allo spazio del privato.

Qui mi fermo, in poche righe non si può dire di più e sarebbe presuntuoso indicare dagli eventi in corso un’agenda politica per il futuro.

Ma non mi convince Veltroni quando pretende le scuse della destra su deregulation, Europa e finanza.

 

Questi temi hanno attraversato anche il campo del centrosinistra e la pagella dei buoni e dei cattivi sembra una scorciatoia stile Gelmini.

Vi hanno scritto per tempo Paul Krugman, ora Nobel per l’economia 2008, George Soros, Guido Rossi, Yunus e molti altri.

Dunque occorre correggere la linea e interrogarsi sul perchè la destra italiana appare ancora in vantaggio.

Ed occorre riscrivere la lettera di convocazione della manifestazione del 25 ottobre.

 

Segreteria o n. Pierluigi Mantini

 


       


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