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 Dal Mondo

04 Marzo, 2005
Cuba e Colombia di Fulvio Grimaldi
Il ritiro di Fidel dalle sue cariche per passare a un'altra funzione di analisi e di lotta, quella già anticipata con le numerose "riflessioni" sulle cose di Cuba e del mondo pubblicate nel corso dei diciotto mesi di malattia, ha indubbiamente un effetto

Cuba e Colombia di Fulvio Grimaldi. Il ritiro di Fidel dalle sue cariche per passare a un'altra funzione di analisi e di lotta, quella già anticipata con le numerose "riflessioni" sulle cose di Cuba e del mondo pubblicate nel corso dei diciotto mesi di malattia, ha indubbiamente un effetto profondo sul popolo cubano, come sui sostenitori all'estero di quel popolo e del suo cammino. Per oltre mezzo secolo, Fidel è stato uno dei leader più amati e odiati del '900. Nessuno però ha mai potuto mettere in dubbio, dai giorni della guerra di liberazione sulla Sierra ai decenni si resistenza alle aggressioni e all'embargo Usa, alla pervicace costruzione di una società diversa dal cannibalesco modello liberista-capitalista, l'intelligenza, la coerenza, l'onestà e la profondissima umanità del personaggio. In 600 documentate occasioni la Cia ha tentato di farlo fuori, a Cuba è stata mosso ogni tipo di aggressione, militare, biologica, chimica, terroristica (3000 vittime civili per bombe e attentati eseguiti da agenti della Cia), sono stati lanciati uragani di menzogne e diffamazioni, avidamente e servilmente riprese da una stampa priva di professionalità e dignità, ma niente ha saputo minare l'adesione dei cubani al processo di emancipazione impostato da Fidel e dai suoi compagni, né la fiducia illimitata che nutrono per il loro comandante. Una nazione di 11 milioni di abitanti si è così imposta al rispetto del mondo, ha tenuto in scacco la più grande e aggressiva potenza mondiale, ha sviluppato una forma di democrazia i cui rappresentanti non sono eletti in virtù del loro potere finanziario e propagandistico, ha consolidato diritti umani (sanità, educazione, lavoro, casa, sport) che superano addirittura quelli dei paesi più sviluppati, ha innescato un contagio di liberazione dal colonialismo e dalle dittature delle oligarchie in tutta l'America Latina.

Solo gli sciocchi, i nemici del dubbio, gli integralisti della fede cieca e del panegirico, adorano incondizionatamente ogni aspetto del paese della rivoluzione nazionale e socialista del Che e di Fidel. Solo gli amici veri del percorso cubano e dei suoi soggetti non occultano quello che nell'isola non corrisponde ancora alle grandi aspettative apertesi il 1.gennaio 1959. Sappiamo delle grandiose conquiste, ma non chiudiamo gli occhi sulle cadute, sugli arretramenti, sugli obiettivi mancati. Sappiamo benissimo che Cuba sconta un embargo criminale e genocida, ma non ignoriamo i fenomeni di appesantimento burocratico, di microcorruzione diffusa, i cattivi costumi introdotti dal turismo, voce fondamentale dell'economia cubana, i problemi di classe che nascono della doppia valuta, una per il cubano comune, l'altro per chi può, il ritardo agricolo e nella produzione industriale di base. Tutti fenomeni sui quali Fidel si è espresso ripetutamente e con vigore, lanciando campagne di correzione e di bonifica. Fenomeni che non offuscano, però, la realtà di un modello di paese e di società che ha ispirato milioni di uomini in America Latina e nel mondo, che ha riacceso una fiammella minacciata dall'uragano del degrado capitalista e della protervia imperialista: la fiamma della rivoluzione, cioè della fine dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, dei diritti basilari acquisiti, della protezione dell'ambiente e del progresso ecologico, della sovranità nazionale e dell'autodeterminazione. Rivoluzione che resta la necessità imprescindibile per la sopravvivenza delle specie.

E se gli Usa non continuassero a stringere d'assedio e a tentare con mille forme e mille infiltrati di riportare Cuba alla condizione di casinò e casino de pescecani statunitensi, probabilmente avrebbero soddisfazione anche quei grilli parlanti che, dall'alto della nostra magnifica, trasparente, o nesta e partecipativa democrazia, reclamano un maggiore pluralismo per Cuba e la stigmatizzano perché non è il paradiso terrestre. Renderemo o nore ad uno dei più grandi statisti del nostro tempo, e ce ne avvantaggeremo, seguendone la produzione teorica e giornalistica e, soprattutto, continuando a stare a fianco del suo popolo e, nello specifico, a batterci per la liberazione dei cinque esponenti di questo popolo che da un decennio, scandalosamente, sono rinchiusi illegittimamente in un carcere Usa, solo per aver denunciato alle autorità statunitensi i piani terroristici della mafia cubana di Miami. Di quella Miami nella quale passeggiano, liberi e protetti, terroristi e serial killer confessi del rango di PosadaCarriles e Orlando Bosch.

Saremo all'altezza di quanto i cubani e le forze di liberazione in tutto il mondo si aspettano da noi mantenendo il nostro impegno la dove ci siamo associati per questo scopo. E' anche il modo per dire grazie a Fidel.

Fulvio Grimaldi

 


       


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