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04 Marzo, 2005
"Politica e cultura "di Norberto Bobbio
Continuano gli Incontri di Libertà eguale Milano Lombardia. - Il 20 maggio dalle 18 alle ore 20.30 - presso la Fondazione della Memoria Via Dogana 3 Milano

Continuano gli Incontri di Libertà eguale Milano Lombardia.

Il 20 maggio dalle 18 alle ore 20.30

presso la Fondazione della Memoria Via Dogana 3 Milano

Michele Salvati e Alberto Martinelli presenteranno con Franco Sbarberi, curatore e autore della nuova introduzione, il libro "Politica e cultura "di Norberto Bobbio. Coordina Luciano Fasano. Nella discussione interverranno studiosi e esponenti di associazioni riformiste lombarde e di partiti del centrosinistra. L'elenco completo dei partecipanti lo riceverete con la copia dell'invito che Vi manderò nei prossimi giorni. Vi invio in allegato alcune notizie sul libro, sul curatore della nuova introduzione e la recensione di G. Pasquino pubblicata su la Rivista dei libri. Inviate questo preannuncio dell'iniziativa ai vostri amici! Segnate sulla vostra agenda questo impegno! Grazie e cordiali saluti.

Roberto Vitali

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Pubblicato su The new york rewiew of books - la Rivista dei libri

Bobbio intellettuale militante

Di GIANFRANCO PASQUINO

NORBERTO BOBBIO, Politica e cultura, Torino, Einaudi, pp. 273.

Gli scritti di Norberto Bobbio dimostrano di avere la straordinaria qualità di durare nel tempo. Rimangono, per cosí dire, freschi e continuano a essere illuminanti. Questa loro dote dipende probabilmente da due elementi fondamentali. Il primo elemento è che, anche quando affrontano tematiche che possono sembrare congiunturali, lo fanno in maniera tale da ricondurle alla loro radice strutturale. Fra gli studiosi del pensiero politico, Bobbio, che non è uno storico ma un filosofo analitico, è certamente stato uno dei più colti e dei più abili nell'estrarre la vera sostanza di quanto elaborato dai classici. Il secondo elemento, tutt'altro che marginale, di costante freschezza e di persistente utilità dei suoi scritti, discende dallo stile con il quale i suoi saggi sono redatti: in un italiano apparentemente semplice, eppure ricco, mai retorico, se non in alcune "chiuse", e, allora, deliberatamente, in complicità con il lettore, sempre diretto al punto preciso che deve essere argomentato, spiegato, confutato. È uno stile essenzialmente inimitabile, cosicché la sostanza accompagnata dalla forma rende i suoi scritti in larga misura non superati, in qualche modo dei classici. Eppure, egli non si è mai pensato né come un "classico" né come un "teorico" della politica. Ritengo che siano fuorvianti tutti i tentativi di fare di lui l'autore di una teoria generale della politica: in un certo senso, sono anche tentativi riduttivi del suo pensiero e della sua vasta produzione letteraria. Infatti, nei suoi testi si trovano una possente analisi del diritto, del giusnaturalismo e del giuspositivismo (testi ai quali era molto affezionato: d'altronde, insegnò a lungo filosofia del diritto), una straordinariamente brillante riflessione sulla cultura politica italiana del XX secolo, una eccellente ricognizione del pensiero di "maestri", "amici", "compagni", da lui incontrati, frequentati e, a vario titolo, ammirati. Tuttavia, non c'è, deliberatamente, una teoria generale della politica; al suo posto, sta una visione generale, ampia, articolata, approfondita della politica, della democrazia e dei suoi presupposti.

Ha fatto molto bene la casa editrice Einaudi a ripubblicare, a cinquant'anni dalla sua prima edizione, Politica e cultura, con un'eccellente introduzione di Franco Sbarberi e con l'aggiunta, in appendice, di un testo coevo ai saggi del volume e assolutamente coerente con le problematiche ivi affrontate. Scritto immediatamente dopo la comparsa del famoso Rapporto Chruscëv sui crimini di Stalin, "Ancora dello stalinismo: alcune questioni di teoria" (1956) costituisce la più devastante demolizione del pensiero di Marx e, soprattutto, dei suoi epigoni in materia di Stato; è anche la critica più aspra e dura della loro incapacità non soltanto di prevedere, ma di capire le ragioni della comparsa in Unione Sovietica (e altrove nel mondo comunista) di una tirannia personale. Lucida e stringente, l'analisi che Bobbio fa dello stalinismo è un piccolo gioiello di riflessione storica e concettuale.

I testi raccolti in Politica e cultura furono originariamente scritti come articoli e pubblicati in maniera ravvicinata in varie riviste. Molti dei libri di Bobbio sono nati in questo modo, ma ciascuno di quei libri ha sempre dimostrato una notevole coerenza interna: nessuna ripetizione, nessuna sbavatura, nessuna sovrapposizione né, tantomeno, alcuna contraddizione. All'inizio degli anni Cinquanta, il pensiero politico del filosofo, nelle sue coordinate fondamentali, forgiato e temprato dallo studio dei classici, era giunto a maturazione. Non sarebbe più cambiato, il che non è affatto un segno dell'incapacità dell'autore di rinnovarsi (leggeva moltissimo ed era sempre aggiornato su una pluralità di tematiche e di discipline), quanto, piuttosto, della solidità di quel pensiero e della sua adattabilità. Quando fossero arrivate le nuove sfide, alla democrazia e ai diritti, egli vi avrebbe fatto fronte ricorrendo, anzitutto, proprio ai princípi, ai temi, alle argomentazioni già formulate in Politica e cultura.

Vi sono almeno tre buone ragioni perché la coerenza di Bobbio sia riuscita a dispiegarsi nel corso del tempo. La prima ragione riguarda la rilevanza e la saldezza dei princípi democratici di fondo sui quali egli costruisce le sue analisi. Una volta faticosamente stabiliti dal pensiero politico occidentale grazie a una pluralità di apporti, i princípi democratici, o meglio liberali, e costituzionali hanno acquisito e mantenuto un loro rigore e vigore intrinseco e una loro incomprimibile dinamica propria.

Secondo Bobbio, sono soprattutto Locke, gli illuministi e Kant che plasmano la cultura politica democratica, che stabiliscono come il potere politico debba essere legittimamente conquistato, correttamente esercitato, opportunamente controllato e, se del caso, effettivamente limitato. Incidentalmente, a questo proposito, il problema cruciale del marxismo-leninismo è che contiene una "teoria" per la conquista del potere, ma non fornisce nessuna teoria (tale non può venire considerate la dittatura, comunque, ritenuta temporanea, del proletariato) per l'esercizio del potere.

Anche se, probabilmente, sarebbe interessante esplorarne le ragioni, mi pare che Bobbio tralasci (o sottovaluti), negli anni in cui scriveva – nei quali iniziava la costruzione federale dell'Europa –, l'apporto dei federalisti statunitensi all'elaborazione non soltanto di una cultura politica democratica, ma anche di una prassi e di istituzioni democratiche volte, in special modo, secondo la preoccupazione dominante di James Madison, a evitare la tirannia della maggioranza, dunque, a dividere e a limitare il potere.

Politica e cultura già contiene tutta intera quella difesa delle regole del gioco che, quasi trent'anni dopo, verrà efficacemente riformulata in uno dei best seller di Bobbio: Il futuro della democrazia (1984).1 Senza volervi leggere troppo, vi si trova già anche un'apertura alla socialdemocrazia, in particolare, nei passaggi sui diritti sociali e, ovviamente, sull'eguaglianza, in special modo di opportunità. Anche questo è un tema che il nostro riprenderà in quello che è stato, con sua grandissima sorpresa, un best seller in assoluto: Destra e sinistra (1994),2 dove la sinistra acquisisce i suoi connotati più convincenti e discriminanti proprio con riferimento al perseguimento dell'eguaglianza.

La seconda ragione della coerenza di Bobbio riguarda la scelta degli interlocutori. Sconfitti, negli anni Cinquanta si pensava definitivamente, i fascisti, bisognava dialogare con i più agguerriti fra gli oppositori della democrazia: i comunisti, che forse, almeno in teoria e a parole, volevano una democrazia più avanzata, anche sostanziale, ma su questo il filosofo non si fa illusioni e non fa concessioni. A distanza di cinquant'anni (come, credo, già allora), appaiono risibili le accuse ripetutamente e ossessivamente rivoltegli di essere stato compiacente e cedevole nei confronti dei comunisti. Le pagine di Politica e cultura non contengono neppure il minimo accenno di cedevolezza, di arrendevolezza, di concessione né ai comunisti, intellettuali e politici, né ai regimi comunisti. Non contengono neppure l'illusione che quei regimi potessero cambiare pelle o natura: la fragile e incompiuta teoria politica sulla quale erano fondati Bobbio la considerava irrimediabilmente inadeguata e sbagliata, direi irriformabile. Altra cosa, naturalmente, era l'aspettativa che i comportamenti dei comunisti, in special modo italiani, potessero cambiare. Da parte del filosofo, questo atteggiamento era, però, piuttosto un segno di fiducia nella forza delle regole di un regime democratico (per quanto imperfetto come la democrazia italiana degli anni Cinquanta). Ma le repliche dei due intellettuali comunisti che interloquirono con lui, l'archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli e il filosofo Galvano della Volpe, sono apparse più fuori misura allora, quando i regimi comunisti erano vivi (vegeti, non so), che oggi, dopo che sono stati travolti dalla storia. Allo stesso modo, non persuasive e spesso capziose sono le risposte e le argomentazioni del segretario del Partito comunista italiano, Palmiro Togliatti, che, anche in questo contesto, faceva certamente uso di una modica dose di doppiezza. Per intenderci, alcune affermazioni si possono pronunciare nel dialogo con gli intellettuali, in special modo se, come lo stesso Bobbio, prestigiosi e influenti; altre sono, invece, le affermazioni da riservare alle masse.

Eppure, Bobbio non avrebbe dialogato con i comunisti se non avesse pensato già alla metà degli anni Cinquanta che il comunismo aveva comunque sollevato problemi e formulato domande alle quali i regimi comunisti avevano cercato di dare risposte, per quanto sbagliate e con metodi errati. Questa sua impostazione – risposte comuniste sbagliate a problemi veri sollevati anche, forse in special modo, dai comunisti –, per chi non ne conosceva il pensiero, avrebbe fatto scandalo quando in un articolo su La Stampa, dopo la caduta del muro di Berlino (novembre 1989), ammoní le democrazie e i democratici che, caduto il comunismo, rimanevano inesorabilmente in piedi i problemi sollevati dai comunisti. La storia non era affatto finita e se Francis Fukuyama3 riteneva che le democrazie liberali avevano finalmente ottenuto tutto lo spazio necessario per soddisfare i meriti degli individui, Bobbio pensava che le democrazie dovessero finalmente rispondere delle loro promesse non mantenute.

La terza ragione della coerenza degli scritti e del pensiero politico di Norberto Bobbio riguarda quella che non è tanto un'analisi del ruolo degli intellettuali quanto, piuttosto, la sua personale interpretazione di quello che deve fare un intellettuale per meritarsi la qualifica e per esercitare con autorevolezza quel compito che, piccolo o grande che sia, gli viene attribuito nelle diverse società. Secondo lui, l'intellettuale non può collocarsi "di qua e di là" (oggi, definiremmo questo tipo di intellettuale: "cerchiobottista"); non deve deliberatamente mettersi "di qua o di là" (il cosiddetto intellettuale organico di lunga, ma oramai definitivamente screditata, traiettoria); infine, deve anche evitare di mettersi al di sopra della mischia (l'intellettuale altezzoso salito nella torre d'avorio). Nessuno dei tre tipi di intellettuali convince Bobbio che, al contrario, li critica severamente. Il tipo di intellettuale da lui preferito è l'intellettuale "militante", aggettivo che attribuisce positivamente a Carlo Cattaneo (sulla cui opera scrisse alcuni memorabili contributi). A questo punto, il problema consiste nel capire correttamente che cosa vuol dire "militante". Certamente significa impegnato (non, però, nell'accezione partigiana di engagé alla francese, troppo spesso riferita a un impegno esclusivo a sinistra, a favore, allora, essenzialmente del PCF), forse anche appassionato. Per Bobbio, impegno e passione non sarebbero sicuramente stati aspetti negativi dell'attività intellettuale. D'altronde, "politica della cultura" si riferisce proprio a quel tipo di politica, nutrita e formata dalle idee, dalle riflessioni, dai dubbi, dalle critiche, praticata da Bobbio per scelta e per vocazione. In effetti, è la sola politica che egli considera adeguata a chi per professione fa/è intellettuale.

A questo proposito, probabilmente, è opportuno ricorrere a una distinzione cruciale fra due modi di esercitare la "politica della cultura". Il primo modo utilizza la cultura come ho accennato sopra: in maniera partigiana, a favore di una parte, di un particolarismo, di un partito. Certo, ma non voglio esagerare: se quel partito fosse stato il Partito d'azione con tutte le sue idee e i suoi ideali, che erano nazionali e sovranazionali, patriottici e cosmopolitici, di eguaglianza e di giustizia sociale, allora neppure l'intellettuale partigiano, purché in questo contesto, sarebbe venuto indirettamente meno al suo compito. Avrebbe infatti elaborato idee e formulato critiche a favore di una visione che andava molto oltre l'orizzonte di un solo partito (riconosco, però, che il problema che sollevo è complessissimo e che la soluzione è assolutamente controversa). Il secondo modo di fare "politica della cultura" consiste, invece, nel formulare una politica che faccia affidamento sulla cultura in chiave sistemica. Proposte e critiche, dubbi e soluzioni debbono riguardare il sistema politico nel suo insieme, investirlo con una visione di trasformazione, di miglioramento, di perfezionamento basata su una certa idea di democrazia. È l'idea di una democrazia liberale, costituita di freni e contrappesi, di limitazioni del potere, di libertà negative e libertà positive (concetti che hanno fatto la fortuna di Isaiah Berlin, ma che Bobbio ha elaborato indipendentemente dal famoso filosofo politico inglese e, forse, persino temporalmente prima di lui).

Chi si avvicina oggi per la prima volta ai saggi di Politica e cultura rimarrà, probabilmente, sorpreso dal livello del dibattito culturale e politico che l'autore riuscí a stimolare e a sviluppare. La sorpresa crescerà vedendo che a quel dibattito partecipò anche il segretario del Partito comunista Palmiro Togliatti, negli anni in cui i democristiani, per bocca del ministro degli Interni Mario Scelba, parlavano degli intellettuali come di "culturame". Naturalmente, educato dalla lezione di Gramsci, Togliatti cercava attraverso il dibattito con Bobbio, consenso e legittimazione, mirando a un'egemonia culturale che precedesse e costruisse un'egemonia politica. Sappiamo che le idee liberal-democratiche di Bobbio si sono rivelate molto più efficaci e resistenti persino del marxismo gramsciano. Tuttavia, ed è questa la seconda domanda che mi sono posto, abbiamo ancora bisogno di quelle idee e di quelle riflessioni liberal-democratiche adesso che le democrazie liberali hanno trionfato e che non esiste nessuna formula legittimante il potere politico migliore di quella liberal-costituzionale e della rule of law? Qualcuno potrebbe sostenere che, a partire dalla fine degli anni Cinquanta, dopo, quindi, la pubblicazione di Politica e cultura, abbiamo assistito non soltanto alla fine delle ideologie, brillantemente dichiarata, forse con qualche nostalgia, da Daniel Bell,4 ma anche alla fine delle idee democratiche, intesa, con l'eccezione delle importanti analisi di Giovanni Sartori,5 come incapacità di elaborazione di una teoria democratica originale.

Oserei dire – sicuro che, se glielo avessi fatto rilevare, Bobbio ne avrebbe sorriso – che, da un lato, è stato molto più facile discutere con i comunisti (italiani, notoriamente quelli francesi erano troppo imbevuti di stalinismo) che, a esempio, con i fondamentalisti (che preferisco chiamare "fanatici religiosi") e con i multiculturalisti comunitari; dall'altro, incredibilmente, un dibattito pubblico, come quello che ruotò intorno a Politica e cultura, risultò molto più vivace e coinvolgente, per un'opinione pubblica di dimensioni più ridotte ma sinceramente più attenta e interessata, rispetto ai frammentati, rumorosi, livorosi dibattiti di carta odierni, i cui effetti durano, giustamente, lo spazio di un mattino (o di un talk show televisivo). Mancano gli interlocutori politici, certamente, e da tempo. Si pensi che, quasi trent'anni dopo la pubblicazione di Politica e cultura, quando Bobbio criticò, in un articolo pubblicato su La Stampa con il titolo "La democrazia dell'applauso", in totale coerenza e osservanza dei princípi liberal-democratici, l'acclamazione con la quale il Congresso socialista riconfermò Bettino Craxi alla segreteria del partito, ricevette come risposta l'epiteto di «filosofo che ha perso il senno». Altrettanto certamente mancano oggi gli intellettuali con il prestigio e con le capacità di imporre e di sostenere un pubblico confronto sui temi alti della politica, dell'etica, della democrazia nel XXI secolo. Troppi "intellettuali" che vanno per la maggiore commentano la politica come se fosse un cabaret e, di democrazia, non soltanto hanno appena sentito parlare, ma non ne hanno letto neppure uno dei testi fondanti. Allora, con molta nostalgia per tempi che sembravano aprire grandi opportunità, e con molta riconoscenza intellettuale e morale per Norberto Bobbio, per la sua straordinaria opera di sincerità e autenticità, salutiamo con soddisfazione la ristampa di Politica e cultura. Cinquant'anni fa la sua pubblicazione costituí un avvenimento importante; la sua ristampa potrebbe, inaspettatamente, produrre ancora buoni frutti.

1 . N. Bobbio, Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi, 1984.

2 . Id., Destra e sinistra: ragioni e significati di una distinzione politica, Roma, Donzelli, 1994.

3 . F. Fukuyama, La fine della storia e l'ultimo uomo, Milano, Rizzoli, 1992 (ed. orig. idem).

4 . D. Bell, La fine delle ideologie e il declino delle idee politiche dagli anni Cinquanta a oggi, Milano, SugarCo, 1991 (ed. orig. 1960),

5 . G. Sartori, Democrazia e definizioni, Bologna, Il Mulino, 1957; Id.,The Theory of Democracy Revisited, Chatam, Chatam House, 1987; Id., Democrazia cosa è?, Milano, Rizzoli, 1992.

 

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GIANFRANCO PASQUINO laureatosi con Norberto Bobbio e specializzatosi con Giovanni Sartori, è professore di Scienza politica nell'Università di Bologna. Insegna anche al Bologna Center della Johns Hopkins University. Autore di numerosi volumi, di recente ha scritto Sistemi politici comparati (Bononia University Press 20042) e curato (con D. Campus), Maestri della scienza politica e La scienza politica di Giovanni Sartori, entrambi Il Mulino 2004 e 2005.

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Franco Sbarberi

Insegna Storia delle dottrine politiche alla facoltà di Scienze politiche dell’Università di Sassari. I suoi principali campi di ricerca sono i seguenti: a) teorie dello stato e della democrazia nel pensiero marxista; b) l’idea di eguaglianza e di progresso nella cultura politica francese tra Settecento e Ottocento; c) conflitto e integrazione nel pensiero politico del Novecento; d) valori e prospettive teoriche del liberalismo sociale contemporaneo.

Su temi e autori oggetto dell’indagine in corso si possono ricordare i seguenti studi:

Gentile politico: un mistico dell’onnipotenza dello stato, in Studi politici in o nore di L. Firpo, a cura di S. Rota Ghibaudi e F. Barcia, III, Angeli, Milano, 1990, pp. 825-50;

L’uguaglianza dei moderni, "Il Pensiero politico", n. 1, 1990, pp 52-77;

Politica della cittadinanza e politica della differenza, in AA.VV., Unità dello Stato e pluralità degli ordinamenti, Edizioni di iniziative culturali, Sassari,1994, pp. 59-86;

La dimensione etica del progresso, in AA.VV., Alla ricerca della politica, a cura di A. d’Orsi, Bollati Boringhieri, Torino, 1995, pp. 168-96;

L’utopia della libertà eguale. Il liberalismo sociale da Rosselli a Bobbio, Bollati Boringhieri, Torino, 1999.

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Norberto Bobbio

Politica e cultura

A cura di

Franco Sbarberi

Per il messaggio di tolleranza, per la ricchezza argomentativa, per l'acuta percezione dei dilemmi del secondo Novecento Politica e cultura è ancora oggi un «testo esemplare di filosofia civile». «Se tutto il mondo fosse diviso, esattamente, in rossi e neri, mettendomi dalla parte dei neri sarei nemico dei rossi, mettendomi dalla parte dei rossi sarei nemico dei neri. Non potrei stare in alcun modo al di fuori degli uni e degli altri, perché - questa è l'ipotesi - essi occupano tutto il territorio ... E, quando quell'ipotesi si avvera, il mestiere dell'intellettuale, che rifugge o dovrebbe rifuggire dalle alternative troppo nette, diventa difficile». Cosí scriveva Norberto Bobbio nel 1955, data della prima pubblicazione di questo volume.

Eppure, come illustra Franco Sbarberi nella sua ampia introduzione storico-filosofica alla presente nuova edizione, proprio negli anni Cinquanta, dominati da un'esasperata tensione politica e dalla guerra fredda, quella difficoltà fu affrontata da Bobbio all'insegna del dialogo. Ovvero di un colloquio pacato e razionalissimo con interlocutori diversi - a volte in forte contrasto con il filosofo - sul complesso statuto della persona umana, sulle forme plurali della libertà, sull'impegno militante dell'intellettuale. Per il messaggio di tolleranza, per la ricchezza argomentativa, per l'acuta percezione dei dilemmi del secondo Novecento Politica e cultura è ancora oggi un «testo esemplare di filosofia civile».

 


       


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