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 Welfare

04 Marzo, 2005
Convegno: Io, Noi - riflessioni sul volontariato come risorsa educativa
23 aprile 2005 - ore 9,30 - Auditorium - Centro Congressi della Provincia di Milano - Via Corridoni, 16 - Milano - Organizzano: Bambini in Romania e Comunità Nuova

DURATA: dalle ore 09.30 alle ore 15.30, coffee-break alle ore 11.00 e pausa pranzo dalle 12.30 alle 13.30.

www.bambiniinromania.it

Associazione Bambini in Romania o nLUS

Via Cavalcabò, 10

20146 MILANO

tel/fax 0248011956

e-mail:sede@bambiniinromania.it

www.bambiniinromania.it

Banca Popolare di Milano - MI

c/c 19100 ABI 5584 CAB 1627

 

Volontariato, ma in che senso?

La vita delle associazioni - locali, nazionali o internazionali – riceve buona parte delle proprie energie dal volontariato. E’ una constatazione ovvia, e proprio nella sua ovvietà possiamo individuare il pericolo maggiore. L’aura di ammirazione che circonda le volontarie e i volontari sembra essere il maggiore – e spesso l’unico – riconoscimento che offriamo loro, a parte una breve formazione pratica, a seconda del compito che devono svolgere. E’ proprio su quest’ultimo aspetto che vorrei puntare l’attenzione: siamo sicuri che la formazione dedicata al volontariato sia sufficiente? Io credo di no, principalmente per due motivi: in primo luogo, alla radice del volontariato non c’è una vaga generosità ma una tensione etica; in secondo luogo, il volontariato non è una semplice prestazione gratuita di servizi, ma è, soprattutto, un impegnativo intreccio di relazioni con gli altri. Relazioni autentiche e consapevoli. Per questi motivi fare volontariato significa anche fare esperienza di sé e degli altri.

In che cosa consiste la tensione etica che soggiace al volontariato? Innanzi tutto, credo, nei sentimenti di giustizia, di eguaglianza e di responsabilità. Li chiamo sentimenti perché credo che si manifestino in una forma quasi pre-razionale, un sorta di impulso a reagire di fronte all’evidente ingiustizia che distingue la vita di molte persone rese diseguali a causa della loro condizione, ma non per questo diverse da noi. Noi, appunto, che dovremmo sentirci responsabili l’uno dell’altro, se pretendiamo di vivere in una comunità umana. Quel senso di responsabilità che non proviene da un ragionamento ma da un progetto condiviso con gli altri. Quel progetto che Caino tentò di negare attraverso una domanda che implicava un ragionamento: «Sono forse io il custode di mio fratello?».

Responsabili l’uno dell’altro, dunque. Ma ‘l’uno dell’altro’ chiama in causa la relazione. Se il volontariato si limita a fare qualcosa per gli altri, tenderà sempre di più ad instaurare una relazione univoca, caratterizzata da quella generosità, di cui parlavo prima, che si rivela una semplice cessione di beni per riequilibrare la ‘fatale’ sperequazione della società contemporanea. Non può essere solo questo. Il volontariato deve fare qualcosa con gli altri, ponendo al centro della propria opera la relazione autentica, quella che sa partire dalla concordia ma non nega il conflitto, anzi, lo affronta come risorsa per rendere la relazione più chiara e più solida.

Per tutti questi motivi, credo si debba ridefinire il senso della formazione rivolta al volontariato. Dobbiamo aspirare ad una formazione che, mettendo al centro la persona nella sua interezza, riesca a mettere in rilievo la dimensione etica, la capacità di condurre relazioni consapevoli, il rispetto dell’altro come titolare di diritti e non semplicemente bisognoso di aiuto. Io credo che il volontariato dovrebbe diventare un elemento costante della nostra formazione e non una semplice parentesi dall’egoismo al quale la società sembra costringerci. Non si può, allora, immaginare che il volontariato entri nelle scuole e diventi una parte importante dell’educazione dei giovani, tra quei giovani che, ancor prima di prepararsi al mondo del lavoro, devono diventare cittadini consapevoli e membri a pieno titolo della comunità?

Don Gino Rigoldi

 

Il Convegno -- in sintesi i temi che verranno posti al centro della discussione

 

Il senso di giustizia: perché reagire?

Uno stato di abbandono e di bisogno è, prima di tutto, una situazione di ingiustizia. Tra le motivazioni che ci spingono a reagire, dunque, ci deve essere una spinta etica legata al senso di giustizia e di eguaglianza. Una giustizia che non è certo limitata al rispetto delle leggi scritte, ma trae la propria origine da quei principi, religiosi o laici, che trascendono le differenze di cultura, di condizione economica e sociale, di età o di genere. Ci sono dei diritti universali dell’uomo che, se non rispettati, generano sofferenza: a ciò dobbiamo rispondere con la giustizia prima che con l’assistenza, con il rispetto prima che con l’aiuto.

RELATORE: Don Gino Rigoldi, Presidente di Associazione Bambini in Romania e di Comunità Nuova

 

Il senso di responsabilità: perché proprio io?

Sentirsi chiamati in causa non è una vocazione, è il riconoscimento della propria responsabilità. La comunità umana non può esistere se non nella reciproca assunzione di responsabilità, nella consapevolezza che il legame tra uomini si intesse grazie al riconoscimento reciproco. La propria disponibilità per gli altri non è dunque una concessione o, addirittura, un sacrificio, ma diventa l’affermazione del proprio ruolo all’interno della comunità.

RELATORE: Dott. Gherardo Colombo, Sostituto Procuratore della Repubblica

 

La relazione: che cosa devo fare?

Quando il volontariato è rivolto alle altre persone, ogni intervento deve partire dalla relazione, da una buona relazione, perché prima di fare qualcosa per qualcuno, dobbiamo starci insieme. La relazione non è una disposizione naturale, è una scelta che comporta una disciplina interiore volta a renderci capaci di stabilire relazioni autentiche con l’altro. Un intervento sociale non si limita a fare qualcosa per gli altri, ma a fare qualcosa con gli altri, avendo imparato a gestire e a valorizzare anche i conflitti per rendere la relazione più chiara e più solida.

RELATORE: Prof. Guido Martinotti, Ordinario di Sociologia Urbana e Pro-Rettore dell’Università degli Studi 2 di Milano

 

La formazione: come lo devo fare?

Se al centro di ogni intervento sociale mettiamo la persona nella sua interezza, allora dobbiamo farlo anche durante la formazione dei volontari. La loro formazione deve fornire istruzioni sui compiti da svolgere, certo, ma non deve avere l’obiettivo di produrre tecnici dell’assistenza. Deve, invece, fornire riflessioni e strumenti per prepararci ad un’esperienza i cui frutti dovranno permanere ben oltre la situazione concreta nella quale ci siamo offerti di agire: la formazione, insomma, non prepara a svolgere un ruolo per un mese all’anno, ma deve arricchire l’orizzonte etico e la consapevolezza delle persone. Per tutta la vita.

RELATORE: Prof.ssa Anna Cossetta, Docente Economia dello Sviluppo alla Facoltà di Lingue e Letteratura Straniere Università di Genova e Responsabile Emergenze Internazionali Caritas di Genova

 

Il volontariato: una materia di insegnamento?

Se il volontariato esprimere una dimensione etica che rinnova il senso della vita sociale e promuove la relazione come centrale nella formazione delle persone, allora dobbiamo porci una questione ineludibile: come può entrare nel mondo della scuola, tra i giovani che, ancor prima di prepararsi al mondo del lavoro, devono diventare cittadini consapevoli?

RELATORE: Dott. Mario Dutto, Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico per la Lombardia

***

Nel corso del convegno è previsto un intervento di Filippo Penati, Presidente della Provincia di Milano.

 


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