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 Economia

04 Marzo, 2005
Legge 30
Il 24 ottobre i collaboratori «festeggiano» due anni di precarietà

Giorgia Ariosto / L’Unità
Nessuna prospettiva, nessuna stabilità economica, continuano ad essere precari e lo devono alla legge 30. Ma buon compleanno collaboratori. La legge Biagi compie infatti due anni il 24 ottobre e ha mancato in pieno i suoi obiettivi: aveva promesso di far emergere i falsi lavoratori autonomi, aveva garantito contratti stabili, lotta agli abusi e maggiori tutele e ha invece prodotto nuove forme di contratto atipico e gli stessi problemi. Così gli oltre 2,5 milioni di precari tra co.co.pro, collaboratori occasionali, collaboratori con partita iva, assunti con contratto di somministrazione (ex interinali per capirci) e associati in partecipazione, festeggeranno la loro precarietà nella prima giornata di mobilitazione promossa da Nidil-Cgil, dall’Arci e dall’Ucca (unione circoli cinematografici Arci).

Ed è un bilancio drammatico quello tracciato dalla ricerca Ires-Cgil sugli effetti della riforma del mercato del lavoro nel passaggio dalle collaborazioni coordinate e continuative al lavoro a progetto. Ma «un bilancio forse è meglio non farlo» denuncia senza mezzi termini Fulvio Fammoni , segretario nazionale Cgil, perché quello che serve «è discutere una nuova legge». Oggi in Italia quasi la metà dei collaboratori coordinati e continuativi è un lavoratore a progetto (co.co.pro), il 23% è rimasto un co.co.co, ben il 6% è stato costretto ad aprire la partita iva, mentre il 7% ha preferito la clandestinità, andando ad ingrossare le fila del lavoro nero che soprattutto al Sud è diventato un fenomeno dilagante. E a conoscere una forma di stabilità, dovuta più à agli effetti della normale evoluzione del loro rapporto di lavoro che alla legge 30 , sono solo il 12,5% di cui la metà ha un contratto a tempo determinato. Eppure il governo e il ministro di questa legge «ne hanno fatto un fiore all’occhiello ma adesso devono chiedere scusa» tuona Agostino Megale, presidente di Ires Cgil. E lo devono chiedere a tutti quei trentenni, di buona istruzione, che svolgono professione così dette intellettuali o tecniche , la metà dei quali lavora più di 38 ore a settimana, e non riesce a guadagnare neanche 1000 euro al mese (46%) mentre poco meno di un quarto guadagna meno di 800 euro lorde.

«Chiedono stabilità, chiedono tutele, chiedono di non esser lasciati in balia del futuro, di avere un percorso contributivo e maggiori garanzie» denuncia Giovanna Altieri, direttore Ires Cgil. E il 50% di loro non può permettersi di costruirselo un futuro, «non sono disposti a versare contributi perché non se lo possono permettere» spiega Fammoni. Ma non si possono permettere neanche di costruirsi una famiglia. Cresce infatti l’età media dei precari e la stragrande maggioranza non ha figli. E come potrebbe. Soprattutto le donne per le quali la scelta della maternità non può che essere critica in assenza di supporti e di un sistema di garanzie. Non a caso alla soglia dei 40 anni soltanto il 40% delle collaboratrici ha figli.

Da festeggiare dunque c'è ben poco se non promesse disattese e tanta insoddisfazione. E i meno soddisfatti sono proprio i lavoratori a progetto e i co.co.co del pubblico impiego, quelli a cui avevano assicurato il cambiamento, “giovani adulti precari” che si ritrovano con i problemi di sempre e qualche paura in più visto che i loro contratti nel’85% dei casi non arriva ad 1 anno e le loro prospettive continuano ad essere nulle.

Ma lunedì in 150 città italiane sarà la giornata di protesta nazionale contro il lavoro senza diritti e tutele e nel corso della mobilitazione sarà proiettato gratuitamente il film «Il Vangelo secondo Precario» il primo lungometraggio prodotto dal basso, ideato, girato e montato in maniera assolutamente indipendente da vincoli di contenuto. Un altro modo per dire no.

 


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