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 Dal Mondo

04 Marzo, 2005
Storie americane dal sito dei Lombardi nel Mondo
Gesuiti e l'architettura coloniale/IIGiovanbattista Primoli nacque a Milano ...

Gesuiti e l'architettura coloniale/IIGiovanbattista Primoli nacque a Milano
nel 1673 e arrivò nel Rio della Plata agli inizi del 1718 assieme ad alcuni
confratelli, tra cui l'architetto Giovanni Andrea Bianchi e il musicista
pratese Domenico Zipoli. I due architetti, dal momento dello sbarco,
iniziarono una stretta collaborazione artistica, collaborazione, che venne
segnalata, anche nelle lettere spedite in Italia dai padri gesuiti Gervasoni
e Cattaneo , recatisi nelle missioni americane alcuni anni dopo .
I due architetti lavorarono per circa 25 anni in Argentina, ed oggi, sono
loro attribuiti le realizzazioni di almeno 20 monumenti, tra chiese,
conventi, chiostri ed edifici pubblici. Si tratta di un elevato numero di
opere, che secondo molti storici dell'arte rappresentò il meglio della
produzione gesuitica del tempo, segnando contemporaneamente l'inizio
"ufficiale" della storia dell'architettura argentina. Giovanni Andrea
Bianchi, che nei territori spagnoli trasformò il suo nome in Andrès Blanqui,
rappresentò la "punta di diamante" di questa attività architettonica.
Nato a Campione d'Italia il 24 novembre 1675 , Andrea Bianchi visse sempre,
eccetto brevi soggiorni nelle missioni, tra le città di Buenos Aires e
Cordoba, dove diresse la costruzione e il completamento di molti edifici
religiosi e pubblici. Giovanbattista Primoli invece fu inviato nel 1730 nei
territori delle missioni perché le Riduzioni mancavano di un architetto.
In Italia, Bianchi, aveva probabilmente già lavorato come architetto,
presentando un progetto al concorso per la realizzazione della nuova
facciata della chiesa di San Giovanni in Laterano . Il progetto non fu
approvato, ma la sua partecipazione alla gara indica che si trattava di un
architetto già conosciuto nell'ambiente della "città eterna". Nel periodo
romano fu allievo di una scuola di architettura frequentata anche a Joseph
E. Fisher Von Erlach, James Gibbs e Nicodemus Tessin che saranno tra coloro
che diffusero il gusto italiano nelle città di Vienna, Londra e Stoccolma .
Forse rammaricato per l'esclusione del suo progetto o forse perché invitato
dai superiori, nel 1718 Bianchi si imbarcò per l'America e, appena sbarcato
a Buenos Aires, trovò immediatamente lavoro con la realizzazione della sua
prima chiesa sul suolo americano: quella di Sant'Ignazio.
La chiesa a cui Bianchi lavorò, era già stata iniziata 6 anni prima dal
confratello Juan Kraus. Il luogo dove si costruiva la chiesa era stato
acquistato dai gesuiti nel 1661,e veniva chiamato "Manzana de las Luces" .
Padre Sepp, parlando dei lavori nella chiesa diceva: "Los arquitectos son
jesuitas y los operarios nuestros que fueron mandados de las reducciones
para Buenos Aires" .
Alla morte dell'architetto tedesco, avvenuta due anni dopo l'inizio dei
lavori, l'edificazione della chiesa subì una battuta d'arresto e la sua
costruzione fu portata avanti tra mille difficoltà e lungaggini da un altro
tedesco, confratello del defunto: Juan Wolff.
Con l'arrivo del Bianchi e del Primoli, l'opera di costruzione iniziò a
procedere più speditamente, tanto che in una lettera del 1729 che padre
Gervasoni scrive da Buenos Aires, si legge come fosse già stato terminato il
chiostro del collegio, di come si stesse per completare la copertura della
chiesa e di come Padre Primoli stesse lavorando alla facciata della stessa .
Il progetto italiano ristrutturò e modificò molte parti della precedente
chiesa, risparmiando soltanto uno dei vecchi campanili che ancora oggi si
possono vedere sulla facciata della chiesa.
La chiesa fu consacrata nel 1733, anche se i due architetti non portarono a
termine i lavori, perché alla fine della seconda decade del ´700 si
spostarono nella città di Còrdoba e nei territori delle missioni.
Fino a quella data però sia il Bianchi che il Primoli rimasero a Buenos
Aires, lavorando, oltre che alla chiesa di San Ignazio, anche in altre
chiese come quella del Pilar, dei frati mercedari e di San Francesco. Sul
finire del loro periodo bonaerense è da collocarsi anche la realizzazione
della facciata della cattedrale metropolitana (1725-1727) e del Cabildo
della città.
La facciata della cattedrale realizzata dai due gesuiti in stile
manieristico italiano fu però demolita nel 1778 . I problemi finanziari e il
clima politico di quegli anni resero difficile il completamento della
cattedrale, che solo nel 1826, trovò la definitiva sistemazione della
facciata, per opera dell'architetto francese Pierre Benoit, che la realizzò
ispirandosi al "Palais Bourbon" di Parigi, nascondendo la chiesa dietro un
portico a dodici colonne con capitelli corinzi , in stile neoclassico .
Il Cabildo, che si trova ancora oggi alla destra della cattedrale in Plaza
de Mayo  era tra gli edifici civili più importanti della città, vi risiedeva
infatti l'autorità cittadina.
La sua costruzione fu iniziata da Giovanbattista Primoli nel 1719, mentre la
realizzazione del corpo centrale fu realizzata dal Bianchi. Furono stanziati
per quel tempo 60.000 pesos. Il progetto prevedeva un edificio a due piani,
che aveva ai lati del corpo centrale, due colonnati, uno inferiore ed uno
superiore di cinque volte ciascuna. La simmetria dell'edificio era
assicurata dalla torre centrale che fu terminata solo nel 1766. Alla sommità
della torre, sotto la cella campanaria fu posto nel 1763 il primo l'orologio
della città.
Alberto Nicolini nella sua storia dell'arte Argentina, analizzando le opere
del Bianchi, individua alcuni tratti comuni a tutte le sue realizzazioni.
Riprendendo infatti il tema delle facciate della chiesa del Pilar, di quella
di Santa Catilina, del Cabildo e della cattedrale di Còrdoba, egli evidenzia
come le quattro facciate portino impresso lo stesso disegno, lo stesso
stile, fatto di semicolonne accoppiate che delimitano lo spazio centrale, e
di frontoni, ripresi dal modello classico greco. L'immagine di solidità
della facciata viene data dai grossi cubi in pietra che stanno alla base
delle semicolonne e che sembrano "trattenere" la chiesa al suolo.
Esempio classico dell'architettura del Bianchi è la chiesa del Pilar a cui
partecipò, in una sorta di continua collaborazione anche lo stesso Primoli.
La chiesa del Pilar fu commissionata ai due architetti dai frati "recoletos"
di Buenos Aires. I religiosi dell'ordine di San Francesco, avevano stabilito
la loro dimora fuori dal reticolo urbano tracciato nel 1580 da Juan de Garay
per la suddivisione della città.
Oggi la chiesa del Pilar è all'interno del quartiere della Recoleta, ma
quando nel 1716 iniziarono i lavori per la chiesa, questa si trovava
abbondantemente fuori del perimetro cittadino e ruotata di 45 gradi rispetto
al piano urbano. Ad uno sguardo d'insieme della chiesa si notano
immediatamente tre importanti particolari, che rendono la chiesa unica nel
suo genere; il campanile, profondamente diverso da quello delle chiese
barocche di San Ignazio e della cattedrale di Còrdoba, chiuso da una piccola
cupola a forma di campana interamente ricoperta di azulejos; la sua pianta
ad un'unica navata; e la facciata con il piccolo nartece.
Guardando la facciata attentamente si intuisce quale fosse il modello
ispiratore di tutti i progetti del Bianchi: la facciata della chiesa di
Sant'Andrea di Mantova, costruita da Leon Battista Alberti nel 1470.
Nella chiesa dei frati francescani due coppie di pilastri in stile toscano
chiudono (al posto dell'arco trionfale della chiesa di Mantova) il muro
della facciata. L' unico portone di ingresso è racchiuso in un piccolo
nartece che "sostiene" immaginariamente la vetrata e che illumina il coro
della chiesa. Tra le due coppie di colonne, si aprono le nicchie tipiche
dell'architettura dell'Alberti.
All'interno della chiesa, l'unica navata è sostenuta da due file di tre
cappelle laterali che accompagnano lo sguardo del visitatore verso il centro
della chiesa, dove, una piccola cupola senza finestre contiene lo sviluppo
della croce latina. Il presbitero, in origine molto più piccolo di quello
odierno, chiude in lunghezza la chiesa. La luce proviene, oltre che dalla
grande vetrata della facciata, anche da sei lunette poste sopra le cappelle
che illuminano abbondantemente tutto l'interno.
Il colore dominante di tutto il complesso è il bianco e l'ocra. A questi due
tenui colori, si contrappongono gli azulejos della cupola del campanile e i
pregevoli retablos dell'interno, in stile barocco, che contrastano in modo
perfetto con le severe geometrie architettoniche.
Come abbiamo precedentemente detto i due architetti dopo questo periodo si
trasferirono a Cordoba proseguendo i lavori di costruzione della cattedrale,
che dalla morte del suo progettista originario, versava in un grave stato di
abbandono. Nell'agosto del 1723 infatti, un crollo della costruenda
copertura, aveva distrutto buona parte della cattedrale, e di un transetto
laterale. L'edificio, che aveva subito gravi danni, era stato ricostruito
prevedendo una maggiore consistenza strutturale a scapito della
corrispondente coerenza formale. Le volte delle navate erano ancora da
coprire e molti degli interventi che si erano succeduti, avevano reso il
complesso una strana mescolanza di stili architettonici, quasi a
preconizzare lo stile eclettico che tanto influenzerà l'arte argentina del
secolo successivo.
Nel 1729 il superiore della compagnia di Gesù incaricò il Bianchi di
redigere un computo e di valutare la spesa complessiva per l'ultimazione
della fabbrica. Il gesuita stimò in 24.000 pesos la somma necessaria per la
conclusione del tempio. Dieci anni dopo, nel febbraio del 1739 in un
registro dell'amministrazione dei lavori si poteva leggere come entro l'anno
si sarebbe finalmente arrivati alla conclusione delle opere del campanile e
del portico, al quale mancavano soltanto alcune piccole piramidi di
coronamento. I lavori proseguivano anche nella parte che più aveva risentito
del crollo. Bianchi in questi anni lavorò anche ai disegni della facciata,
lasciandone un segno inconfondibile. La sua opera si interruppe con la morte
avvenuta nel 1740, lasciando incomplete le due torri della facciata e la
cupola che sarà poi terminata anni dopo da Vicente Muñoz . L'opera dei due
padri gesuiti italiani fu quindi feconda e preziosa, e produsse in pochi
decenni, un incredibile numero di opere architettoniche.
Il primo periodo della storia artistica argentina come abbiamo visto è
legato principalmente all'opera dei gesuiti. Pochi furono gli architetti
"secolari", che in questi anni vissero in Argentina.
Vi sono però alcune eccezioni e tra i nomi di alcuni di loro, si possono
rintracciare quelli di due italiani, che, meritano di essere menzionati;
Baccio da Filicaja e Antonio Masella.
Secondo le fonti consultate da Vicente Gesualdo nella sua Enciclopedia del
arte en America, nei primi anni del '600, arrivò in sud America un italiano
di nome Baccio da Filicaja, che trascorse vari anni tra le città costiere
del Brasile e dell'Argentina esercitando la professione di architetto, o per
dirla con le parole pronunciate dallo stesso italiano: "di ingegnere
maggiore" . Baccio da Filicaja era di nobili natali, ed era nato a Firenze
nel 1579 , appartenente ad una delle più importanti famiglie fiorentine.
La famiglia Filicaja era proprietaria infatti di numerose attività di
commercio, tra le quali quella di importazione di pepe e spezie
dall'oriente. Questo commercio aveva la sua sede in Portogallo dove il
giovane Baccio fu inviato giovanissimo per imparare il mestiere di
commerciante.
Ma con l'unificazione dei regni di Spagna e Portogallo voluta da Filippo II,
e il maggior favore concesso dal Re ai porti spagnoli, i commerci della
famiglia fiorentina peggiorarono, tanto che il giovane Baccio si trovò in
ristrettezze economiche in terra straniera.
In una lettera che lo stesso architetto inviò dal Portogallo al Granduca di
Toscana Ferdinando I nel 1608, si può leggere quale sia stato motivo a
spingere il fiorentino a recarsi in terre così lontane. La lettera che
accenna nella prima parte al compimento dei suoi studi accademici continua:
"..vedendo che la teorica mi poteva valere molto poco senza la pratica, mi
risolsi a salire fuora e correre mondo, buscando parte dove potessi porre in
esecutione [il] mio desiderio, per di poi di bene esercitato tornare alla
patria a godere el dolce giogo di V.A Ser.ma e servirla con quello [che]
aveva imparato in terre strane." . Il fiorentino prese così la via del mare
e si trasferì tra il 1596 e il 1607 in Brasile.
Nelle terre del "Verzino" e sotto la protezione del governatore generale
delle provincie americane Don Francesco de Sousa, Baccio da Filicaja si
occupò di molte attività, quali quelle del recupero architettonico e della
nuova costruzione di forti difensivi (acquisendo anche la carica di capitano
di artiglieria), della ricerca mineraria, e negli ultimi tempi di permanenza
della ricerca geografica, risalendo con una spedizione il fiume Marañon e il
rio delle Amazzoni. Nel 1608, Baccio da Filicaja si trovava nuovamente a
Lisbona, dove scrisse al Granduca, ma, tre anni dopo a sentire le parole di
Vicente Gesualdo, l'architetto fiorentino era ritornato nuovamente in
America , questa volta a Buenos Aires, e qui grazie anche alla competenza
acquisita precedentemente, divenne nel 1614 alarife ufficiale (capo
costruttore).
Si dedicò in questo periodo alla costruzione dell'edificio del primo
consiglio comunale cittadino, dell'ospedale di San Martín de Tours, e nel
1619 fu incaricato di rafforzare le mura del carcere del Cabildo "per la
sicurezza dei detenuti". Realizzò, oltre a varie case, il forte che
proteggeva la città. Morì a Buenos Aires dopo il 1630, portando a termine la
costruzione della prigione .
L'altro italiano, fu invece il costruttore della cattedrale metropolitana di
Buenos Aires; Antonio Masella. Egli nacque a Torino nel 1700, cento anni
dopo il fiorentino Filicaja e sempre nella città piemontese compì gli studi,
senza però terminare il corso e abilitarsi come architetto. Nel 1740, chiese
di essere sottoposto ad una commissione esaminatrice, per stabilire la sua
effettiva idoneità all'esercizio della professione di architetto. L'esame
ebbe buon esito e Antonio Masella all'età di 40 anni divenne ufficialmente
architetto.
Quattro anni dopo, probabilmente attirato dalle possibilità economiche e
lavorative che il nuovo titolo gli consentiva, si recò a Buenos Aires con la
moglie e il figlio, che, divenuto successivamente anch'egli costruttore,
collaborerà con il padre nei molti lavori commissionatigli.
A Buenos Aires Masella trovò subito lavoro, partecipando al completamento
delle numerose chiese lasciate incompiute dai gesuiti. Ma l'opera per la
quale l'architetto è ricordato è la realizzazione della chiesa maggiore di
Buenos Aires, divenuta successivamente la cattedrale. La vecchia cattedrale
a cui il Bianchi e il Primoli negli anni precedenti avevano costruito la
facciata, era oramai inadeguata per una città come Buenos Aires che iniziava
a svilupparsi.
Nel dicembre del 1754 Antonio Masella fu nominato "maestro architetto",
responsabile del progetto di riedificazione della chiesa. Dall'anno
successivo fino al 1770, l'architetto piemontese lavorò alla costruzione
della cattedrale. Il progetto del torinese prevedeva (come ancora oggi si
può ammirare) la realizzazione di una chiesa a tre navate, attraversate da
una croce latina. La struttura interna fu modificata varie volte nel corso
degli anni e oggi ha definitivamente perso le antiche proporzioni. La navata
principale fu coperta nella sua lunghezza da sei volte a vela (sulle cui
parti laterali si aprivano delle lunette), mentre il presbitero ne portava
soltanto tre. Le navate laterali furono invece coperte da volte a crociera.
Ai lati delle due navate si aprivano sei cappelle comunicanti tra loro che
dilatavano ancora di più lo spazio della chiesa. Nel mezzo della croce la
volta era chiusa da un tamburo e da una cupola che raddoppiava l'altezza
dell'edificio, facendogli raggiungere i 35 metri di altezza. Durante i
lavori di costruzione della cupola Masella incorse in un increscioso
incidente. Durante gli ultimi lavori, quando oramai si era giunti al termine
delle opere principali, si sviluppò lungo la parete della cupola una
profonda crepa. La cosa fece scalpore, anche se a leggere le cronache del
periodo, i crolli durante la costruzione degli edifici non erano un fatto
eccezionale. Fu allora indetta dall'allora governatore Vertiz, una
commissione che indagasse e determinasse le responsabilità dell'accaduto.
Nel corso del 1770, la commissione composta da dieci membri, confiscò a
titolo precauzionale tutti i beni del Masella. La vicenda rattristò e
amareggiò l'uomo e anche se successivamente i lavori della commissione
ritennero l'architetto incolpevole dell'accaduto mantenendoli la direzione
dei lavori, questi ormai vecchio non sopportò l'umiliazione e nel 1774 morì
a Buenos Aires all'età di 74 anni.
La cupola, seriamente danneggiata fu distrutta e poi ricostruita e i lavori
continuarono sotto la direzione di Manuel Alvarez de Rocha.
Si conclude qui, con questa triste vicenda l'epoca dell'architettura
coloniale, con il passaggio del secolo inizierà per l'Argentina una nuova
era. La rivoluzione di maggio e la susseguente nascita della repubblica,
contribuiranno a dare nuovo impulso alle attività artistiche, così come la
presenza degli italiani continuerà a essere determinante per lo sviluppo
dell'arte di questo paese.

Dalla tresi di laurea "L'emigrazione di artisti e artigiani italiani nelle
Repubbliche del Plata"
di Gabriele Cappelli

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Vi presento Omar Sivori, mio nonno



"Per qualche ragione del destino, Bartolomeo Sivori giunse a metà del XVIII
secolo a San Nicolás, una città in quel momento sperduta nel nord della
regione di Buenos Aires.
Lì, con il desiderio di preservare le tradizioni del suo paese, fece parte
di un gruppo di uomini che, spinti dalla stessa necessità, fondarono la
Società Italiana di Mutuo Soccorso di San Nicolás. Tanti cui non era nato ma
cresciuto. Atterrò nel nord d'Italia quando ancora la sua gioventù stava
cominciando. Arrivò nel 1957, quando aveva ventidue anni e la soddisfazione
di aver raggiunto parte di un futuro che aveva aspettato sin dalle prime
partite. Il suo amore per il paese del calcio era sorto solo immaginandolo e
crebbe quando riuscì a conoscerlo. A partire da quel momento
l'attraversamento dell'oceano si è ripetuto tantissime volte. Appena
possibile
ritornava in Argentina dove si trovava con tutta la gente e i parenti a cui
voleva tanto bene dall'infanzia.
Quasi senza esserne consapevole, la sua vita cominciava a trascorrere fra le
diverse strade italiane. La sua ammirazione per l'Italia crebbe alla pari
della sua devozione per la Vecchia Signora e la gratitudine per l'affetto
suoi bisnipoti, ritornò alle origini, visitò Genova e i suoi dintorni, dove
ancora ci sono dei parenti che si uniscono in qualche punto della storia con
Bartolomeo. Passarono molte generazioni con il suo cognome finché potè
conoscere il luogo natale, dopo aver sentito tante storie finalmente
concretizzò la sua. Il primo accenno sull'Italia apparve nella sua vita come
un'illusione lontana ma sicura.
Quando la sua carriera al River Plate era appena iniziata, un uomo che senza
volerlo segnò la sua strada gli parlava di un paese meraviglioso,
oltreoceano, dove un giorno doveva arrivare. Quell'uomo che aveva lasciato
la sua Senigallia natia, quando era ancora molto piccolo e si chiamava
Renato Cesarini, fu promotore di una vita che trascorse tra andate e ritorni
tra i due paesi.
Il calcio è stato il pretesto nella sua carriera, dentro gli stadi e anche
una volta fuori. Ebbe la fortuna che i regolamenti di quel momento
permittevano di indossare le maglie dei due paesi. Ebbe anche il privilegio
di appartenere alla Nazionale e lo fece con la stessa fierezza con cui
l'aveva fatto qualche anno prima quando aveva portato la maglia argentina.
I suoi figli nacquero in Italia e anche se le loro vite si svolsero in
Argentina, scelsero la cittadinanza italiana come unica opzione. Anche
alcune delle sue nipoti nacquero in Italia e le altre presero la
cittadinanza in o nore alla gratitudine e l'affetto con cui il loro nonno si
riferiva a quel paese.
Per una di quelle ragioni del destino lui nacque in Argentina, ma per
ragioni di sangue, di radici e di affetto, l'Italia diventò il suo posto
scelto nel mondo".

Bellissimo racconto, questo di Romina, su uno dei più famosi "angeli dalla
faccia sporca": nientemeno che suo nonno.

Jorge Garrappa Albani - Redazione Argentina
jgarrappa@hotmail.com - www.lombardinelmondo.org


Ci racconta le sue origini?
Io sono nato a Roma, durante la crisi del '29. Oggi si ripetono le
situazioni probabilmente di quel tempo. Evidentemente io non me le ricordo,
per fortuna, però da quel momento ho vissuto una vita abbastanza
avventurosa.

Ha ricordi della sua infanzia in Italia?
Mi è toccato trascorrere periodi come la guerra d'Africa, di Etiopia, del
1935/1936 e nonostante fossi piccolo, me lo ricordo molto bene per certi
episodi come: la Proclamazione dell'Impero da parte di Mussolini a Piazza
Venezia, la sfilata delle truppe che tornavano dall'Africa, con mio zio che
stava sul cavallo bianco perchè era ufficiale dei Carabinieri, col
pennacchio... sono quelle cose che ancora le ricordo perfettamente.
Poi negli anni seguenti, la guerra di Spagna, le notizie della radio - Radio
Verdad - che era una radio franchista, credo, che dava le notizie sulla
Spagna. Poi il '39 quando i tedeschi entrarono a Danzica e allora si
cominciò a vivere un clima di guerra; io facevo la quinta elementare, a
Roma, dai Lasalliani e la mia aula aveva una finestra che dava proprio a
Castel Sant'Angelo e mi ricordo che ci fu una prova di attacco aereo e poi
le sirene Noi eravamo lì che guardavamo la finestra perchè c'era la
contraerea che sparava per prova, ecc.
Quindi un periodo molto particolare. Poi cominciò la guerra e allora la
cucina di casa, che era piccola, è diventata lo Stato Maggiore, non si sa di
quale esercito: avevo attaccato cartine geografiche ovunque, mettevo le
bandierine e seguivo tutti i movimenti bellici come se fossi io a comandare
l'esercito.

Ricorda gli anni di scuola?
Ricordo che in quegli anni andavo in giro con un foglio che diceva che io
ero studente, scritto in italiano e in tedesco,  perchè si supponeva che se
ci fosse stata una retata, come era facile succedesse, con quel foglio mi
lasciavano libero, la faccenda è che era una cosa assolutamente teorica.
Il sistema scolastico veniva da una riforma, la riforma Gentile, che
cambiava un po' anche i contenuti delle materie. Nella scuole medie
eliminarono le lingue e misero per esempio: Cultura Militare.

Lei si ritiene uno stratega quindi?
La Cultura Militare era studiare le battaglie e la strategia, che mi hanno
dato una formazione particolare nel vedere le situazioni, parlo da un punto
di vista strettamente strategico... non bellico, ma in quanto ad
organizzazione. Questo mi ha portato in tutta la mia vita professionale a
dare un carattere molto particolare al mio modo di lavorare.
Guardo - lo scacchiere - come si diceva: l'applicazione nel caso specifico,
la presa di posizione e anche le decisioni dal punto di vista professionale
in vista di una meccanica di tipo "occupazioni del territorio" che è quello
che poi facciamo nell'Enaip.
Quando è finita la guerra per esempio c'era la ricostruzione. La
ricostruzione è anche prendere atto della situazione e del risorgimento del
territorio; l'80% della struttura ferroviaria italiana era distrutta dopo la
guerra.

Sicuramente ha qualche aneddoto del dopo guerra.
Al Liceo avevamo formato un gruppo di esploratori cattolici e allora
decidemmo di fare una vacanza estiva in Veneto. Andammo a Padova di Cadore.
Fino a Venezia con un treno che era più o meno... poi a Venezia cambiammo di
treno, uno vecchio e malandato. A Santo Stefano di Cadore ci aspettava un
camion scoperto, a mezzanotte, su per la montagna una luna splendida ,
l'unica luce che c' era, si vedeva un piccolo ruscello che brillava, cose
così.
L'attrezzatura che avevamo era tutto residuo di guerra: scarpe americane,
giacche a vento americane, teli militari mimetizzati per fare una tenda di
due metri per due metri con i paletti che si montavano per fare la
struttura, una tenda da ospedale da campo, era stata tolta la croce rossa e
si apriva con tutta l'attrezzatura... tanto è vero che tra Venezia e Santo
Stefano di Cadore ci fermò la Guardia di Frontiera perchè sembravamo un
gruppo di guerriglieri. Per fortuna ci accompagnava il direttore della
scuola che era un sacerdote, che poi è diventato Cardinale, Mons. Pericle
Felici che entrò in trattativa, non so se regalò una stecca di sigarette del
Vaticano (ride).
Avevamo portato i viveri per un certo periodo: dalla farina al latte
condensato. A quei tempi era difficile trovare da mangiare e non eravamo
sicuri che avremmo trovato cibo perché, appunto, il Veneto era ancora tutto
disorganizzato ecc. Piantammo le tende, sotto la montagna e costruimmo anche
un forno per fare il pane, poi visto tutto il lavoro che c'era da fare
l'idea fu scartata. Trovammo un mulino che ci dava il pane ogni due giorni a
cambio della farina, rimanemmo lì per ben quaranta giorni e poi tornammo.

Quali sono stati i cambi sociali più evidenti del post-guerra?
Vivere la nuova struttura della società, anche dal punto di vista delle
imprese, perchè gli americani venivano con una mentalità, come si diceva
"alla americana", con un tipo di organizzazione sviluppatosi anche durante
la guerra.
Per esempio, nello sbarco in Normandia, apparirono le prime macchine IBM che
portavano sui camion le truppe e avevano i classificatori di schede, che era
la base dello sviluppo posteriore del criterio culturale delle macchine IBM
e dell'organizzazione.  Dinamicità vs la staticità europea.
Per cui ci fu uno scontro tra culture. Scontro che ebbe luogo anche negli
Stati Uniti; fu grande la resistenza ad incorporare gli aspetti informatici
perchè continuavano con le macchine tradizionali.
Per esempio in molte banche asiatiche, gli impiegati allo sportello usavano
l'abaco e non volevano lasciarlo. Resistenza al cambio. Quindi non era solo
una questione solamente dell'Europa. In Europa l'impatto fu molto forte.

Lei ha vissuto questo cambio?
Si, certo, lo dico anche per esperienza personale: nel '57 feci un corso
all'IBM come Capo Centro però allora la IBM non faceva corsi per la gente,
ma solo per i funzionari delle imprese. Quando finì il corso, dato che tutti
erano funzionari occupati, non erano disponibili, io ero l'unico disponibile
e mi piovvero molte offerte e mi offrirono di fare l'assistente del capo
liquidazione degli stipendi. Cioè non c'era nessuna relazione con quello che
sarebbe stato poi l'applicazione industriale ecc. Nel '57 ero già laureato
in Ingegneria Industriale ed Elettrotecnica, quindi niente a che vedere con
la liquidazione degli stipendi.
Tant' è vero che appena laureato lavorai subito, c/o il Gruppo Bombrini
Parodi Delfino nonostante lo stabilimento fosse a Castellamare di Stabia
quindi paesaggio da favola di fronte non volevo stare nello stabilimento
volevo fare qualcosa di più.
Mi misi in contatto con l'IBM di Napoli, feci due interviste e praticamente
erano d'accordo di assumermi, però come tecnico commerciale, insomma nulla,
dissi di no.
La faccenda è che non avevo capito, perchè non sapevo come funzionava il
software la relazione con le imprese. Non accettai. Non avevo capito
l'accoppiamento, non era ancora sviluppato, c'era ancora poca informazione.
Andai pure a Milano all'ufficio IBM di selezione, che stava in Via Veneto
angolo con via del Tritone, un sabato mattina, perchè io lavoravo ancora a
Castellamare di Stabia e questo per non farmi perdere una giornata di
lavoro.
Feci alcuni lavori da professionista ... poi alla fine pensai che non erano
per me... che dovevo mettere radici ecc. e quindi trovai la Techint
,Compagnia Tecnica Internazionale, che c'è anche qui a Buenos Aires, è molto
grande, la quale aveva vinto un appalto qui, un grande progetto.

Di cosa si trattava il progetto in questione?
Studio, Anteprogetto e Progetto del Sistema di Trasmissione di altissima
tensione. Parliamo di produzione elettrica tra El Chocòn e Buenos Aires, una
linea di 1200/1300 chilometri . La faccenda è che non esistevano quelle
linee, salvo una linea in Svezia per cui la Techint aveva preso come gruppo
di consulenti gli svedesi e un altro gruppo,  i dirigenti della Sip, Società
Idroelettrica del Piemonte con sede a Torino, perchè erano tutti professori
del Politecnico di Torino.
Quindi a questo progetto ho detto sì! Non era commerciale, era tecnico, poi
non esisteva una cosa di queste dimensioni, quindi fantastico: << Si, sono
disposto ad andare in Argentina!>> ho risposto.
Mi mandarono a Torino con il gruppo di consulenti italiani a fare ricerca
sulle linee ad alta tensione, perchè non c'era neppure letteratura su
quello, quindi un anno e mezzo a Torino tra l'altro in quel tempo mi sono
anche sposato e poi in Argentina portandomi tutto con me...

Dovevano essere due anni... un po' lunghi... perchè adesso sono diventati
quasi cinquanta... questo è un paese italiano di lingua spagnola. Eravamo in
un altro pezzo della Madre Patria e alla fine siamo rimasti.

Continua...

Patrizia Marcheselli
Portale Lombardi nel Mondo
www.lombardinelmondo.org


 


       


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"Nicaragua: elezioni novembre ’08" – G. trucchi  – 04 Marzo, 2005
Messico, il supermarket delle armi di Sebastiano Casella  – 04 Marzo, 2005
Intervento del Presidente Romano Prodi presso il dipartimento Internazionale del Comitato Centrale d – 04 Marzo, 2005

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Speciale Sudan – 04 Marzo, 2005
Cuba. I rigraziamenti del sindacato cubano per l’installazione dei computer donati. – 04 Marzo, 2005
Concerto per…Un sogno Latinoamericano  – 04 Marzo, 2005
Ask Everyone You Know: "Are You Registered to Vote?" Michael Moore – 04 Marzo, 2005
AFGHANISTAN” La Guerra Infinita di R.Iacona – 04 Marzo, 2005








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• Bergamo. POESIA DI NATALE 2010
• Brescia. Il Prefetto di Brescia ha visitato i luoghi simbolo della Città di Lonato del Garda
• Como. frontalieri alla manifestazione europea del 29 settembre a Bruxelles
• Crema. Cappella Cantone non deve diventare una nuova Terzigno
• Cremona. Corso per barman
• Lecco.Dibattito su acqua pubblica
• Lodi.L’Italia dei Valori della Provincia di Lodi si struttura
• Mantova.Eventi di dicembre a Villa Maddalena di Goito
• Milano.Invito a partecipare alla serata di poesia con FRANZ KRAUSPENHAAR
• Milano. AltriMondiali by Matatu
• Milano. Nuovo numero di Altreconomia
• Monza: Concorso di Pittura “Paesaggi di Brianza” 2010 - II edizione
• Pavia. Fiaccolata contro la violenza fascista
• Sondrio.Gravedona: raccolti 35 quintali di lana grazie agli allevatori del Lario e del Ceresio
• Varese. Esordio per due nuovi assessori.





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