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 Dal Mondo

04 Marzo, 2005
Accordo Usa-Iraq ancora bloccato sulla questione dell'immunità
Washington ha fatto "enormi concessioni" nelle trattative in corso per il cosiddetto accordo in materia di "sicurezza",

Accordo Usa-Iraq ancora bloccato sulla questione dell'immunità

di Ornella Sangiovanni

Osservatorio Iraq, 10 ottobre 2008

 

Washington ha fatto "enormi concessioni" nelle trattative in corso per il cosiddetto accordo in materia di "sicurezza", che dovrebbe autorizzare la presenza delle forze Usa in Iraq dopo la fine di quest'anno, ma il nodo dell'immunità per i militari americani resta un problema.

 

Non arrivano mai buone notizie dal premier iracheno Nuri al Maliki, le cui dichiarazioni contrastano regolarmente con quelle ottimiste del suo ministro degli Esteri, Hoshyar Zebari, che solo pochi giorni fa aveva detto che Iraq e Stati Uniti erano "molto vicini" a un accordo.

 

Oggi, il Primo Ministro di Baghdad, da Najaf dove era andato a incontrare il Grande Ayatollah Ali al Sistani, il leader religioso sciita più influente del Paese, ha sottolineato che la questione dell'immunità per le truppe Usa (che gli americani vogliono totale) continua a bloccare i progressi nei negoziati.

 

"Washington ha fatto enormi concessioni, ma alcuni punti relativi all'immunità per i soldati e i civili americani sono tuttora in sospeso", ha detto Maliki ai giornalisti, dopo un incontro con Sistani durato due ore e mezzo.

 

L'accordo che Washington e Baghdad stanno negoziando da marzo riguarda il futuro delle forze Usa in Iraq, dato che il 31 dicembre scade il mandato delle Nazioni Unite che autorizza la cosiddetta "Forza multinazionale". Dunque, la presenza delle truppe americane dopo quella data deve essere regolata da un accordo bilaterale. Che, nelle intenzioni dell'amministrazione Bush, avrebbe dovuto essere firmato entro il 31 luglio, ma che si sta rivelando più difficile del previsto, bloccato da alcuni punti controversi, il principale dei quali è l'immunità per i soldati americani – una "linea rossa" sulla quale gli iracheni non intendono cedere.

 

Da Najaf oggi il premier iracheno ha detto tuttavia che la bozza di accordo è arrivata alle "fasi finali", e che fra i punti sui quali è stata raggiunta una intesa con Washington ci sono le date per il ritiro delle truppe Usa: che lasceranno le città irachene entro il 30 giugno 2009 – ha ricordato - e se ne andranno da tutto il Paese, completamente, entro il 31 dicembre 2011.

 

Alla domanda dei giornalisti, che gli chiedevano se Sistani avrebbe dato il suo benestare all'accordo con gli Usa, Maliki ha risposto che il leader religioso accetterà l'accordo se questo avrà l'Ok del Parlamento.

 

"Se il Parlamento e il governo accetteranno, non si opporrà all'accordo", ha detto il premier iracheno.

 

Tre giorni fa il ministro degli Esteri Zebari, nel corso di una conferenza stampa all'interno della Green Zone di Baghdad assieme al numero 2 del Dipartimento di Stato Usa, John Negroponte, in visita in Iraq, aveva detto che l'accordo con Washington era "molto vicino", anche se ancora non c'era alcuna decisione finale, e servivano "decisioni politiche coraggiose". Ma non aveva voluto fare previsioni di tempi.

 

Ma il tempo stringe. Anche perché si avvicinano le elezioni presidenziali statunitensi.

 

Un paio di settimane fa la squadra dei negoziatori Usa guidata da David Satterfield, coordinatore per l'Iraq del Dipartimento di Stato, è tornata a Baghdad per continuare le trattative, ma a Washington le bocche sono cucite. "Stiamo facendo progressi", si limitano a dire al Dipartimento.

 

Anche se oggi "un alto funzionario Usa" avrebbe confermato alla Associated Press (AP) che le date per il ritiro delle truppe statunitensi dall'Iraq contenute nella bozza di accordo sono quelle citate da Maliki.

 

Al Pentagono invece c'è chi parla, naturalmente a condizione di mantenere l'anonimato. E per Washington non sono buone notizie.

 

Due giorni fa, alcuni suoi funzionari "coinvolti da vicino nei negoziati" hanno detto in privato di non essere ottimisti sul fatto che si riesca a concludere tanto presto un accordo finale. Secondo "un alto funzionario Usa" citato dalla AP, adesso ci sarebbero meno ragioni di ottimismo che negli ultimi mesi.

 

Note pessimistiche sono arrivate anche dalla parte irachena.

 

"I negoziati ora si concentrano su una fase molto difficile", ha detto alla AP Sami al Askari, un politico sciita collaboratore del premier Maliki. "Penso che nella forma attuale [l'accordo] verrà respinto dal Parlamento".

 

 

Fonti: Associated Press, Agence France Presse

 

http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=6502

 


       


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