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 Dall'Europa

04 Marzo, 2005
Europa: non c'è solo un passato (di Romano Prodi)
Mentre Berlusconi si arrabatta tra una fuga dai suoi processi ed una scanzonata discussione attorno al dito medio di un suo ministro, Prodi tiene la lezione inaugurale all'Università Internazionale Menendéz Pelayo di Santander.

Mi fa molto piacere essere qui con voi oggi per l’inaugurazione dell’anno accademico 2008 di questa prestigiosa Università internazionale che raccoglie nel corpo accademico eccellenti accademici e professionisti.

Vorrei poi portare un saluto e un ringraziamento particolare al Ministro Cristina Garmendia Mendizabal, vero e proprio pilastro prima di scienza e imprenditorialità e ora in prima linea per vincere la sfida della conoscenza in Spagna e in Europa.

Abbiamo ancora tutti in testa quello che è successo esattamente una settimana fa, in Irlanda. La reazione immediata, quasi spontanea, è quella di dire che l’Europa delle istituzioni sembra non riuscire a venire fuori dalla crisi, che le risposte istituzionali non interessano i cittadini, non sono comprese dagli elettori, sono lontane dalle vere preoccupazioni degli europei. Che occorre quindi concentrarsi sulle politiche e, riferendomi al titolo di questa lezione, innanzitutto occorre rivedere, rilanciare e rafforzare la strategia di Lisbona.

Ciò è vero, ma solo in parte. E’ un discorso efficace, ma solo in apparenza. Vale come scelta comunicativa, ma non come scelta politica. Perché il fondo si basa su di un binomio indissolubile, costituito da “politiche (buone) e istituzioni (efficaci). Impossibile avere buone politiche senza istituzioni adeguate, inutile avere istituzioni riformate se poi non sanno o possono compiere scelte politiche coraggiose”. E’ questo il dilemma in cui oggi si trova l’Europa.

L’Europa, sin dall’inizio del processo d’integrazione, è stata un cantiere aperto, sempre in movimento, sempre proiettato verso nuovi obiettivi e nuove sfide.

In particolare, gli eventi accaduti dal 2000 al 2007 hanno radicalmente mutato il quadro politico e istituzionale della nostra Unione. A più di cinquant’anni della creazione della prima Comunità, a quindici anni dalla caduta del muro di Berlino, l’Unione ha assunto una dimensione continentale.

Per quanto mi riguarda, ho sempre ritenuto del tutto superati i dibattiti che alcuni portavano ancora avanti all’inizio del 2000, volti a riproporre la scelta tra allargamento o approfondimento dell’Unione. Non si trattava infatti di scegliere, ma di convincere, di suscitare la consapevolezza della svolta storica che si era già realizzata e di cui l’Unione doveva farsi carico con fermezza e determinazione.

Non si può capire pienamente la portata di quanto è accaduto dall’inizio del 2000 se si ragiona in categorie di pensiero nazionale, perché l’Unione ha rivoluzionato il concetto di Stato e di frontiera.

Una rivoluzione che non è stata fatta con la spada o con i carri armati ma a colpi di inchiostro, trattato dopo trattato. Ma quell’inchiostro sarebbe stato vanamente sprecato se quegli sforzi non avessero avuto come base, sfondo e obiettivo la realizzazione di una grande Comunità di destino in cui gli europei volevano unirsi mantenendo e valorizzando le proprie identità.

In un mondo globale, la realizzazione di una fitta rete di interdipendenze transnazionali, gestite da istituzioni indipendenti al servizio di un progetto politico e sociale comune è la migliore – forse l’unica – risposta possibile alle paure dei cittadini, alle insicurezze delle famiglie, alle difficoltà delle imprese e degli Stati nazionali. L’Europa non è accerchiata da nemici, ma da un anello di paesi amici che non aspirano ad attaccarla ma a farne parte o diventarne stretti alleati. Soprattutto, la forza di attrazione europea si esercita sui popoli vicini all’Unione ancor più che sui loro governi. Sono del resto le ragioni per cui, da Presidente della Commissione Europea, ho lanciato la nuova politica di vicinato. Ecco uno dei paradossi dell’Europa: mentre un popolo che deve praticamente tutta la sua rinascita all’Europa, come quello irlandese, vota contro – o non vota neppure – sull’Europa, dall’altra decine di milioni di Ucraini, Moldavi o Turchi chiedono di poter farne parte…Ed è contro questo paradosso che, oggi, dobbiamo reagire. Perché purtroppo è un paradosso che si ripete da troppo tempo.

Dal 2000, infatti, l’Europa dell’euro, dell’allargamento, l’Europa nuova potenza regionale in fieri ha vissuto momenti molto difficili.

Difficoltà politiche interne si sono incrociate con inedite divisioni tra europei sulla politica internazionale. Penso ad esempio a come il problema irakeno si sia ripercosso sugli stessi negoziati legati all’architettura istituzionale della futura Unione. Gli sforzi costituzionali erano apparsi alla fine coronati da successo con la firma a Roma della Costituzione europea, il 29 ottobre 2004, nell’ultimo giorno del mio mandato da presidente. A quel successo avrebbe dovuto seguirne un altro, quello relativo al processo di ratifica. Sappiamo tutti che questo secondo successo è mancato, a seguito dei referendum in Francia e Paesi Bassi nel 2005. Ma ciò non vuol dire che il testo firmato a Roma non resti una pietra miliare del processo di integrazione, che lascerà il segno nel futuro istituzionale dell’Unione.

Il contesto politico europeo era poi anche il risultato di un contesto internazionale particolarmente caldo: 11 settembre, 11 marzo, Afghanistan e, di nuovo, l’Irak.

Nello stesso periodo, l’Unione ha conosciuto un negoziato istituzionale quasi permanente. Dal 2000 al 2007, l’Europa ha lavorato su tre trattati e altrettante conferenze intergovernative e 4 referendum negativi sulle sue istituzioni. Mai come in questo periodo, si sono scontrate due visioni dell’Europa: un’Europa più forte, politica, all’altezza delle sfide globali che abbiamo innanzi; un’altra più debole e poco ambiziosa, intesa più come spazio di stabilità e di regolamentazione che come vero soggetto politico.

Il paradosso oggi continua, con il recente secondo NO irlandese. L’Unione è in mezzo al guado, perché non ha conosciuto l’evoluzione politica e istituzionale necessaria. Gli europei la danno per scontata, non essendo consapevoli dei grandi benefici che l’Europa porta nel loro quotidiano e la criticano, perché non è completa e si mostra incapace di rispondere veramente alle loro attese, alle loro paure, in un mondo che è cambiato molto in fretta. Altro paradosso, l’Europa – che è la risposta più democratica ed efficace agli effetti negativi della globalizzazione – è troppo spesso vista come una sua complice.

Eppure, l’Europa non è stata concepita per spiegare la globalizzazione agli europei, ma per difenderli da essa e per promuovere un modello economico e sociale solidale nel Mondo!

Ecco perché dobbiamo trovare una nuova narrativa sull’Europa e costruire una comunità politica. Se l’Irlanda risulta tra i grandi beneficiari dell’integrazione europea e poi ci fa questi tiri mancini! – c’è qualche gap, che non è (solo) di comunicazione, come abbiamo a lungo creduto, ma di limiti che non abbiamo superato ancora nel costruire una società europea. Dobbiamo passare da una democrazia europea “formale” ad una democrazia europea “reale”, in cui i cittadini abbiano la consapevolezza di poter compiere – anziché subire – le scelte politiche fondamentali per il futuro “del continente più integrato del mondo” ma che non è ancora sufficientemente integrato per assicurare agli europei un futuro da protagonisti e non da comparse sulla scena mondiale.

Ecco perché buone istituzioni sono la condizione necessaria, ma non sufficiente, per il rilancio politico del progetto europeo.

Oggi serve fare “l’Europa delle politiche” e “l’Europa delle nuove generazioni”.

In assenza di una risposta “politica” e “giovane”, ho paura che ogni giorno di immobilità dell’Europa sia un giorno perso, un giorno in cui c’è un giovane in più in Europa che si disaffeziona a questo grande progetto

L’Europa di oggi ha senso per due ragioni: (1) perché offre più possibilità per gli europei; e (2) perché vuole contribuire a costruire un mondo che offre più possibilità per tutti.

Sul primo fronte, quello dell’Europa “moltiplicatrice di possibilità per gli europei” - in particolare i giovani - l’Europa può riuscire se ripensa la strategia di Lisbona. Una strategia che deve però uscire dai circoli ministeriali, dalle scrivanie e dai computer dei funzionari di Bruxelles, dai testi accademici, e diventare qualcosa di concreto per i cittadini, ogni giorno.

Più Lisbona, o una nuova Lisbona, significa puntare su mobilità, formazione, ricerca – che a catena significa puntare su lavoro, eccellenza, emancipazione personale e professionale.

Lisbona non può essere solo una questione di “trovare lavoro”. E’ questione di sintonizzare tutta la vita degli europei, e in particolare delle giovani generazioni, con il “nuovo mondo”. Faccio un esempio semplice forse, ma di una drammaticità estrema: quante decine di migliaia di giovani europei non conoscono l’inglese – problema molto diffuso in Italia come in Spagna – e non sanno usare Internet? E’ inutile che parliamo di nanotecnologie se poi non riusciamo ad allargare l’offerta ai giovani europei su questi fronti.

Vedo nuove forme di analfabetismo. Essere analfabeti oggi non vuol dire non saper leggere o scrivere. Vuol dire non conoscere i nuovi linguaggi che con cui ci capisce, si interpreta e si comunica il mondo.

Se non trasformiamo Lisbona in questa maniera, rendendola attraente, non ci servirà a molto.

I risultati sono stati finora minimi. Qualche passo in avanti lo abbiamo registrato, certo. Ma a che serve avanzare di un metro l’ora, quando nella stessa ora il resto del mondo è avanzato di un chilometro?

Il divario tecnologico tra USA e Europa, ad esempio, è più ampio oggi che nel 2000! E’ folle se pensiamo che abbiamo puntato su questo.

Il ritardo dell’Europa nei confronti degli Stati Uniti in materia di innovazione si osserva a due livelli: minore livello di investimenti (in Europa la spesa per ricerca e sviluppo è aumentata, dal 2005 al 2006 del 5,8% contro l’8,2% negli Stati Uniti, che investono oggi 130 miliardi di euro all’anno più dell’Europa e questa cifra continua ad aumentare) e un minore livello di risultati misurati da certi indicatori come pubblicazioni e premi scientifici, brevetti, crescita di certi settori industriali innovativi. [basti ricordare a titolo esemplificativo che nel 2003 i brevetti concessi all’UE erano il 15.5% del totale di quelli concessi nel mondo contro i 52,7% concessi agli Stati Uniti).

Cosa non ha funzionato nella strategia di Lisbona? Ci sono molte ragioni/cause. Ma di sicuro ce ne sono due più grandi delle altre.

Sono mancati meccanismi vincolanti e sanzioni. Non possiamo affidare il nostro futuro – che per tutti gli europei “o sarà uno o sarà nessuno” – agli umori e alle condizioni climatiche di 27 capitali diverse. Anche fidandoci della buona fede e della buona volontà di tutti, non basta! Servono dei meccanismi per fare in modo che gli impegni presi vengano onorati.

Inoltre, l’Europa di oggi soffre di forti asimmetrie di cui la più evidente è quella tra unione monetaria e disunione economica, tra una politica monetaria centralizzata e una serie di politiche nazionali non integrate.

E soffre anche di una evidente incompletezza: esiste l’Europa delle regole ma non c’è quella della governance.

Esiste un’integrazione “negativa”, dell’abbattimento delle barriere, ma ne manca una “positiva” a causa dell’assenza di un “governo europeo delle scelte”. Oggi la gestione dell’economia su scala europea si svolge attraverso tre attori e un parametro. I tre attori sono il Consiglio Ecofin, la Banca Centrale Europea e la Commissione; il parametro è il Patto di Stabilità. Si tratta di un triangolo di regole, non di governo. Regole indispensabili come forma di garanzia e di controllo reciproco tra i governi, ma insufficienti per permettere all’Europa di crescere e di sfruttare appieno, a livello europeo, le potenzialità economiche dell’unione economica e monetaria. Alle regole occorre far seguire nuovi strumenti di governo, cominciando da una progressiva convergenza delle politiche economiche e di bilancio nazionali per arrivare ad una vera rappresentanza unificata dell’euro sulla scena internazionale.

Un’altra cosa che non ha funzionato, a cui rimediare, e su cui solo di recente abbiamo cominciato a guardare, è il capitolo esterno della strategia di Lisbona. Ci siamo scordati che la corsa la facciamo con altri bolidi che si chiamano non solo (o non tanto) USA o Giappone, ma anche Cina, India, Brasile, SudAfrica, Corea, Messico, ecc.

Dobbiamo smetterla di chiederci se sono stati più bravi gli spagnoli e gli italiani e cominciare a chiederci invece come italiani e spagnoli (insieme a francesi, tedeschi, polacchi ecc.) possono mettersi insieme per diventare più bravi dei cinesi o dei brasiliani.

Questa bella competizione tra piccoli stati – perché questo sono nel mondo oggi Italia e Spagna! – mi ricorda molto un altro periodo storico: il Rinascimento italiano, quando i piccoli stati di allora della penisola italiana (che primeggiavano in ogni campo) anziché unirsi si facevano la guerra tra di loro. Tutti sappiamo come è finita: sono arrivati i francesi, gli spagnoli (!) e l’Italia è stata terra di conquista e occupazione. Oggi l’Europa rischia di conoscere lo stesso triste destino….cioè di scomparire dalla carta politica del XXI secolo.

Oggi non c’è un rischio di guerra o di invasione. Ma c’è un rischio di “occupazione” e “conquista” da parte dei grandi paesi emergenti, che “rischiano” di diventare più bravi di noi. Che rischiano di raggiungerci e di superarci.

La dimensione esterna di Lisbona vuol dire tante cose. Un esempio su tutti: l’attrazione dei cervelli stranieri (cioè non UE). Dobbiamo trasformare l’Europa nel posto dove tutti vorrebbero vivere, in un nuovo Eldorado. E in cui però non vengano solo migliaia di lavoratori non qualificati o masse di disperati - che pure vanno accolti, aiutati e che sono fondamentali per la nostra economia,e per la nostra società – ma anche le elite di tutto il mondo. In base ad un recente studio del Fondo Monetario Internazionale, ad esempio, il contributo dei foreign-educated individuals per lo sviluppo della democrazia nei paesi d'origine - non solo paesi in via di sviluppo ma anche i nuovi paesi emergenti in Asia e America Latina - risulta che 46 degli attuali e 165 degli ex capi di stato e di governo sono prodotti dell'educazione US.

E dobbiamo rendere TUTTA l’Europa così, non solo alcune grandi capitali o regioni, ma ogni area.

Per fare questo dobbiamo recuperare lo spirito di solidarietà:

(1) interno all’UE, che non si traduca solo in travaso di fondi, ma prima di tutto in progetti comuni per la valorizzazione dei territori;

(2) esterno all’UE, con il rilancio di un multilateralismo vero. Mettendo come europei sul piatto della bilancia TUTTO il nostro peso culturale, tecnologico ed economico.

L’Unione Europea non solo deve diventare un gigante politico, ma anche un “gigante locale extraeuropeo”. Dobbiamo portare l’Europa nelle città, nelle campagne, nelle varie comunità del mondo – non l’Europa delle istituzioni, ma l’Europa dei cittadini – il loro estro, la loro creatività, i loro valori (che si tratti quindi di ONG, di imprese, di accademici…).

Gli europei, soprattutto nei momenti di crisi, hanno sempre dato prova non solo di coraggio, ma anche di grande fantasia. Ci sono poche cose che non possiamo fare. Tra queste, certamente non c’è la costruzione di un’Europa e un mondo più dinamici, più giusti, più “campi d’azione” dove le nuove generazioni possano appassionarsi a progetti comuni, e rendere la loro vita e quella degli altri non solo degna di essere vissuta, ma anche all’altezza delle possibilità – e delle sfide – che il mondo del 2008 offre.

Tra due anni MANCHEREMO il target che ci siamo dati nel 2000 a Lisbona. Cerchiamo di non mancare il prossimo.

Evitiamo l’ennesima data, l’ennesimo buon proposito. Decidiamo cosa vogliamo che l’Europa faccia “da grande”. Decidiamolo partendo da noi. Da ciascuno di noi in questa sala. Chiediamoci due cose: (1) dove vogliamo stare e cosa vogliamo fare tra 5 anni? e (2) come possiamo realizzarlo grazie all’Europa.

L’Europa deve innanzitutto scommettere sui giovani, sulla generazione Erasmus, su coloro che vivono in modo del tutto diverso rispetto ai loro padri il rapporto con la frontiera, con la lingua, con il viaggio, con la diversità culturale. Per ripartire l’Europa ha bisogno di un patto politico e democratico basato su di una più forte legittimità e rivolto alle nuove generazioni.

L’Europa è nata per dire “mai più guerre tra noi”. Ma per i nostri giovani la pace è scontata, e comunque non è un progetto che possa mobilitarli a favore dell’Europa. Alle elezioni europee del 2009 per la prima volta andranno a votare elettori nati dopo la caduta del muro di Berlino. Non solo la guerra fredda, ma anche la sua fine è ormai molto lontana… No, oggi dobbiamo sottoscrivere un patto nuovo, per far fronte alle nuove sfide del nostro tempo come la globalizzazione o il cambiamento climatico e alle nuove minacce come il terrorismo internazionale. Sfide alle quali non si può rispondere senza un’azione europea. Questo nuovo patto deve avere come protagonisti i giovani perché ne potranno essere i principali beneficiari, rischiano di diventarne le vittime, devono esserne i protagonisti.

I leader europei, però, devono dimostrarsi più coraggiosi, più capaci di promuovere e di impegnarsi apertamente su un progetto europeo. Dobbiamo ben comprendere che sarà molto difficile realizzare una “governance” politica e sociale soddisfacente se continuiamo a pensare di costruirla solo con i vertici, con le direttive, con le revisioni dei trattati, come se la governance fosse qualcosa che appartenesse solo ed esclusivamente alla sfera del diritto e non piuttosto alla sfera della politica.

Per questo, ritengo che sia giunto il momento di abbandonare il dogma dell’unanimità anche in campo istituzionale. Alcune centinaia di migliaia di elettori non possono negare un futuro comune a mezzo miliardo di europei. Anche le riforme dei trattati vanno fatte a maggioranza. Ecco perché, anche dopo il NO irlandese, i processi di ratifica del trattato di Lisbona devono proseguire nei vari Stati membri. Una volta conclusi i processi di ratifica, i 25 o 26 paesi che avranno ratificato, e che rappresentano ben più di 4/5 dei paesi dell’Unione, dovranno trovare una soluzione politica per poter avanzare anche a maggioranza sulla via dell’integrazione politica dell’Europa. Il tempo dei veti è finito. Che si apra quello della democrazia reale, su scala continentale, quello dei referendum europei – e non nazionali – sull’Europa, quello di una democrazia europea veramente vissuta e praticata, e non solo recitata o mimata!

Per una vera democrazia partecipativa noi abbiamo bisogno di più politica. E la politica in democrazia la fanno i partiti.

I partiti devono quindi diventare il nuovo motore dell’integrazione, i nuovi attori del nostro progetto politico comune. In Europa, infatti, le istituzioni – benché insufficienti - hanno corso molto più in fretta dei partiti.

Oggi, questi ultimi, a livello nazionale ed europeo, sono chiamati ad assumere nuove responsabilità perché è da essi, dal loro modo di concepir la politica europea e, più in generale, dal loro nuovo modo di concepire la politica tout court che dipendono il futuro - e il successo! - dell’Europa di cui abbiamo bisogno.

Dovremo cominciare da una vera campagna elettorale europea, nel 2009, in cui le varie forze politiche europee dovrebbero indicare le loro scelte sulle priorità politiche per l’Europa e sulle personalità da eleggere alla presidenza della Commissione europea e del Parlamento europeo. Dovrebbe poi favorire l’emergere di vere maggioranze – e minoranze – politiche in seno al Parlamento europeo.

Portare più politica in Europa è essenziale. Il mondo sta cambiando molto più velocemente della politica e delle istituzioni europee.

I paesi che vogliono approfondire l’integrazione politica devono dimostrare di avere il coraggio e la capacità di prendere nuove strade, tra gruppi di paesi, sull’esempio di quanto si fece in occasione del trattato di Roma, firmato da soli 6 paesi…, dell’Unione monetaria o del trattato di Schengen.

Non sono più solo coloro che vogliono avanzare più rapidamente a dover aspettare i più lenti, sono anche i più lenti a dover accelerare. Se i ritardatari si rifiutano di avanzare, i più veloci dovranno procedere comunque: bisognerà cioè creare un’avanguardia le cui porte però resteranno sempre aperte a tutti coloro che vogliono parteciparvi.

L’Europa di domani, continentale, aperta a più di trenta paesi sarà sempre più un’Europa “a densità variabile” al suo interno e con “frontiere mobili” al suo esterno. Dovrà assicurare pace, stabilità e regolamentazione efficiente per tutti i paesi che la compongono e proiettare politiche e benefici al suo esterno, in particolar nella regione ad esso più vicina, verso est e nel Mediterraneo. Al suo interno, attorno ad esempio alla zona euro, si dovrà sviluppare un nuovo corpo di politiche e iniziative, volte ad approfondire l’integrazione politica, con la partecipazione piena di Commissione e Parlamento europeo e a cui dovranno aderire tutti coloro che vorranno far parte dell’unione monetaria. Al suo esterno, occorre poter coinvolgere e mobilitare nella maniera più stretta possibile tutti i paesi vicini, creando così una grande regione politica ed economica comune.

Un’Europa più integrata - che diventasse l’attore centrale di una nuova regione politica, economica e umana - potrà meglio affermarsi sulla scena internazionale e contribuire alla ricostruzione di un vero ordine mondiale che manca dalla fine della guerra fredda. Oggi infatti viviamo in un mondo che è globale e allo stesso tempo frammentato, in cui vi sono crescenti interdipendenze che non vengono governate, in cui i blocchi regionali in divenire rischiano di riprodurre una nuova politica di equilibro delle potenze anziché porre le basi per il multilateralismo efficace che noi europei proponiamo.

E l’Europa è l’unica proposta valida per evitare i danni della globalizzazione e della frammentazione.

Grazie.

 


       CommentoFonte: romanoprodi.it


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