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04 Marzo, 2005
Una Chiesa del silenzio?
Una ricerca dell’Università di Palermo suona il campanello d’allarme

Una ricerca dell’Università di Palermo suona il campanello d’allarme: nella diocesi siciliana sono soltanto una piccola minoranza i sacerdoti coscienti e impegnati contro Cosa Nostra. Gli altri? Confusi, disinteressati, distratti, a volte omertosi.

Di Salvo Palazzolo e Vittoria Prisciandaro
Le lettere dalla latitanza di Bernardo Provenzano, che si concludono sempre con l’invocazione a Dio, hanno già ricreato l’equivoco della mafia dal volto buono, e le stragi Falcone Borsellino sembrano un ricordo lontano. «È in atto una pericolosa sottovalutazione», continua a denunciare il procuratore di Palermo Piero Grasso. «Ampi strati della società, a tutti i livelli, cercano con insistenza il mafioso per trarne i vantaggi desiderati». Anche i vescovi siciliani sono da tempo preoccupati per le proposte della nuova mafia, sempre pronta a offrire, mediare, prospettare successi e potere: «Occorre una nuova evangelizzazione per liberare la nostra terra dal bubbone antiumano e antievangelico, antisociale e antiecclesiastico della mafia», è stato l’auspicio ribadito più volte.

Cosa fare? Il dibattito, a livello sociale, culturale ed ecclesiale si è fatto complesso, attorno a tesi che troppo di frequente sembrano inconciliabili. L’Università di Palermo ha provato a esaminare le posizioni sul campo, partendo proprio dall’approccio della Chiesa nei confronti del problema mafia. L’attenzione si è concentrata sul lavoro dei parroci. E i risultati fanno già discutere. Secondo il gruppo di lavoro istituito alla facoltà di Scienze della formazione, sarebbe addirittura l’80 per cento dei parroci palermitani ad avere seri dubbi su come affrontare la questione mafia. L’unica certezza diffusa, sancita da un altro 80 per cento, sembra essere quella sui "collaboratori di giustizia": bocciati, perché «calcolatori e opportunisti», «desiderosi di vendetta», «strumento di uno Stato debole e incapace», talvolta anche «strumentalizzati dai magistrati». Eccolo, l’ultimo punto di frattura nell’antimafia, sul concetto di pentimento: da una parte i sacerdoti, dall’altra i magistrati. Il dibattito è aperto più che mai.

A condurre l’analisi su Chiesa e mafia è stato un gruppo di lavoro composto da Alessandra Dino, docente di Sociologia giuridica e della devianza, da Anna Maria Milito, che insegna Statistica, e dallo storico della Chiesa Francesco Stabile, già postulatore della causa di beatificazione per don Pino Puglisi. Il campione delle interviste è rappresentato dal 20 per cento dei parroci della diocesi di Palermo, scelto in maniera omogenea per fasce d’età e zone. Non è stato davvero facile portare a termine il lavoro: il 30 per cento degli intervistati si è rifiutato di rispondere, avanzando le giustificazioni più diverse. Eccone alcune: «Scarso interesse per il tema», «problemi di salute», «difficoltà nel rispondere alle domande del questionario», «problemi di tempo» e/o «personali».

Per la prima volta, comunque, è nata una ricerca che si propone di essere scientifica sul percorso della Chiesa siciliana. Intanto, sono già passati 12 anni dalla morte di padre Pino Puglisi, "3 P", ucciso da Cosa Nostra per il suo impegno pastorale. Quasi tutti gli intervistati riconoscono nel martire della chiesa di Brancaccio l’esempio principale da seguire (per la cronaca, il tre per cento ritiene che Puglisi sia stato «poco prudente», il 3 per cento non lo conosce e il 3 per cento ha «qualche dubbio»). Il 56,5 per cento dei parroci intervistati ritiene che la Chiesa siciliana dovrebbe fare molto di più sulla questione mafia. Così nello specifico: il 41 per cento «riconosce che sono stati fatti molti passi avanti anche se l’impegno non appare ancora del tutto adeguato, per cui occorrerebbe una pastorale meno accomodante e una revisione dei modelli catechetici attualmente proposti»; il 3 per cento ha risposto che «la Chiesa dovrebbe essere più esplicita nel condannare il fenomeno mafioso salvando l’uomo»; il 12,5 per cento sostiene che «mancano interventi specifici della Chiesa a livello culturale».

Da dove ripartire? I parroci, hanno risposto per un’ora alle 28 domande del questionario. E il risultato, non su un concetto astratto di Chiesa ma sugli stessi sacerdoti, è stato non proprio incoraggiante, almeno nell’interpretazione dei ricercatori di Palermo. «Parroci disattenti rispetto al problema mafia», il 20 per cento; «parroci incerti e confusi», fra il 60 e il 65 per cento. Solo il 15 per cento «ha piena consapevolezza della specificità del problema mafia» e «indica un intervento della Chiesa in sinergia con lo Stato». Commenta in proposito padre Stabile: «Bisogna analizzare con cura le risposte, che possono dar luogo a svariate considerazioni. Se da un lato è emersa una diversa conoscenza del tema da parte dei parroci, dall’altro nessuno ha mai mostrato di essere caduto nell’equivoco della mafia tornata a essere buona. La mafia viene sempre connotata negativamente. Non bisogna dimenticare che dietro le spalle di quei sacerdoti ci sono il Papa e i vescovi, che hanno detto parole chiare contro il fenomeno mafioso». Padre Stabile offre una sua lettura anche sulle considerazioni critiche riservate dagli intervistati alla magistratura: «Non devono essere lette univocamente nell’accezione negativa», dice, «dalle risposte emerge infatti l’esigenza di non confondere il ruolo della Chiesa con quello della magistratura, per evitare qualsiasi appiattimento».

Resta il fatto che la maggior parte dei parroci palermitani viene classificata nella categoria degli «incerti-confusi», che si caratterizza «per la scarsa precisione e per una certa ambiguità nell’affrontare il tema mafia; prevale una certa mancanza di coerenza, un’approssimazione e una prefigurazione di soluzioni di intervento non adeguate. C’è attenzione al problema mafia, alle sue origini e alle sue ricadute culturali, che però porta a invocare semplicemente la necessità di un maggiore impegno nella predicazione e nell’educazione dei giovani».

[Per leggere l’articolo completo cfr. link in fondo – Red.]

 


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