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 Dall' Italia

04 Marzo, 2005
S.A.R. Luigi XVI Re di Francia *Dichiarazioni spontanee* (di M. Travaglio)
la mia qualità di Sovrano di Francia per diritto divino mi impedisce di abbassarmi a interloquire con Voi, giudici, che al massimo avrete vinto un concorso eppure, inspiegabilmente, pretendete di processare un Unto come se fosse un quivis de populo

LUIGI XVI – DICHIARAZIONI SPONTANEE

Signor Presidente, Signori della Corte, Avvocati dell’Accusa e della Difesa,

la mia qualità di Sovrano di Francia per diritto divino mi impedisce di abbassarmi a interloquire con Voi, giudici, che al massimo avrete vinto un concorso eppure, inspiegabilmente, pretendete di processare un Unto del Signore come se fosse un quivis de populo. Luigi Capeto lo dite a qualcun altro: io sono Sua Maestà Luigi XVI, Re di Francia per diritto divino e volontà della Nazione. Vi avverto subito, pertanto, che non riconosco la vostra autorità a giudicarmi. E che, nella malaugurata ipotesi che vi colga la tentazione di pormi qualche domanda, mi avvarrò della facoltà di non rispondere. Mi limiterò pertanto, a parte quello che vorranno sostenere gli avvocati difensori della Corona, a rendere dichiarazioni spontanee.

Fu un grave errore e una grave mancanza di autostima da parte mia, 213 anni fa, accettare di degradarmi al livello dei vostri predecessori e rispondere alle loro inutili domande, riconoscendo così implicitamente il diritto della Convenzione a giudicare la Mia Maestà in violazione della divisione dei poteri, ed evitando di denunciare l’ingiusto processo a mio carico. Un processo istruito da una Convenzione che assommava in sè i poteri di parlamento, di governo, di pubblica accusa e di tribunale inappellabile. Un processo persecutorio, con una sentenza già scritta dai miei nemici politici, frutto di una giustizia giacobina e di una persecuzione giudiziaria ad opera di toghe politicizzate mosse soltanto dal desiderio di sovvertire la sovranità popolare e la volontà divina di ribaltare il mio governo. Un governo che stava mietendo grandi successi e si accingeva a battere il record di longevità del mio predecessore Luigi XIV. Per questo, innocente, fui condannato alla ghigliottina.

In questi 213 anni di Purgatorio ho riflettuto a lungo sugli errori commessi allora, e non intendo ripeterli. Per meglio preparare la mia nuova autodifesa in questo processo-bis, ho chiesto e ottenuto dal Padreterno di poter tornare per qualche settimana sulla terra, per la precisione in Italia, in una reggia che nulla avrebbe da invidiare a Versailles se non fosse per un orrendo mausoleo in stile egizio nel bel mezzo del parco. Lì ho potuto consultarmi con un mio illustre collega statista, anche lui Unto del Signore, che ha subìto una dozzina di processi ma, diversamente da me, è sempre riuscito a farla franca, tant’è che ancora regna e governa. Il brillante e fortunato collega Unto, che voglio qui ringraziare di cuore, mi ha messo a disposizione alcuni dei suoi numerosi avvocati, che lui -grazie ai progressi del diritto romano- è riuscito a far eleggere in Parlamento affinchè approvassero leggi che di fatto abolivano i suoi processi. Cosa purtroppo impensabile ai tempi miei: se mi fosse stata concessa nel 1792, avrebbe rivoluzionato la storia della Francia e soprattutto avrebbe risparmiato la mia augusta testa coronata. L’amico italico mi ha anche insegnato alcuni concetti e parole moderni, nonchè alcune tecniche di conservazione e imbalsamazione, grazie alla più moderna chirurgia plastica, per mascherare la mia età ormai decisamente avanzata e sopperire all’usura di questi due secoli.

La sua consulenza è stata assolutamente gratuita. In cambio, l’Unto ha preteso soltanto tre cose: 1) che gli cedessi gratuitamente i diritti televisivi sulla mia eventuale esecuzione–bis; 2) che lo chiamassi Sua Altezza, condizione quest’ultima che ho accettato di buon grado, anche se mi riusciva particolarmente difficile per banali motivi legati alla sua statura; 3) che gli dicessi in anteprima quale sarà la sua destinazione nell’Aldilà, e questo è stato il compito più arduo da assolvere, visto che ho dovuto comunicargli che finirà all’inferno, e per giunta farà la spola fra il girone dei superbi e quello dei bugiardi, costretto per giunta dal contrappasso a strapparsi i pochi capelli rimasti e a dire sempre la verità.

Ho anche scoperto che la sua concezione della giustizia, che lui ritiene liberale, è in realtà la quintessenza del giacobinismo: lui vuole la pubblica accusa nelle mani del governo, proprio come Robespierre, Saint-Just e Danton al mio processo, la cui sentenza mi fu poi notificata direttamente dal ministro Garat. Ho tentato di farglielo capire, di spiegargli che se fossi stato giudicato da una magistratura indipendente come quella che c’è oggi in Italia, che non prende ordini dalla maggioranza parlamentare, avrei portato a casa la pelle, e soprattutto la testa. Perchè io ero innocente, io. Ma lui non capiva: diceva che, visto che governa lui, la pubblica accusa dovrebbe fare capo a lui, e possibilmente anche il collegio giudicante. Sebbene viva nel 2005, ha una concezione della separazione dei poteri che sembra antiquata e assolutistica persino a un uomo del 700 come me. Se lo raccontassi a Montesquieu, gli rovinerei le gioie del Paradiso per l’eternità.

A un certo punto m’è venuto addirittura il dubbio che lui si ritenga colpevole, anche perchè non è accusato di delitti politici, come il mio presunto alto tradimento, ma di reati comuni. Ma, per dovere di ospitalità, ho preferito non approfondire.

Ecco: queste mie dichiarazioni spontanee sono liberamente ispirate a quelle da lui rese un paio d’anni fa dinanzi al Tribunale di Milano che, diversamente dalla Convenzione di Parigi trasformatasi in tribunale rivoluzionario, non potè porgli nemmeno una domanda. Parlò solo lui. Riuscì persino a pronunciare una frase che io nemmeno avevo immaginato di poter dire: "Tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, ma io sono più uguale degli altri". E i giudici zitti. Che scena memorabile dev’essere stata.

Intendo dunque aprire queste mie dichiarazioni spontanee ripetendola pari pari: "Touts les citoyens sont égales, mais moi je suis plus égale des autres".

Ricorderò, ai fini della valutazione delle attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti (altro istituto molto in voga nell’Italia di oggi, che vi raccomando di recepire), la mia infanzia difficile. Fin da bambino i miei istitutori mi rammentavano i successi del Re Sole, la cui figura mi schiacciò provocandomi indelebili complessi di inferiorità. A 11 anni ero già delfino, a 16 già mi imponevano di sposare Maria Antonietta, giovine graziosa, per carità, ma di facilissimi costumi. Appena salito al trono, ereditai dai sovrani precedenti un buco finanziario spaventoso e un’economia stagnante che tentai di risollevare con una politica di riduzioni fiscali. Diversamente dal mio amico italiano, però, io le tasse volevo farle pagare ai ricchi per alleggerirle ai poveri, mentre lui mi assicura che bisogna fare il contrario. Ma un’opposizione conservatrice, disfattista e pessimista mi costrinse a licenziare ben tre ministri delle Finanze creative, i brillanti Turgot, Necker e Calonne, con una serie di rimpasti che indebolirono il mio governo, costringendomi alla fine a varare un Luigi XVI-bis, purtroppo durato pochino. Analogamente a quanto accaduto al mio amico italiano, perseguitato dal buco del governo precedente e da una serie di eventi infausti, anch’io fui vittima della jella. Il destino cinico e baro si accanì contro la mia Francia a colpi di crisi commerciali e manifatturiere, che provocarono rivolte urbane, a cui si unirono i contadini colpiti dai cattivi raccolti e dalle conseguenti carestie. Anch’io insomma fui vittima di una congiuntura internazionale, cui si aggiunse la propaganda delle opposizioni disfattiste e pessimiste, che tendevano a dipingere la situazione molto più nera di come in realtà fosse, convincendo i francesi di essere molto più poveri di quanto in realtà non fossero (l’amico italiano, con un geniale neologismo, la chiama "povertà percepita"). Poi ci si mise pure quel genio di mia moglie, con la celebre frase: "Se non hanno pane, mangino brioches", subito peraltro equivocata ed enfatizzata dalle solite gazzette, per l’85 per cento in mano a giornalisti ostili. In realtà, quella era la parafrasi maldestra di uno dei punti qualificanti del mio nuovo programma di governo, "Più brioches per tutti". Pazienza, ormai è andata così. Anche il mio amico mi dice che ha problemi con la sua signora, che di tanto in tanto rilascia incaute dichiarazioni alla stampa. A dimostrazione del fatto che certe presunte "conquiste" dell’egualitarismo illuminista han fatto più danni che altro.

Nell’ultimo periodo, mentre le gazzette e i libelli satirici mi mettevano alla berlina dipingendomi come un inetto, un nano, il capo di una banda di furfanti e financo un cornuto, e mentre le opposizioni soffiavano sul fuoco del malcontento, la borghesia si saldò con i ceti popolari chiedendo un segnale di discontinuità. E io, che in fondo ero un re operaio, un re artigiano, un re commerciante, un re contadino, insomma un roi citoyen, nel 1788 fui ben lieto di convocare gli Stati Generali. Lì, per somma ingratitudine, mi piovve sulla testa una valanga di cahier de doléances, altro sintomo tipico del disfattismo delle opposizioni, mentre gli Stati si trasformavano in Assemblea nazionale costituente, invocando una riforma costituzionale. Io ero favorevole, ho sempre avuto il pallino della grande riforma. Ma non ero bravo a comunicare. Così mi barcamenai fra il bastone e la carota, e arrivò il 14 luglio, che da noi rappresenta la presa della Bastiglia del 1789, mentre in Italia ricorda un decreto del 1994 che sortiva lo stesso effetto: spalancava le porte delle carceri, anche se nel 1789 francese uscirono i poveracci, mentre nel 1994 italiano uscirono i ricchi.

Moi, le roy citoyen, l’unico vero ami du peuple, aruspici e indovini alla mano accettai tutto ciò che il popolo mi chiedeva: cominciai ad abolire la servitù, ammorbidii i rigori del codice penale, concessi i primi diritti di libertà, lasciai Versailles per traslocare alle Tuileries e firmai addirittura la Costituzione, giurandole fedeltà, accettando limitazioni al mio potere assoluto e rinnovando il mio patto di fedeltà con i francesi. Anche stavolta, purtroppo, pagai la mia scarsa abilità di comunicazione. Avessi avuto già allora al fianco il mio odierno consulente, avrei convocato uno dei miei servi travestito da falso notaio e in sua presenza avrei firmato sulla pubblica piazza di Parigi un Contratto con i Francesi, buggerandoli per altri dieci anni. Invece l’unica trovata che mi venne in mente spontaneamente, prevenendo i consigli dell’amico italiano, fu di tentare di pagare un buon numero di deputati: solo che io non ci riuscii, mentre lui mi ha detto che è corrompere un gioco da ragazzi. E questo è l’unico reato, peraltro bagatellare, che riconosco di aver compiuto. Un finanziamento non registrato, ecco tutto, peraltro soltanto tentato e comunque abbondantemente coperto dalle successive amnistie.

Per il resto, non c’è una sola accusa di quelle che mi vengono mosse che stia in piedi.

Mi si accusa di aver represso nel sangue i moti di piazza, cosa assolutamente non vera: era mio dovere di sovrano tutelare l’ordine pubblico, e se qualcuno trova da ridire sulle mie repressioni, dia un’occhiata a quel che è avvenuto nella democratica Italia, a Napoli nel 2000 e a Genova nel 2001. Al confronto, la Parigi del Terrore gli sembrerà una delizia.

Mi si accusa di aver consentito l’oltraggio della coccarda nazionale nel corso di un’orgia, mentre non ho mai fatto nulla del genere. Il mio amico italiano mi ricorda che un suo ministro ha dichiarato che lui, con la bandiera italiana, svolge funzioni igieniche, e non è successo niente.

Mi si accusa di essere fuggito con la mia famiglia, nel 1791, quando fummo fermati nella foresta di Varennes. Ma quella non era una fuga: era il 21 giugno, faceva caldo, e avevamo deciso di rilassarci un po’ con un innocente pic nic fuori porta. Quel giorno si consumò il primo caso di manette facili, un fenomeno di abuso della custodia cautelare che duecento anni dopo avrebbe avuto purtroppo un triste seguito. Il mio amico italiano mi ha detto che lui, a ogni fine settimana, si reca in una delle sue numerose ville, e nessuno s’è mai sognato di accusarlo di fuggire, nè tantomeno l’ha mai arrestato, anche perchè lui ha l’immunità parlamentare, che io purtroppo non avevo. Pare che in quelle ville lui effettui di tanto in tanto dei lavoretti abusivi, e nemmeno di quelli gli viene chiesto conto perchè in Italia hanno un istituto altamente civile: il segreto di Stato, che purtroppo io non potei invocare ai miei tempi.

Mi si accusa di aver intrattenuto rapporti epistolari e finanziari con i controrivoluzionari in Vandea e all’estero, ma io contesto l’autenticità di quelle carte e di quei presunti bonifici, peraltro fatti filtrare sulle gazzette ostili in violazione del segreto istruttorio per alimentare il solito circuito mediatico-giudiziario e allestire una giustizia di piazza che mi considerava colpevole prim’ancora della sentenza; ma soprattutto contesto la legittimità delle rogatorie con cui ci sono state trasmesse da paesi stranieri e chiedo che vengano cestinate. Io non ci volevo credere, ma mi hanno detto che in Italia si può. Pare esista addirittura una legge.

Mi si accusa di aver tramato con la corte austriaca perchè muovesse guerra alla Francia. Ma quale guerra, piano con le parole: quella non era una guerra. Si sparava, è vero. Ma era una missione di pace.

Mi si accusa infine di aver ispirato e finanziato le presunte trame dei miei due fratelli minori emigrati, il conte di Artois e il conte di Provenza, con i fuorusciti controrivoluzionari per propiziare una rivolta della Bretagna, e qui, mi si consenta, davvero si esagera. Fermo restando che anche queste rogatorie vanno cestinate, che cosa ne so io di quel che fanno i miei fratelli, minori sì ma maggiorenni e vaccinati? Su questo punto il mio amico italiano è stato particolarmente comprensivo e prodigo di consigli: pare che lui abbia un fratello minore. Ogni volta che lui ne combina qualcuna un po’ grossa, il fratello finisce in galera e sotto processo. Ma nessuno ha mai insinuato che i due si parlino e concordino alcunchè. D’altronde, a che servirebbe avere dei fratelli minori se poi non si può nemmeno scaricare su di loro qualche presunta colpa?

Signori della Corte, non mi dilungo oltre nei dettagli di queste accuse assurde, infondate e oltraggiose per il mio status e la mia persona. Questa Corte non ha alcuna legittimità a giudicarmi, essendo io Sovrano per diritto divino e per giunta coperto dall’immunità, cioè dall’inviolabilità prevista dalla Costituzione del 1791. Io posso essere giudicato soltanto dai miei pari. E dato che in tutta la Francia di allora e nella Francia di oggi non esiste nessuno che sia pari a me, non posso essere giudicato da nessuno. Una mia eventuale condanna, come quella della volta scorsa, sarebbe un colpo di Stato delle toghe politicizzate e giacobine, per sovvertire la volontà popolare, che, come mi garantiscono i miei aruspici, mi vuole di nuovo sul trono con una percentuale del 98 per cento. Inutile, a questo punto, che i girondini reiterino la richiesta di un appello dinanzi al popolo. Sarebbe un inutile dispendio di tempo e di risorse: quello che vuole il popolo lo decido io.

Dei tanti preziosi consigli avuti in Italia, ne tralascio soltanto uno: quello di tentare di corrompere la Corte. Anche perchè i miei avvocati non hanno conti all’estero e io non posseggo fondi neri (pratiche, queste, assolutamente vietate non solo in Paradiso, ma anche al Purgatorio e all’Inferno). Se però i signori giudici gradissero qualche orologio d’oro massiccio, ne ho casualmente qui alcuni esemplari per la bisogna. E se il signor Robespierre, così brillante e telegenico, volesse un posto di presentatore in televisione, ho qui una lettera di assunzione con la cifra in bianco.

Per il resto, in subordine all’assoluzione e alla insindacabilità, chiedo l’annullamento di questo processo in base al principio del "ne bis in idem", che prevede l’impossibilità di giudicare per due volte lo stesso imputato per gli stessi fatti, sia pure con codici differenti.

In ulteriore subordine, ricuso il Tribunale di Torino, città nella quale fino a un secolo fa si parlava più il francese che l’italiano ed è quindi sospettabile di un fumus persecutionis analogo a quello del Tribunale parigino: chiedo pertanto la trasmissione degli atti al Tribunale di Vandea o di Coblenza.

In ulteriore subordine, intendo sollevare la legittima suspicione nei confronti di tutti i giudici italiani che, in quanto repubblicani, sono tutti sospettabili di grave pregiudizio nei confronti della Mia Maestà: voglio essere giudicato da una corte monarchica.

In ulteriore subordine, intendo denunciare il qui presente Maximilien Robespierre alle Procure di Brescia e di Perugia per aver manipolato le prove, fabbricandone di false e nascondendole in un fascicolo segreto. Non ho ben capito perchè proprio Brescia e Perugia, ma mi è stato suggerito di fare così.

In ulteriore subordine, chiedo l’estinzione del reato per morte del reo, cioè del sottoscritto.

In ulteriore subordine, chiedo la concessione delle attenuanti generiche in virtù delle mie condizioni di vita personale e sociale, e la conseguente prescrizione dei reati a me addebitati, essendo stati commessi oltre 200 anni fa ed essendo usanza di questo paese abbondare con le attenuanti generiche per i potenti. E’ vero che un conto è l’assoluzione e un altro la prescrizione: ma mi hanno spiegato che in Italia, quando c’è di mezzo un potente, la stampa tende a confondere le due cose.

In ulteriore subordine, chiedo l’elezione immediata dei miei tre avvocati al Parlamento perchè possano provvedere al più presto all’abrogazione dei miei reati dal Codice penale con una legge Salva-Luigi.

Ho concluso.

S.A.R. Luigi XVI Re di Francia

 


       


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