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 Lettere a WL

04 Marzo, 2005
Se tornasse il Partito Popolare di Stefano Facchi
Anche per quelli come me che non vi hanno aderito, il processo che ha portato alla nascita della Margherita ha rappresentato un momento importante ma, soprattutto, una speranza nel panorama della politica italiana.

Anche per quelli come me che non vi hanno aderito, il processo che ha portato alla nascita della Margherita ha rappresentato un momento importante ma, soprattutto, una speranza nel panorama della politica italiana.

Non era difficile, infatti, cogliere in quel percorso di unione, di amalgama tra partiti e storie diverse (dai popolari, all’asinello, a rappresentanti di una "intellighenzia" difficilmente imbrigliabile nelle fila di un partito), il primo, grande passo in avanti verso la nascita dell’Ulivo, inteso come il luogo, il punto di incontro di tutti i partiti del centro sinistra, da Italia dei Valori ai Verdi e PdCI, ma anche degli eletti, delle associazioni, dei cittadini organizzati nei movimenti o nel mondo del volontariato: luogo dove ognuno, rinunciando ad un pezzettino della propria sovranità, si sarebbe sentito più forte, parte di una grande coalizione.

Tutto questo era reso ancora più credibile dal fatto che a guidare questo progetto fosse Francesco Rutelli che, dal momento della sua investitura a candidato premier del 2000, aveva saputo far partire una campagna elettorale assolutamente nuova, capace di unire e mobilitare migliaia di persone con i Comitati Rutelli insieme ai partiti.

Rutelli che è riuscito, con tenacia, a superare scogli pericolosi come le paure della classe dirigente proveniente dalla vecchia D.c., portando una parte importante del centro sinistra italiano fino al congresso di Parma, che ebbi modo di seguire con emozione.

Una Margherita, quindi, fortemente ulivista: primo momento di coalizione, lievito unitario dentro alla coalizione dell’Ulivo.

Con questa spinta propulsiva, con questo orizzonte, la Margherita si è presentata agli elettori, raccogliendo un consenso che è andato ben oltre quanto, pur significativo, aveva fino ad allora raccolto il Partito Popolare.

Oggi il quadro si presenta molto diverso e, per quanto mi riguarda, la spiegazione non è poi tanto difficile.

A me pare di poter dire che, paradossalmente, è stato proprio lo stesso congresso di Parma a rappresentare la svolta: anziché viverlo come un punto di partenza di un lavoro di contaminazione e di amalgama delle varie anime, anziché pensarlo come il primo passo verso la costruzione di qualcosa di veramente nuovo nel panorama della politica del nostro paese, lo si è inteso come un punto di arrivo, come la possibilità di mettere sul tavolo della politica un partito un po’ più forte, seppure diviso al suo interno tra anime che non sono mai riuscite ad andare oltre il semplice parlarsi e si sono limitate a tollerarsi o garantirsi spazi.

Stiamo quindi assistendo ad una preoccupante involuzione: dal processo di coalizione si cammina a ritroso verso quelle forme che si dichiarava di voler superare.

Adesso si sente parlare di "orgoglio di partito" e, soprattutto, si vede riemergere, in controluce, il profilo del Partito Popolare, il suo linguaggio (si bollano i partners di Uniti nell’Ulivo come comunisti ed ex comunisti, li si accusa di egemonia culturale, si strizza l’occhio a Casini…).

Dall’esterno si coglie l’immagine di un leader il quale, per rimanere tale (avendo sì qualche idea, ma zero tessere), deve poggiarsi sulla struttura esistente, saldamente nelle mani di altri, pagando pegno e diventando, come spesso accade, più realista del re.

Rimane una domanda: siete proprio sicuri che la Margherita, una volta che si presenti agli elettori con l’orgoglio di partito al posto dello spirito di coalizione, oltre a riassumere su se stessa le sembianze del vecchio Partito Popolare, non sia destinata ad avviarsi verso le non esaltanti dimensioni elettorali dello stesso?

Ve le ricordate?

Che il gruppo dirigente, a grande maggioranza, abbia scelto la linea di rottura è fuori discussione e fa bene Rutelli a dire che in democrazia le cose funzionano così: sarà però interessante verificare, nel prossimo futuro, quanto questo gruppo dirigente rappresenti davvero un elettorato ed una base che mi paiono, almeno nella realtà che vivo di persona, su lunghezze d’onda ben diverse, soprattutto per quanto riguarda l’Ulivo.

A quell’elettorato ed a quella base bisognerà rivolgersi perché, insieme, si possa ragionare sul futuro, e bisognerà farlo senza imbarazzi e, soprattutto, senza la paura di compiere invasioni di campo: il livello della posta in palio e la consuetudine al confronto politico autorizzano ed anzi richiedono un percorso di confronto senza fronzoli ed ambiguità.

Non so indicare, oggi, quale potrà essere il risultato, ma so per certo che non si può, per noi ulivisti, astenersi dal combattere questa battaglia.

Stefano Facchi

 


       


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