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 Economia

04 Marzo, 2005
Crisi economica: che cosa fare?
A livello nazionale il declino e l'irresponsabilità governativa; a livello internazionale l'aumento della disparità di sviluppo sociale.

Diceva Otto Von Bismarck "La politica non è una scienza esatta" e forse aveva ragione. La politica economica, invece, è una scienza sociale, costituita da diverse teorie e da diverse impostazioni che riguardano il governare il patrimonio di una comunità, le cui scelte determinano per conseguenza determinati aspetti che inferiscono sulla conduzione sociale e sulla comunità. Quindi l'economia non potrà definirsi scienza esatta, a laboratorio, ma di certo potrà essere definita come scienza sociale che può essere prevedibile se si ammettono determinati criteri teorici. Confucio, diceva "Chi non fa economie, andrà in agonia", e sembra in questi giorni drammaticamente avverarsi questa citazione del celebre filosofo cinese nell'ambito nostrano. L'export italiano registra un grave rallentamento e indietreggiamento e la produzione industriale registra un poderoso declino. Il deficit nella bilancia dello stato è incrementato e attacca le difese minime che sono del sistema italiano: nel campo degli scambi con l'estero ammonta a oltre 4,5 miliardi di euro, a differenza di una più contenuta somma di 865 milioni di un anno fa. Ebbene a chi dare la colpa di questo disastro? Noti economisti, certamente non di fede progressista, Modigliani in primis, come cassandre avevano preannunciato l'avvento di questo declino miserevole del nostro Stato: e come Troia fu distrutta e occupata, così l'apparato economico-finanziario e industriale del Paese si trova in uno stato di agonia e comatoso. E' vero la Cina dirompe a livello internazionale e i prezzi sono competitivi, in quanto i costi di produzione sono a dir poco maggiormente contenuti, ma questo "pericolo giallo", come alcuni nell'attuale magioranza solgono dire con spocchia e con una vena di razzismo medioevale, proponendo addirittura il ripristino di dazi e gabelle ai confini contro "il barbaro invasore", era già prevedibile se proprio quelli che adesso sostengono di essere vittime di questo tsunami commerciale internazionale ieri sostenevano a spada tratta l'entrata del sub-continente asiatico nell'Organizzazione Mondiale del Commercio. La produzione italiana, infine, è decentrata ampiamente in questo contesto produttivo cinese, come in tante altre nazioni dove vige la totale assenza di costo del lavoro, mancando le garanzie necessarie e sufficienti per assicurare agli operai una certa vita dignitosa e alcune certezze del proprio futuro sociale. Questo elemento influisce pesantemente sulla bilancia delle importazioni, come assicura la vicenda della FIAT e il crollo vertigionoso delle vendite e della produzione della grande casa industriale italiana. La situazione italiana è in declino, abbandonando citazioni pessimistiche e catastrofiche, ma rimanendo nella consapevolezza della realtà e della considerazione della contingenza socio-economica presente.

Ma, quindi, di chi è la colpa di questo disastro definirei epocale e ciclico, visto il ripetersi di crisi passate? Non c'è una colpa singola, anche se bisogna gravemente denunciare l'assenza di provvedimenti governativi, soprattutto in tema di calmieramento dei prezzi, vista l'impennata inflazionistica: un omissis è questo atto che rappresenta la totale asenza di responsabilità politica dell'attuale esecutivo e dell'attuale maggioranza di centrodestra; un omissis aggravato, infine, dalla sconsideratezza e dalla superficialità offensiva del sentimento comune di dignità di un premier che invita i consumatori ad autogestirsi nelle spese e a non scegliere beni il cui prezzo risulta essere troppo elevato. La colpa è certamente di un governo che incita e non penalizza l'evasione fiscale, nonostante le miti frasi di un ministro che parla di lotta all'elusione fiscale: un esecutivo che promuove i condoni fiscali ed edilizi, con devastanti ripercussioni sul sistema complessivo socio-economico dello stato; un governo che taglia l'Irap e che determina la chiusura di rubinetti che consentivano agli enti locali un lauto rifornimento economico e monetario da investirsi nel campo della spesa sociale; un governo che legittima il rientro dei capitali dall'estero senza penalizzare gli autori che hanno escogitato trasferimenti illegittimi nei cosidetti paradisi fiscali mondiali.

Ma, ripeto, la colpa non è riscontrabile in una voce singola, ma afferisce a un'analisi più complessa ed elaborata della questione. Da tempo, ormai, siamo in preda di un ritorno della vecchia teoria liberista del "lasciare fare" di Smith, ossia della fiucia somma riposta nelle capacità taumaturgiche del mercato libero e nell'abbandono totale di qualsiasi controllo proveniente dallo stato o da una "mano" che dall'esterno riesca a equilibrare gli scompensi dell'andamento anarchico dell'economia di mercato. Le privatizzazioni di enti che erogano servizi di utilità sociale, le politiche salariali ridotte a mera conseguenza economica dell'andamento produttivo e industriale e il totale abbattimento della modalità della "golden share", ossia della partecipazione dello stato nell'amministrazione di settori nodali produttivi del sistema Paese, hanno consentito l'avvento di una situazione socio-economica in cui si presentassero quelle contraddizioni tipiche dello sviluppismo neoliberista, costituito da diminuzione del potere d'acquisto, aumento delle speculazioni finanziarie e trasformazione dell'economia basata sulla produzione materiale di beni in economia finanziaria basata sulle transazioni di mercato monetario e astrattamente guidato da oligarchie di potentati. E' vero che si consegue da tutto questo andamento una sorta di vero e proprio generale contenimento dei redditi e di un aumento sconsiderato delle rendite fiscali di una minima parte dell'entourage industriale e del popolo degli azionisti.

Come poter uscire da questo impasse devastante? Non credo che una ricetta chiara e unica possa essere riscontrata e riscontrabile, essendo l'economia una scienza sociale e, quindi, soggetta alle vicissitudini politiche e congiunturali internazionali e nazionali, ma certamente dei criteri per reperire una politica economica del cambiamento sono alquanto necessari, urgenti da essere trovati e reperiti. Il governo attuale è totalmente incapace di risollevare la situazione, da esso stesso aggravata con un'assenza imperdonabile di strategie economiche sostenibili e con la presenza di una incredibile e perniciosa politica della creatività finanziaria e dei tagli e ricerca di fondi con misure e tramite canali roccamboleschi.

Come uscire da questa situazione, quindi? Penso che una ricetta unica non ci sia in senso di assicurabilità di sicurezze e certezze in ambito delle conseguenze politico-economiche derivanti dalla medesima, ma penso che occorra quanto mai affrontare una scelta che in questo campo possa determinare un inizio di inversione di tendenza degli "scriteriati" criteri seguiti dall'attuale compagine di governo e seguiti negli anni precedenti a livello nazionale, su influsso delle mode internazionali e globali. Quindi rivoltare totalmente le basi che hanno dato origine a questa situazione di grave crisi irreversibile, di recessione economica di forte entità, con devastanti conseguenze economiche e sociali: considerando l'assenza totale di politica economica di un governo che propone il niente nel vuoto assoluto e imperdonabilmente irresponsabile, dobbiamo fronteggiare la situazione proponendo in futuro, alla scadenza di questo manipolo di inerti e deleteri amministratori, canali differenti di sviluppo e di progresso sociale e collettivo.

Occorre, quindi, rifarsi con grande determinatezza alla teoria che è stata abbandonata da decenni in soffitta e che, nel periodo in cui fu applicata in Italia portò a dati di riglio economico e sociale influente altamente sul benessere sociale: sto parlando del neo-keinesismo. Un keinesismo rinnovato che punta altamente sulla capacità di acquisto e sulle politiche salariale redistributive e sugli investimenti finalizzati al raggiungimento di un miglioramento delle condizioni sociali ed economiche della collettività: come spiega bene l'economista Bressani Turroni.

La redistribuzione del reddito, tramite una politica di aumento dei salari e di incremento delle sicurezze sociali e una diminuzione dell'orario di lavoro, acconsentirebbe un incremento della capacità di acquisto e di benessere delle famiglie disposte a investire e a garantire una sollevazione della linea di condotta dei consumi. Le agevolazioni economiche e il sostegno nella fase di aviamento di un settore industriale e produttivo, nonche l'aiuto fiscale negli investimenti in ema di innovazione tecnologica e produttiva, e in materia di ricerca scientifica applicata acconsentirebbero conn grande determinatezza a migliorare la qualità dei prodotti e a divenire competitivi sul mercato internazionale delle imprese e delle industrie italiane. Infine itornare alla politica dell'interventismo economico e relativizzare ogni possbile pericolo devastante, derivante dalla fallimentare politica del lasciar fare di francese memoria commercialistica: un aumento della golden shae, ossia della presenza partecipativa dello stato, del pubblico, chiamamolo con questa dizione, atta a registrare cambiamenti di politica produttiva in base alle reali necessità sociali e collettive della cittadinanza e a garantire l'assorbimento di deformanti situazioni di clientelismo e di oligopolio o mopolio industriale favorente l'approvigionamento di risorse incrementanti la ricchezza di pochi a discapito del benessere collettivo.

Un dato è certo: le politiche dell'affarismo speculativo, di cui l'attuale compagine governativa è maestra, sono in totale crisi e stanno portando a livello internazionale e nazionale a un inviluppo complessivo delle condizioni umane di vita, a favore e a vantaggio di grandi potentati economici che sempre di più intervengono in campo delle scelte legislative, con dannose ripercussioni in termini sociali e geopolitici.

E' ora di cambiare la salsa di condimento delle scelte politico-economiche, rispolverando alcune teorie che dettero in passato buoni frutti: non voglio scadere in preconfezioni ideologiche, ma dico questo con spirito laico e scientifico. Dopotutto provae che cosa costa?

Alessandro Rizzo

 

 


       


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