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 Politica

04 Marzo, 2005
Enrico Letta a Milano.
«Ho tre idee forza, libertà (coniugata con la sicurezza),mobilità nella società e natalità, perché non volere bambini è negare il futuro»

L’intervista-videochat di Enrico Letta . Il testo riportato corrisponde in toto a quanto ha affermato all’incontro di lunedi scorso qui a Milano (articolo di Elisabetta Soglio in coda)

Segnalazione di Rosanna Tortorelli - Milano

VIDEOCHAT CON ENRICO LETTA

«Ho tre idee forza, libertà (coniugata con la sicurezza),mobilità nella società e natalità, perché non volere bambini è negare il futuro»

«Troppi due cattolici candidati nelle primarie? No, avete visto, appena siamo entrati nel merito le differenze sono subito emerse»

 

«La mia Italia? Libera, mobile e piena di figli»

 

«Maggioranze di nuovo conio? No, la maggioranza resta questa. Con i ministri della sinistra radicale lavoriamo bene»

 

«La discesa in campo di Veltroni è stata una accelerazione, ma non sono d’accordo con l’idea che dobbiamo essere alternativi»

 

«La competizione (corretta) non è un problema, anzi ci migliora tutti. Non dobbiamo averne paura»

 

«A Rosy dico: gli anni Ottanta non sono quelli dei paninari, ma di Delhors di Gorbaciov e della caduta del Muro»

 

 

 

Si presenta con tre parole chiave (libertà, mobilità, natalità) e con una “primaria delle primarie” Enrico Letta, candidato alla leadership del Pd. E rispondendo alle domande dei lettori e del direttore, Padellaro, in una videochat per l’Unità o nline (www.unita.it) rivendica l’importanza di una competizione che significa arricchimento, difende l’operato di questa maggioranza di governo (contro le possibili alleanze di nuovo conio di Rutelli), lodando anche l’operato dei ministri

 

della sinistra radicale e invita a uscire dal sistema dei partiti personali.

 

Scrive Domenico d’Agostino da Venezia: «Ho creduto che la competizione fra candidati del Pd fosse qualcosa di più serio e o nesto, piuttosto che un giro di visibilità. Sono stato costretto a svegliarmi». Si vede che c’è un po’ di malessere perché la competizione è un po’ troppo accesa. Qual è la sua impressione?

 

«La competizione è partita su questioni di merito e di regole. Si sono fatte una serie di riflessioni che portano a dire che non bisogna parlare di regole, ma di contenuti. Io con questa lettura ci vado a nozze, tanto è vero che l’appuntamento centrale della mia campagna sarà la 2 giorni del 14 e 15 settembre a Piacenza, tutta centrata sulle idee. Ma voglio sottolineare che una competizione interna a un partito che deve nascere mette al centro la questione: che tipo di partito vogliamo

 

fare? E questo chiama subito in causa le regole. Non sono un azzeccagarbugli, ma credo che questa riflessione sia giusta. Chi non vuole farla vuole portare avanti la storia di Ds e Dl, come sono. Invece dobbiamo inverarle in una modalità diversa per un partito che punta al 30%. Non siamo abituati in Italia a ragionare su contenitori ampi, ma si tratta di un tema tutt’altro che secondario, perché finora nessuno ha dato una risposta a questa questione».

 

Si notano due atteggiamenti. Il primo è quello della competizione per la leadership con dei candidati. Poi però, c’è chi crede, come Bettini che «indebolire Walter è autolesionistico». Come se ne esce?

 

«La competizione quando è virtuosa (e non a caso ho citato San Paolo: “Gareggiate nello stimarvi a vicenda”) rafforza tutti. È l’assenza di competizione che invece indebolisce tutti. Il Pd nasce dall’idea di trasformare la politica dal governo. Due parole che fanno entrambe tremare le vene ai polsi. Perché normalmente i cambiamenti avvengono su stimolo di chi è all’opposizione. Invece chi è all’opposizione è fermo da un anno a questa parte. Non s’era mai visto. E per di più la politica italiana è fatta da partiti personali, che sono il loro leader. E questo vale a destra, al centro e a sinistra. Sento molto forte la responsabilità doppia e tripla di riuscire a dimostrare che si può competere tutti per il Pd».

 

Gianpaolo scrive: «Sono un giovane ed entusiasta elettore del Pd. Quali sono le differenze tra lei e gli altri candidati alla leadership»?

 

«Ho individuato intanto una modalità di costruire il programma alla quale tengo molto. Ho deciso di proporre come appuntamento principale della campagna 2 giorni di discussione in cui chi verrà discuterà con me e con le persone che stanno lavorando sulla mia candidatura. Ho proposto alcune parole chiave. La parola libertà, perché ritengo sbagliato che il centrosinistra sia convinto si tratti di una parola che appartiene all’altro campo. È una parola che va declinata, intanto

 

sul tema della sicurezza. Dopo l’11 settembre è partito un film che tende a dire  che per avere più sicurezza si deve avere meno libertà. Dobbiamo invertire questa affermazione. Poi ci sono mobilità e natalità. La mobilità sociale dev’essere per il centrosinistra la parola chiave che ci deve unire. Significa che si devono aiutare tutti a seguire la loro vocazione, e non andare dietro alla via parentale al lavoro. Poi c’è il tema della lotta alla precarietà. Questa è la prima preoccupazione del Protocollo sul welfare di Damiano. Mobilità vuol dire anche mobilità fisica. E allora la sfida è come sviluppare una cultura delle grandi opere nel rispetto dell’ambiente e dei territori, capendo che dal territorio arrivano molte giuste sollecitazioni. La terza parola è natalità: mi colpisce molto che non colpisca. Molti mi accusano di portare avanti questo tema perché vengo dalla tradizione cattolica. Invece rivendico il fatto che si tratti di un tema globale, che deve interessare tutti. Non volere figli significa non volere futuro.

 

Restando sul lavoro. Paolo di Firenze sottolinea che non sono solo i giovani ad essere precari. Scrive: «Per un 50enne è drammatico: sono in ferie retribuite al 50%. In pratica, percepirò a settembre  700 euro, di cui 500 se ne vanno solo per l’affitto».

 

«La riforma del Welfare deve andare avanti affrontando il capitolo ammortizzatori sociali. L’Italia è ancora legata al modello della fabbrica fordista. Il Protocollo di Damiano comincia a svoltare. Ma bisogna aggiungere altre reti di protezione. Accanto alla Cassa integrazione dobbiamo trovare altre forme, la cui chiave deve essere la riqualificazione professionale per dare al lavoratore la possibilità di tornare nel mondo del lavoro con un Curriculum arricchito. Ma per questo servono risorse e un cambio di concezione».

 

Rosy Bindi ha polemizzato con lei sugli anni a80, che considera negativi perché sono stati l’incubatore del berlusconismo. Perché lei li difende?

 

«Non dobbiamo dare una visione provinciale, tutta italiana, degli anni ‘80. Gli anni ‘80 hanno trasformato il mondo. È caduto il muro, è finito l’Apartheid. Sono stati gli anni di Gorbaciov e del disgelo Io poi sono un europeista convinto, senza se e senza ma. Gli anni ’80 sono stati quelli di Delhors, dell’Erasmus, dell’Atto unico europeo. Vorrei che si pensasse a quegli anni in una dimensione globale, non limitandosi ai paninari».

 

Con Rosy Bindi venite dallo stesso partito. Riassumo varie domande che suonano così: sono proprio necessari 2 candidati che vengono dalla stessa radice politico-culturale?

 

«Come vede, affrontando i temi escono fuori delle differenze. La bellezza delle primarie è proprio che ognuno elabora la sua personalità, i suoi contenuti. È un arricchimento».

 

All’inizio si era pensato a un ticket Bersani-Letta, poi le cose sono andate diversamente. Approva la scelta di Bersani di non candidarsi anche viste le pressioni ricevute dai Ds?

 

«Io ho fatto un’altra scelta. Dopodiché l’amicizia e la stima sono tali che rispetto la sua decisione».

 

Pietro chiede: «Se dovesse arrivare secondo non pensa che dovrebbe spettare a lei il ruolo di vice, invece che a Franceschini che formalmente non si presenta, come accade spesso nelle primarie Usa?»

 

«Penso che il ticket abbia senso farlo dopo le elezioni. Ma non è un fatto automatico. I sondaggi di queste ore dicono che Hilary Clinton è in testa, ma non credo sia chiaro con chi farà il ticket. Dario e Walter hanno fatto un’ altra scelta: la rispetto, anche se io ho deciso di fare in altro modo proprio per rendere più aperta e libera la competizione».

 

Molte domande sono arrivate su Berlusconi. Scrive per esempio Mario: «Anche se penso che sia pericoloso  per la nostra democrazia, è pure vero che quasi metà degli italiani lo vota. Come uscire da questa situazione?»

 

«Ho notato in questi ultimi tempi un clima migliorato. È stata appena approvata la riforma dei servizi segreti con un largo consenso bipartisan. Questo significa che un clima di collaborazione è possibile. Penso alla legge elettorale. Dobbiamo cercare un accordo in Parlamento. In politica l’ottimo è nemico del bene. Questa legge elettorale è il mostro da abbattere, perché ha creato un sistema in cui i parlamentari sono eletti dai partiti enon dagli elettori. Un vulnus profondissimo. Per quel che riguarda Berlusconi come pericolo per la democrazia dobbiamo uscire da queste argomentazioni. Con il partito personale che è il suo leader, e che è al centro del sistema politico italiano, ci ha berlusconizzati tutti. Bisogna contrastare questa che è una cosa tipicamente italiana attraverso buone primarie per il Pd».

 

C’è il rischio che ci sia un eccesso di personalizzazione anche nel Pd?

 

«Non ritengo possibile che il Pd sia omologato a queste altre storie. Se facciamo buone primarie obbligheremo tutti, a destra e a sinistra, a fare un percorso simile. E anche il centro dovrà porsi questo problema. Mi ha colpito positivamente per esempio la volontà di Di Pietro di entrare nel Pd. Penso sia stato giusto dirgli che,

 

visto che Ds e Dl hanno deciso di sciogliersi, per entrare in questo partito anche gli altri soggetti devono farlo. Ma nella prospettiva di un allargamento del partito, mi pare positivo».

 

Perché cita Di Pietro e non Pannella?

 

«Di Pietro ha fatto intendere di avere la volontà di sciogliere il suo partito, Pannella teorizza la doppia appartenenza».

 

Però Berlusconi è anche il conflitto d’interessi non risolto. Potremmo trovarci ad andare alle elezioni tra qualche tempo nella stessa situazione di un anno emezzo fa. Il governo non ha fatto grandi passi avanti in questo senso.

 

«Vorrei partire da una questione che riguarda la democrazia. Ci sono troppi parlamentari, che non hanno un impegno assoluto nel loro lavoro in Parlamento. Penso che bisogna dimezzarli e chiedere loro un impegno assoluto durante il loro mandato. E poi penso a una differenziazione tra le due Camere: da una parte il Senato delle autonomie, composto dai rappresentanti delle autonomie, dall’altra, la Camera dei deputati. Lo stesso vale per il governo. Penso che questa sia la strada per risolvere il conflitto d’interessi».

 

Ma così non si risolve il problema di Berlusconi. Dicono, e giustamente, che non si può fare una legge per uno solo, ma è anche vero che la situazione di Berlusconi è unica. Forse i candidati alla leadership del Pd vogliono aggirare il problema?

 

«Credo che quello che dicevo sia l’unico modo in cui si risolve la questione. Solo rendendola strutturale riusciamo a risolvere anche il problema di uno solo».

 

Rutelli parla di alleanze di nuovo conio. Osserva un lettore: «Vorrei capire perché un diessino deve votare per un partito che si può alleare in futuro con Giovanardi, Cuffaro, Rotondi».

 

«La maggioranza deve rimanere quella che sta governando. È molto difficile pensare che dal fallimento di questa maggioranza si possa risorgere. Dal suo fallimento si può solo tracollare tutti. Piuttosto bisogna metterla in condizione di governare. Da  quando si è avviato il processo delle primarie, credo che il centrosinistra si trovi in migliore salute»

 

Come si risolvono le tensioni con la sinistra radicale o popolare, come l’ha definita Prodi?

 

«I ministri di quell’area stanno facendo un buon lavoro. Sono impegnati, determinati, con tante idee. Credo che sia importante far circolare l’idea che dentro a unacoalizione così larga bisogna sempre riuscire a fare mediazioni che rappresentano passi avanti  e non indietro».

 

Francesca Mauri da Mantova scrive: «Non crede che la Chiesa stia giocando un ruolo attivo: possiamo chiamarlo ingerenza?»

 

«Non possiamo pensare che la Chiesa nella società italiana giochi ruolo di sfondo. Dobbiamo confrontarci con questo mondo cattolico, non con quello che vorremmo».

 

Si polemizza molto sulle scelte riguardanti le liste locali, che si dice vengano formate con criteri verticistici e molto legati alla nomenklatura. Vede un problema di questo genere?

 

«La logica delle liste bloccate è una brutta logica. Ho votato contro questa scelta delle nostre regole. Per parte mia ho lanciato l’idea nel Collegio di Milano 1 di fare il 10 settembre la primaria della lista che ho presentato io in quel collegio: ovvero chiunque vuole può presentarsi per essere candidato».

 

Una domanda su Veltroni: cosa approva e cosa non la convince della sua campagna?

 

«Sonostato moltocontento per la sua discesa in campo, che ha dato un’accelerata positiva al Pd. Tutti dobbiamo essergli grati. Ma non ho approvato la sua ultima

 

frase al Lingotto: “Questo è il mio programma. Chi ne ha un altro si candidi”. Non sono d’accordo: se avessi un altro programma mi candiderei in un altro partito e forse anche in un altro schieramento. Si candida chi pensa di aver qualcosa da aggiungere e chi pensa questo sia lo strumento per far entrare altre persone nel Pd».

 

È vero che lei è il candidato di Prodi?

 

«Non so chi voterà Prodi. Vedremo».

 

(a cura di Wanda Marra)

 

 

 

 

 

http://archivio.corriere.it/archiveDocumentServlet.jsp?url=/documenti_globnet/corsera/2007/08/co_7_070807016.xml

 

 

 

(7 agosto, 2007) Corriere della Sera    

 

LA CITTA' DELLA POLITICA                                            

 

Letta: laboratorio Milano per una politica trasparente

 

Il candidato Pd: primarie di lista per garantire maggiore partecipazione.

 

«Qui si può tornare a vincere»

 

     

 

Intanto, la novità: «A Milano facciamo le primarie di lista». Enrico Letta, candidato alla guida del Partito democratico, esordisce nel capoluogo lombardo annunciando che il prossimo 10 settembre i milanesi interessati alla nascita del Pd potranno partecipare ad una sorta di «pre-primarie» per eleggere i candidati della sua lista di sostegno. Un' iniziativa simbolica che si svolgerà, per questo, solo nel collegio 1, «quello di Berlusconi, che vorrei trasformare in autentico laboratorio politico». L' idea è di creare «un laboratorio politico in una logica di apertura delle liste, per una campagna elettorale trasparente». Come dire che «attiviamo un movimento che consenta anche a chi non ha mai fatto politica di partecipare alla costituzione del Partito democratico». E non si pensi che questa sia una condanna del mondo dei partiti: «Ne ho fatto parte anche io. Il punto, semmai, è di coinvolgere il più possibile perché vogliamo fare qualche cosa di realmente innovativo. E a Milano la sfida è doppia, visto che qui con il Pd si può tornare a vincere». La giornata milanese di Letta è organizzata all' Hotel Doria: malgrado sia clima da vacanze e molti siano concentrati più sulle ferie che sulle sorti del Pd, la sala si riempie in fretta e la gente resta in piedi per ascoltare le parole d' ordine della campagna di Letta: «Libertà, mobilità e natalità». con una maggiore insistenza sul primo tema, «perché l' abbiamo regalato per 12 anni a Berlusconi, ma è ora di riprendercelo visto che è la più importante vocazione dei Democratici». La mobilità, invece, è sia fisica che sociale e qui il sottosegretario infila l' accenno alla difesa delle Pedemontana, della Brebemi e del Corridoio 5. Infine, la natalità come importanza delle politiche di welfare e di tutto quanto serve per consentire alle donne di conciliare la propria vita professionale con quella familiare: «Perché è assurdo che l' Italia sia, con il Giappone, il Paese con il più basso indice di natalità. Ma è meno assurdo se si pensa a quanto ancora vada aiutata e sostenuta la famiglia». Ad ascoltare Letta ci sono anche volti noti: da Carmine Pacente della Margherita, riferimento milanese di Letta all' ex ministro Giancarlo Lombardi, dal consigliere regionale ds Carlo Porcari a Paolo Danuvola della Margherita, dal diessino Carlo Cerami, all' ex assessore Ferdinando Targetti, da Davide Corritore della Lista Ferrante al suo collega Piervito Antoniazzi, da Paolo Zinna dello Sdi al diessino Matteo Bolocan, da Teresa Cardona del Circolo Archimede fino al riformista Sergio Scalpelli. Letta precisa di non essere alla ricerca dei vip «perché non mi interessa la lista dei famosi» e di puntare su «persone che abbiano voglia di fare politica senza per forza essere un generale, un colonnello o un tenente». Anche per questo, l' auspicio è che «più della metà di capilista provengano da esperienze non politiche». Dopo di che, nel Pd dovrebbero confluire «i militanti dei ds, quelli della Margherita, tutti coloro che si riconoscono nello spirito ulivista e quelle persone che al momento sono fuori dalla politica». Quanto alle vicende del Pd regionale, Letta ribadisce la già dichiarata stima per Maurizio Martina, «di cui sostengo la candidatura». Inutile punzecchiare il candidato leader sul fatto che questa sua posizione abbia indispettito i colleghi di area franceschiniana e che si stia preparando un ticket, per legare Martina ad un secondo nome gradito, appunto, a quest' area. «Ticket? Quale ticket?».       Soglio Elisabetta

 

 

 

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Rosanna Tortorelli - Milano

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... che amo' sempre

lavoro, giustizia e liberta'

retaggio che mai non muore.

(dalla lapide funeraria di

Francescantonio Tortorelli 1812-87)

 

 

 


       


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