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 Dall' Italia

04 Marzo, 2005
Il 3 maggio tutti i governatori meridionali si riuniranno a Napoli
Calise: le tre S del Grande Sud per sfidare il globale. «Può resistere solo un Mezzogiorno capace di fare squadra, sinergia, scala». Di Antonio Mango

Il Sud si fa sistema e crea una corposa novità nella politica italiana. Il prossimo 3 maggio è certa la presenza di tutti i governatori meridionali a Napoli. Hanno aderito alla proposta del presidente regionale della Campania anche i presidenti "polisti" di Sicilia e Molise. Stavolta è diverso. Sfide globali, la crisi economica che non rientra, le "provocazioni" istituzionali e l’approccio mediterraneo prossimo venturo suggeriscono dimensioni nuove e implicazioni per niente scontate. Le Regioni del Sud si coordinano. Non è routine.
Professor Calise, c’è qualcosa di nuovo che il coordinamento delle regioni del Sud introduce nella politica italiana, non le sembra?
«Sì. Sono soprattutto due le novità. Una riguarda il piano strettamente istituzionale. Il Mezzogiorno oggi è privo di una propria politica economica, sia per i ritardi del governo nazionale sia per le novità imposte dagli scenari industriali e commerciali del tutto inediti. Insomma, c’è un grave ritardo di fronte ad orizzonti completamente nuovi. E quindi c’è bisogno di una svolta istituzionale, capace di intravedere strumenti di coordinamento per l’insieme delle regioni meridionali».
E la seconda novità?
«Accanto alla prima, che riguarda il centrodestra come il centrosinistra, c’è l’altra rappresentata dalla vera e propria svolta politica segnata dalle elezioni del 3 e 4 aprile. Vale a dire lo spostamento del baricentro della maggioranza vincente dal Nord al Sud del paese. Per la prima volta l’asse nordista Lega-Forza Italia non è più sufficiente a garantire il controllo di Palazzo Chigi. Senza i voti del Sud si perdono le elezioni».
Il Mezzogiorno che si riunisce e si coordina suggerisce forse nuove "forme" di protagonismo politico ed istituzionale. Soprattutto in una fase inedita e fluida come questa. Precisiamo, però, che significa "svolta istituzionale".
«Significa politiche mirate al riposizionamento del Mezzogiorno nell’economia, coordinate a Roma, ma anche dall’insieme delle regioni meridionali. Le regioni del Sud in questi anni da sole e col solo supporto dei fondi europei hanno fatto miracoli. Oggi, per fare di più devono collegarsi tra loro».
In cosa, per esempio?
«La partita delle infrastrutture resta una partita chiave per il rilancio del Mezzogiorno. Essa va giocata, al di là dei confini amministrativi di ogni regione, in una dimensione d’insieme, che non può venire da Roma, ma piuttosto deve essere elaborata e soprattutto gestita dai governi regionali».
Il coordinamento delle regioni meridionali offre come spunto tra i più interessanti proprio la dimensione allargata di ogni ragionamento ed iniziativa. Questo finirà per non valere solo per le grandi infrastrutture, non le pare? Insomma, si può parlare di "macroarea" Sud in tutti i sensi?
«Il termine è giusto ed è l’unico biglietto da visita con cui ci si può presentare sulla scena del mercato globale. Di fronte a questa sfida non esiste Puglia o Campania. Può esistere solo un Mezzogiorno capace di fare squadra, sinergia, scala».
Lei ci sta suggerendo le tre S del Grande Sud.
«Questo è vero anche nei confronti della nuova dimensione istituzionale che sta assumendo l’Europa. Di fronte ad un’Europa sempre più complessa e affollata di piccoli e grandi partner è fondamentale riuscire a presentarsi come un unico interlocutore. Questo significa anche pensare a organismi istituzionali stabili di rappresentanza di tutte le regioni meridionali. Il rischio è che l’ottima partenza di questi giorni si fermi allo stadio utilissimo, ma non sufficiente, dei convegni e degli appelli. Bisogna avere il coraggio di mettere mano subito ad una forma stabile di rappresentanza e coordinamento istituzionale delle regioni del Sud».
Pensare a forme di rappresentanza stabile delle regioni meridionali non sfiora in qualche modo il dibattito attuale ed acceso sulle riforme istituzionali?
«No. Lo spirito non dev’essere quello di travalicare gli assetti costituzionali, che devono essere sempre improntati a preservati nel segno fondamentale dell’unità del paese. Le iniziative da prendere riguardano tutte quelle sedi, a cominciare dalla conferenza stato-regioni, dove un coordinamento meridionale appare funzionale agli obiettivi specifici da raggiungere».
Questa capacità d’iniziativa delle regioni meridionali si può dire per certi versi anche conseguenza del nuovo protagonismo dei governatori e dal loro legame con un sistema elettivo diretto? In parole povere, senza governatori "forti" il Sud che si riunisce e si coordina avrebbe le stesse potenzialità e l’alto impatto di oggi?
«Non credo che sia un fattore decisivo. Certo i governatori aiutano a semplificare il quadro delle iniziative, ma il problema che oggi ha di fronte il Sud riguarda tutti i partiti vecchi e nuovi e la classe politica nel suo insieme. Per creare il Grande Sud, di cui oggi abbiamo bisogno, non basta una squadra di leader. Ci vuole sicuramente il contributo di tutti».

 


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