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 Attualità

04 Marzo, 2005
Panem et circenses, il calcio dei gladiatori
Simone Ramella: «Quando di mezzo c’è il pallone, con tutti gli interessi economici e le passioni irrazionali che si porta appresso…»

La Germania dei mondiali di calcio come la Roma dei gladiatori? Il paragone può sembrare azzardato, ma a renderlo plausibile sono le chiacchiere che hanno accompagnato il cammino sempre più trionfale della squadra azzurra verso la finale di Berlino di questa sera. Il rettangolo verde, infatti, col passare delle settimane si è trasformato in un’arena in cui la nostra nazionale ha lottato per il proprio riscatto. Come i gladiatori, il cui destino era legato solo ed esclusivamente al coraggio e alla bravura dimostrati nel combattimento.

E’ il caso soprattutto del commissario tecnico, Marcello Lippi, e di due degli azzurri più rappresentativi, il portiere Buffon e capitan Cannavaro. Alla vigilia dei mondiali, infatti, i loro nomi sono finiti - per motivi diversi - nel mirino di chi chiedeva la loro esclusione dalla nazionale per lanciare un forte segnale di cambiamento rispetto ai vari scandali che hanno fatto tremare Calciopoli.

Dopo le vittorie più o meno convincenti dell’Italia, però, la situazione si è ribaltata e i critici della prima ora sono finiti a loro volta sulla graticola, sottoposti agli sberleffi degli opinionisti di turno, lesti a sottolineare a più riprese che l’approdo dell’Italia alla finale si deve anche - o soprattutto - al contributo di Lippi, Buffon e Cannavaro. Ergo, sarebbe stata una follia privarsi del loro apporto. Non è dato sapere cosa sarebbe successo se gli azzurri fossero colati a picco con l’Australia, ma il tono di certi commenti che precedono la finalissima di stasera con la Francia non consente di escludere l’ipotesi che, in caso di trionfo, possano spuntare dei cartelli in piazza San Pietro per invocare l’immediata beatificazione di tutta la squadra.    

Perfino l’avvocato di Luciano Moggi, Paolo Trofino, sembra aver fiutato l’aria revisionista del momento, facendo maliziosamente notare, nella sua arringa al processo sportivo in corso allo stadio Olimpico, che “a parte le chiacchiere, l’unica traccia concreta del ’sistema Moggi’ la potremo vedere domenica sera a Berlino, in campo. A giocarsi la finale della Coppa del mondo ci saranno due squadre composte perlopiù da ex giocatori della Juve di Moggi, ci sarà un allenatore voluto da Moggi e persino due fisioterapisti di Moggi”. Comunque vada, quindi, l’ex direttore generale della Juventus ha già vinto i mondiali, e forse meriterebbe anche lui di incassare il premio di 250mila euro destinato a ciascun calciatore azzurro - per la serie piove sempre sul bagnato - in caso di conquista della tanto agognata coppa…

“E meno male che la sentenza del processo non arriva domenica mattina, prima della finale… Comunque vada, ai mondiali è andata bene e di questo dobbiamo ringraziare Lippi e i giocatori. Sì, proprio quel Lippi che avrebbe dovuto forse rimanere a casa. E io adesso dico: grazie a Dio che è rimasto là…”. Che sull’onda delle notizie provenienti dalla Germania il clima sia decisamente cambiato lo dimostra anche questo commento di Clemente Mastella, che è ministro della Giustizia, non uno dei tanti avventori dei bar sport della penisola.

“L’amnistia in caso di vittoria ai Mondiali? Il governo non interferisce - ha aggiunto Mastella all’interno della stessa intervista rilasciata al Corriere della Sera - Però credo che i tifosi lo chiedano, un atto di clemenza”. Vox populi, vox Dei insomma. Anche perché “è giusto che Cannavaro e Del Pietro e tanti altri giochino in serie C dopo quello che hanno fatto? Oppure facciamo come in Gran Bretagna dove Churchill vinse la guerra e per ricompensa fu scaricato?”.

Se un meccanico fa la cresta sui pezzi di ricambio dell’auto, però, non verrà assolto solo perché è un mago nel riparare pistoni e carburatori. Allo stesso modo, il fatto che Marcello Lippi sia un ottimo allenatore che ha portato lontano l’Italia nel cammino dei mondiali, grazie a un misto di bravura e fortuna, non dovrebbe cancellare le responsabilità di un eventuale coinvolgimento - suo e del figlio Davide - nel cosiddetto “sistema Moggi”. Il fatto che Gigi Buffon abbia confermato di essere uno dei migliori portieri al mondo non dovrebbe esimerlo dal rispetto del regolamento in materia di scommesse. Il fatto che Fabio Cannavaro sia stato una delle colonne portanti della quasi impenetrabile retroguardia azzurra, non dovrebbe impedire di censurare le sue dichiarazioni assolutorie rispetto a una gestione del calcio che si è rivelata, attraverso le parole intercettate di alcuni dei suoi primattori, profondamente corrotta.

Quando di mezzo c’è il pallone, con tutti gli interessi economici e le passioni irrazionali che si porta appresso, sembra però impossibile riuscire a distinguere la persona - con i suoi pregi e i suoi difetti, i suoi meriti e le sue colpe - dai risultati che ottiene sul campo. Unico giudice, quest’ultimo, cui molti tifosi (e qualche ministro, a quanto pare) sembrano riconoscere il diritto di emettere sentenze sul conto dei propri beniamini.

Dall’altare alla polvere, e viceversa, il passo è breve e dipende solo dall’esito delle partite. Così nelle cronache giornalistiche dei dopogara il Lippi antipatico e scontroso della prima fase dei mondiali, con gli azzurri protagonisti di prestazioni sotto tono, dagli ottavi di finale in poi si è trasformato in un toscanaccio burbero e deciso ma, in fondo, buono. A fare la differenza nella scelta degli aggettivi può bastare un calcio di rigore concesso generosamente in zona Cesarini.
La morale, bella o brutta che la si giudichi, è che nell’arco di duemila anni le cose non sono cambiate granché: conta solo vincere. In caso contrario però - e questo è l’unico vero indizio di progresso che si ricava da tutta la vicenda - i calciatori-gladiatori non corrono più il rischio di essere dati in pasto ai leoni.

Simone Ramella – www.ramella.org 


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