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04 Marzo, 2005
Costituzione di minoranza (di Nando dalla Chiesa)
Problema: può una maggioranza sfiduciata dai cittadini fare cambiamenti che la maggioranza dei cittadini non vuole?

Le regole, le regole. E' questa la parola proibita, la bestia nera che inquieta i sonni del governo. Regole da fare e da disfare. Da imporre e da disobbedire. Un'orgia di regole violate o - all'opposto - confezionate su misura presso la premiata sartoria Parlamento. La storia di questa maggioranza potrebbe essere, in effetti, illustrata da un amabile cicerone disposto a condurre per mano il visitatore nella galleria delle regole soppresse e invocate, sbeffeggiate e istituite in quattro anni di passione. E ora che è arrivato il tracollo elettorale delle regionali la Berlusconi Band è costretta a suonare la propria chiassosa e tormentata musica - le regole, appunto - in un ambiente più difficile, certo più infido, di quanto sia stato finora.

No, non vi dirò che, guarda il caso quanto sa essere perfido, il primo provvedimento che ho trovato in commissione rientrando in Senato dopo la tornata elettorale riguardava il celeberrimo Corrado Carnevale e le sue promozioni in carriera. Ma vi dirò della Costituzione, della nuova Costituzione centauro, metà codice metà regolamento di condominio, varata già in due letture dal nostro parlamento. Vi dirò della regola delle regole, la grande Carta dei princìpi. La quale, nella sua rinnovata versione, ha credibilmente soffiato diffidenza, ostilità perfino, nei confronti della maggioranza che l'ha proposta e approvata. E ha soffiato ovunque, anche se i suoi autori negano: dalla Calabria alla Lombardia.

Perché, dunque, la regola delle regole è destinata ora a turbare i sonni del governo e a renderli ancora più inquieti di quanto già non siano dalla notte di lunedì scorso? Perché si pone ora un problema grande, cruciale, e praticamente senza soluzione. La nostra Costituzione è stata riscritta per circa un terzo avendo alle spalle il consenso di una minoranza di italiani (la Casa delle libertà fu infatti, mai dimenticarlo, minoranza anche nelle politiche del 2001 e vinse solo per la nota serie "scempiaggini a sinistra", assurta nell'occasione a vertici inarrivabili). E, una volta riscritta, è stata votata da una parte sola del Parlamento, pur investendo questioni che - diversamente dal citatissimo e comunque infausto precedente dell'Ulivo - dividono sul merito dei temi e dei valori. E dividono aspramente. Perché coinvolgono perfino l'idea di Stato nazionale e di unità d'Italia. E l'idea di divisione dei poteri. E l'idea di concentrazione del potere. E', quella già approvata in due letture, una Costituzione costruita su un patto scellerato tra un 3 per cento del Paese che vuole la devolution e un capo del governo personalmente titolare di interessi e di guai giudiziari, oltre che del maggiore partito presente in parlamento (per semplificare: devolution in cambio della Gasparri, come impose esplicitamente la Lega giocando di sponda tra Camera e Senato).

Ebbene, ora il problema - etico, politico e costituzionale - diventa il seguente. Se prima la Casa delle libertà replicava ai suoi critici che questa riforma (unilaterale) poteva e doveva essere legittimamente approvata in omaggio alla "democrazia", ossia al "principio di maggioranza", ora essa sa, e sa per certo, di non avere più quella maggioranza. Sa di non avere più il mandato dei suoi elettori a rappresentarli, perché questo le è stato revocato senza equivoci con un voto dal segno schiettamente politico. Essa ha naturalmente il diritto di continuare a fare leggi ordinarie fino alla scadenza del parlamento. Ma quale può essere il fondamento morale della sua pretesa di rifare la Costituzione sapendo di essere stata - in proporzioni mai viste - sfiduciata dai cittadini italiani, cioè da quella "sovranità popolare" alla quale essa si è incessantemente appellata per avere ragione - quasi per definizione - anche nelle pretese più indegne? Come può funzionare quel patto scellerato stretto sulla pelle dell'Italia e della democrazia parlamentare quando i contraenti non hanno più dietro di sé la maggioranza degli elettori e anzi (anzi!) l'hanno persa anche a causa di questo patto?

A rendere ancor più insidioso (sul piano politico) il problema c'è poi il fatto che uno dei due fondamentali contraenti (la Lega) è l'unico che nel centrodestra abbia vinto le elezioni, e le abbia vinte, precisamente, proprio per via della propagandata devolution. La vittoria della Lega minaccia insomma di diventare la corda alla quale la maggioranza sarà costretta a impiccarsi. Il partito di Bossi è infatti l'alleato più fedele di Berlusconi ma - se salta la devolution - è pronto a diventarne il nemico più feroce, roba da fare impallidire le demonizzazioni girotondine. E già spiega la sconfitta proprio con l' "insufficienza" e con la "lentezza" delle riforme, chiedendo a gran voce di pigiare sull'acceleratore. Il guaio è che gli altri (Forza Italia compresa) con la devolution perdono tutto il sud. Una trappola micidiale. Sicché non è affatto detto, a questo punto, che lo spettro di nuove batoste elettorali possa portare là dove la cultura istituzionale e il senso della democrazia non portano: fermare l' assalto alla Costituzione.

Una cosa va però aggiunta, mentre ci interroghiamo, anche noi inquieti, sulle regole con cui si cambiano le Regole. Ed è che anche al nord, anche nel lombardo-veneto vincitore a destra, la Casa delle libertà perde terreno. E ne perde anche più che altrove. Perché la devolution, questo bisogna finalmente dire, rappresenta una quota del tutto minoritaria dell'elettorato settentrionale, non certo la sua maggioranza. Di più. Anche la cultura dell'assenza di regole, il mito della velocità delle decisioni aziendali, sta andando in crisi nel cuore dell'impero berlusconiano. L'idea che lo Stato possa essere come un'azienda, l'idea-eldorado che ha trainato i voti della destra per un decennio, non funziona più. I cittadini iniziano a misurarne i guasti. Non è un caso se a Milano, quella stessa Milano che dal suo centro storico ha mandato Dell'Utri in parlamento, centrodestra e centrosinistra se la battono ormai alla pari. Un po' la devolution, un po' la Scala, tutto concorre a fare rinsavire. A far capire che le istituzioni, dallo Stato ai teatri che fanno la storia di una città, sono una cosa seria. Fatta - alla fine - di regole, di un'idea di bene comune, di rispetto per chi ci sta intorno.

 


       


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