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 Sociale

04 Marzo, 2005
Donne e Lavoro in Provincia di Lodi
Presentazione dello studio realizzato dall’Amministrazione Provinciale

 

Il perché della ricerca

Per la prima, volta quest’anno la Provincia di Lodi, in collaborazione con la Consigliera di Parità provinciale, l’Assessorato alla Formazione Professionale e alle Politiche del Lavoro, la Consigliera delegata alle politiche di genere e l’Ufficio Provinciale delle politiche di genere, di nuova istituzione, ha realizzato uno studio approfondito sul mercato del lavoro femminile locale. Tale ricerca, intende offrire una panoramica generale sul mercato del lavoro nel lodigiano, riservando un’attenzione particolare alle caratteristiche del lavoro delle donne e alle sue evoluzioni nel biennio 2003 – 2004.

La ricerca origina dalla convinzione delle Consigliere di Parità della provincia di Lodi che la definizione d’azioni e di politiche in tema d’occupazione e di pari opportunità nel lavoro, sia fondata sulla conoscenza della condizione lavorativa e professionale di uomini e donne del proprio territorio.

Lo studio riguarda il mercato del lavoro e le donne nella Provincia di Lodi.

E’ necessario focalizzare il tema donne e lavoro, perché va attirata l’attenzione delle istituzioni, delle forze politiche, delle organizzazioni sindacali, della cultura e di chi è attento ai problemi del nostro tempo, sulla complessità del rapporto che, indissolubilmente, ha inserito le donne a pieno titolo nel lavoro per il mercato.

L’aumento dell’occupazione femminile risponde ad esigenze che stanno divenendo sempre più rilevanti per gli equilibri del mercato del lavoro e che riguardano sia le lavoratrici sia le aziende. Da un lato, infatti, sempre più le aziende individuano alcune difficoltà di reperimento delle risorse umane mentre, dall’altro, le donne mostrano una propensione crescente verso la partecipazione attiva al mondo del lavoro.

La ricerca si aggiornerà ogni anno, con l’obiettivo di facilitare la predisposizione di un Osservatorio stabile del mercato del lavoro provinciale, che sia attento ai due generi, non con finalità di contrapposizione uomo-donna, ma con quella di favorire soluzioni che supportino la qualità della vita, lavorativa e familiare, dei due sessi.

Obiettivo della ricerca

Scopo del nostro lavoro è fornire un quadro quanto più possibile aggiornato della situazione occupazionale femminile in provincia di Lodi sottolineando le principali differenze di genere presenti nel mercato del lavoro locale. L’idea è quella di aprire la strada verso un nuovo e costante monitoraggio del mercato del lavoro lodigiano, premessa indispensabile per la progettazione di interventi mirati sul territorio in materia di politiche del lavoro. Questo progetto è stato perciò pensato per essere non solo aggiornato di anno in anno, ma anche ampliato attraverso indagini più approfondite su alcune delle variabili - come ad esempio la presenza sul territorio di servizi alla famiglia o la diffusione del part-time – che incidono significativamente sulla partecipazione femminile al mercato del lavoro.

Struttura della ricerca

La ricerca si suddivide in 3 capitoli, nel primo vengono studiate alcune variabili come la partecipazione al mercato del lavoro e i tassi di occupazione/disoccupazione delle donne in provincia di Lodi mantenendo come termine di confronto la situazione occupazionale maschile e il contesto del mercato del lavoro lombardo. Nel secondo capitolo viene preso in esame uno degli aspetti più caratterizzanti – e insieme critici – dell’occupazione femminile, la segregazione di genere; mentre nel terzo ed ultimo si affronta la relazione tra domanda (ciò che le imprese cercano) ed offerta (ciò che le lavoratrici offrono) di lavoro nel lodigiano al fine di capire se esista o meno un “disaccordo” tra queste due variabili.

 

LA RICERCA, PRINCIPALI CONCLUSIONI

Donne e lavoro a Lodi: l’andamento nel lungo periodo

Il rapporto donne/lavoro in provincia di Lodi sembra essere caratterizzato nel lungo periodo da elementi di indubbia positività. Se consideriamo il trend degli ultimi 8 anni, dal 1985 - ossia dall’anno in cui Lodi è diventata Provincia - al 2003, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro è aumentata tanto che il tasso di attività femminile della provincia è cresciuto di 11 punti percentuali circa passando dal 47,4% del 1995, al 58,6% del 2003. Il trend di crescita fatto registrare dal tasso di attività femminile della nostra provincia è eccezionale di molto superiore al trend di crescita delle altre province lombarde (fatta eccezione per Mantova dove la crescita è di 13 punti percentuali) e supera sia il trend di crescita regionale (6,8 punti) che quello nazionale (6 punti)

Nello stesso periodo anche il tasso di occupazione femminile è cresciuto aumentando di circa 14 punti percentuali dal 39,5% del 1995 al 53,8% del 2003 (la crescita più alta dopo quella di Mantova con 14,9 punti percentuali in più) a fronte di un aumento regionale di poco superiore agli 8,5 punti percentuali e di uno nazionale cresciuto di 7,3 punti.

Mentre quello di disoccupazione è calato di 8,6 punti percentuali (dal 16,5% del 1995 al 7,9% del 2003), più che in tutte le altre province lombarde, superando sia la tendenza lombarda (- 4) che quella nazionale (- 4,6).

Donne e lavoro a Lodi: Biennio 2003/2004

 

L’analisi dell’andamento dell’occupazione femminile per il solo biennio 2003-2004 però fa emergere alcuni elementi di criticità. Nel 2004, infatti, non solo il tasso di occupazione femminile è diminuito - anche se di poco passando dal 53,8% del 2003 al 53,2% del 2004 ma la stessa crescita della partecipazione femminile al mercato del lavoro ha ricevuto una battuta d’arresto – in controtendenza rispetto al trend nazionale e a quello regionale - calando per la prima volta dal 1997 di quasi 2 punti percentuali (dal 58,6% del 2003 al 56,8% del 2004).

Per quanto riguarda la sola componente femminile, il tasso di occupazione delle lodigiane registrato nel 2004 è pari al 53,2%, decisamente superiore alla media nazionale (45,2%) ma ancora sotto il livello regionale (55,1%). Se si considerano le altre province lombarde Lodi presenta un tasso di occupazione femminile medio, collocandosi al quinto posto nella graduatoria delle province (seguita da Lecco, Brescia, Bergamo e Sondrio).

Unico dato apparentemente positivo nel quadro presentato è la diminuzione del tasso di disoccupazione femminile (dal 7,9% del 2003 al 6,1% del 2004) nonché il suo significativo avvicinamento alla media regionale (5,6% per il 2004).

In base a quanto accennato la diminuzione del tasso di disoccupazione femminile nel 2004 è un dato apparentemente positivo poiché non è frutto di un aumento dell’occupazione femminile (che invece come si è visto è leggermente calata) quanto piuttosto di una diminuzione del numero di donne alla ricerca di un impiego (il ciu numero è diminuito di circa 1000 unità passando da 3000 del 2003 a 2000 nel 2004). Ad aumentare nel biennio 2003-2004 è dunque la quota delle inattive: donne in età lavorativa che scelgono di non cercare attivamente un’occupazione perché convinte di non poterla trovare, scoraggiate dal senso di inadeguatezza rispetto all’odierno mercato del lavoro o dalle difficoltà di conciliazione tra vita familiare e professionale.

 

Testimonianza di Giovanna:

 

“ ho 45 anni, ho sempre fatto attività in proprio, poi ho chiuso tutto per vicende legate alla mia vita personale. Ora sono alla disperazione, perché non trovo altro che attività di pulizie, con orari strampalati e stipendi da fame. Non è possibile che il mio diploma, ma soprattutto la mia esperienza di buona artigiana, ero parrucchiera, non valgano nulla e siano assolutamente annullati dal problema che non sono più considerata appetibile per il mercato del lavoro…sono in piena desolazione. Se continua così mi chiudo in casa, ma non so come posso sopravvivere, perché sono ancora troppo giovane per rinunciare ad un lavoro dignitoso.”

Lavoro versus famiglia

La partecipazione femminile al mercato del lavoro è anche e soprattutto condizionata dalle possibilità di realizzazione e gestione delle famiglie: poiché, in generale, gran parte dell’aumento nel tasso di attività femminile riguarda le donne adulte - ossia quelle nella fascia d’età più cruciale per la vita familiare - la presenza di adeguate politiche sociali e del lavoro insieme ad una più equa distribuzione del carico di lavoro familiare sono fattori decisivi nel determinare le possibilità occupazionali delle donne. Attualmente nel nostro Paese l’insufficienza delle politiche e dei servizi a sostegno della famiglia insieme alla scarsa condivisione del carico di lavoro familiare sono spesso motivo di rinuncia a lavoro e carriera per le donne. La divisione del lavoro all’interno delle famiglie tra uomini e donne in Italia, infatti, è ancora fortemente asimmetrica e le carenze dei servizi all’infanzia non facilitano la conciliazione tra lavoro e famiglia costringendo spesso le donne ad operare una scelta.

Anche in provincia di Lodi le donne testimoniano la difficile conciliabilità tra vita familiare e vita professionale: nel complesso quasi il 60% delle donne intervistate ha indicato come una delle maggiori difficoltà quella della gestione dei tempi lamentando sostanzialmente:

una divisione imparziale del lavoro domestico (il 96,0% delle donne intervistate dichiara di svolgere spesso le faccende domestiche, a fronte del 7,3% degli uomini) e dei compiti di cura legati alla gestione dei figli;

una eccessiva rigidità degli orari di lavoro

una insufficienza di servizi alle famiglie (numero delle strutture, servizi strutturati per minori, scarsa accessibilità economica, ecc..)

la situazione attuale induce le donne ad operare scelte riduttive rispetto al lavoro e alla carriera se non addirittura ad uscire dal mercato del lavoro. Tutto ciò deprime il tasso di partecipazione delle donne adulte al mercato del lavoro – in particolare quelle con figli – allontanando il nostro Paese dagli obiettivi di Lisbona (raggiungere un tasso di occupazione femminile del 60% entro il 2010).

 

Testimonianza di Bruna – giovane donna sposata:

 

“lavoravo in un albergo come addetta al ricevimento e amministrazione, quindi facevo anche alcune giornate al sabato e domenica. Lavoravo lì da 12 anni, entrata subito dopo il diploma di ragioniera; il clima era molto buono, quasi fra amici…poi è nata la bambina e mi anno cominciato a dire che ero molto brava, bravissima…ma nel tempo passato…che non avrei potuto più avere la disponibilità di prima.

Per il bene delle tua bambina, mi si diceva, dovresti avere un lavoro più leggero….Io, un po’ perché voglio trovare un lavoro più libero, un po’ per il clima cambiato, mi sono licenziata appena la bimba ha compiuto l’anno. Ora cerco lavoro, ma ancora mi è stato offerto un lavoro con il fine settimana occupato. Non so che fare.”

 

Le caratteristiche del “lavoro femminile” in provincia di Lodi:

Disoccupazione “da entrata”/disoccupazione femminile

Dal confronto degli ultimi dati disponibili relativi al tasso di disoccupazione disaggregato per genere emerge come le lodigiane siano ancora fortemente penalizzate da un tasso di disoccupazione più elevato rispetto a quello maschile: a livello nazionale nel 2004 tale indicatore si è attestato al 10,5% (6,4 % per gli uomini), mentre a livello regionale la disoccupazione femminile è pari al 5,6% (a fronte di un tasso maschile del 2,9%). Da questo punto di vista la nostra provincia presenta un andamento in linea con quello regionale in riferimento al tasso di disoccupazione maschile (cresciuto di poco nel 2004 a causa del maggior numero di uomini che si sono messi in cerca di lavoro a fronte di un numero di occupati rimasto stabile), mentre a differenza di quanto accade in Lombardia, segna una significativa diminuzione del tasso di disoccupazione femminile (che passa dal 7,9 del 2003 al 6,1 del 2004).

Nonostante la diminuzione il tasso di disoccupazione femminile del lodigiano rimane alto rispetto alla media regionale (5,6%): nella graduatoria delle province lombarde Lodi si piazza al terzultimo posto per livello del tasso di disoccupazione femminile, seguita solo da Sondrio (6,3%) e Cremona (6,5%) (grafico 4).

Nella nostra provincia sono soprattutto le giovani donne a presentare situazioni di difficoltà occupazionale legate all’accesso al mondo del lavoro: sebbene nel 2003 Lodi presentasse per tutte le classi d’età tassi di disoccupazione femminili superiori alla media lombarda, è in particolare per la fascia 15–24 che tale tasso (19,5% contro il 12,8% della Lombardia e il 13,8% dei maschi) raggiungeva i livelli più alti confinando cosi Lodi al penultimo posto nella graduatoria delle province lombarde (seguita solo da Pavia con il 21,3%). Lo stesso discorso vale per la classe d’età successiva (25-29 anni) dove con il 12,2% di disoccupazione la nostra provincia si posiziona all’ultimo posto nella graduatoria delle province lombarde ben lontana sia dai valori fatti registrare per la componente maschile (8,3%) che dalla media lombarda (8,9%).

Occupazione femminile e settore produttivo

Per quanto riguarda le caratteristiche dell’occupazione femminile relative al settore produttivo e alla dimensione contrattuale le tendenze registrate nella nostra provincia confermano quelle descritte a livello nazionale. Anche in provincia di Lodi l’occupazione femminile risulta concentrata nel terziario dove nel 2003 lavorava il 73,7% delle occupate, mentre è bassa nell’industria (23,7%) e - in misura più accentuata - nell’agricoltura (2,6%) e nell’edilizia.

Il terziario rimane dunque l’unico settore in cui le donne risultano essere sovra-rappresentate, mentre nel settore delle costruzioni, in agricoltura e nell’industria persiste una netta prevalenza di occupati maschi.

La bassa presenza femminile in tali settori è fisiologica e dipende da un lato dalle difficili condizioni di lavoro (mansioni fisicamente pesanti e da svolgere in condizioni non sempre favorevoli) che di norma caratterizzano le attività edili, dall’altro dal tradizionale orientamento della domanda terziaria alla forza lavoro femminile. Nel terziario, dove come si è visto, le donne appaiono sovra-rappresentate è in particolare il commercio ad occupare una quota di donne pari al 50% sul totale degli occupati nel settore. In sintesi, sembra che il settore dei servizi sia quello in cui si evidenzia una maggiore corrispondenza tra competenze richieste dalle imprese quali capacità relazionali, capacità di comunicazione e di ascolto, predisposizione ai lavori di cura e di assistenza e attitudini che tradizionalmente vengono riconosciute alle donne.

L’analisi sul lavoro parasubordinato ha poi messo in luce anche per la nostra provincia l’elevato coinvolgimento femminile in questa forma di impiego. I dati analizzati testimoniano come anche a Lodi il lavoro parasubordinato svolga funzioni differenti in relazione al genere: per gli uomini è in misura minore un canale di ingresso nel mercato del lavoro e in misura superiore una forma di prolungamento della vita lavorativa, mentre le per le donne costituisce un canale di ingresso nel mercato del lavoro e spesso anche un modo per rimanerci attraverso forme di collaborazione.

Negli ultimi 8 anni la quota di lavoratori parasubordinati è cresciuta in modo costante in tutte le province lombarde: nel solo biennio 2003–2004 il numero di parasubordinati è aumentato in Lombardia del 18,9% e del 20,5% nella provincia di Lodi. Disaggregando i dati per genere emerge anche per la nostra provincia, come per il resto d’Italia, l’elevato coinvolgimento femminile, tipico di questa forma di impiego, che nel 2004 risulta più evidente a Lodi (47,1%) rispetto alla media lombarda (45,4%). Nel confronto con le altre province lombarde Lodi si colloca nel gruppo di province con la più alta quota di donne tra i lavoratori parasubordinati. L’elevata presenza femminile tra i lavoratori parasubordinati assume una valenza particolare ai fini del discorso finora portato avanti se si pensa che si tratta per lo più di persone che spesso si trovano inserite in percorsi di discontinuità lavorativa per lunghi periodi, e che nella maggior parte dei casi vivono situazioni di difficoltà legate alla propria condizione occupazionale.

Le principali fonti di insoddisfazione per i lavoratori parasubordinati sono legate al fatto che

 

Questi rapporti di lavoro rappresentano spesso un prolungamento nel tempo di una condizione percepita e vissuta come instabile sia sul piano delle tutele sociali: i redditi mensili non incorporano alcune tutele come “il rischio malattia” o il diritto “ferie” o il rischio “congiuntura aziendale negativa”; insomma si guadagna se si lavora;

Assenza di possibilità di crescita professionale (praticamente nulle).

Livello di retribuzione dei collaboratori inferiore a quella dei lavoratori dipendenti non solo in riferimento ai redditi correnti, ma anche in relazione ai futuri redditi da pensione.

Necessità di ritardare il momento dell’uscita dalla famiglia di origine: nonostante la non giovanissima età, oltre un terzo dei collaboratori vive ancora con la propria famiglia di origine, mentre un altro terzo vive con il coniuge o il convivente. Sebbene tra i più giovani sia più ampia la percentuale di coloro che vivono con i genitori, va notato che più di un terzo dei collaboratori in età tra i 30 e i 34 anni vive ancora con la famiglia d’origine (dati nazionali).

 

Testimonianza di Claudia

 “Sono commessa in corso Roma, con contratto precario, spero di continuare a lavorare…però non devo superare la mia taglia attuale, il 42, e, cosa molto più difficile….non devo invecchiare oltre i 30 anni circa….altrimenti addio lavoro”

Non è la sola,  ha un contratto atipico,….molte altre sono in nero.

 

La segregazione occupazionale

 

Questa distribuzione della quota di occupate per settori e tipologia contrattuale è indice del permanere di fenomeni di segregazione di genere legati oltre alla forte segmentazione del mercato del lavoro (che vede segmenti storicamente a prevalenza di donne e altri a prevalenza di uomini) e una scarsa mobilità tra i segmenti stessi, a stereotipi che agiscono sia dal lato della domanda di lavoro sia dal lato dell’offerta.

Dal lato dei datori di lavoro sopravvivono stereotipi di genere che vedono le donne più adatte a determinate mansioni. Secondo gli stereotipi più diffusi, infatti, le donne sarebbero più inclini ai lavori di cura, più attente alle relazioni personali e, dunque, più adatte a mansioni che prevedono il contatto con il pubblico/cliente e, ancora, più precise e affidabili su mansioni di tipo amministrativo.

Tali convinzioni si devono al fatto che buona parte delle attività terziarie sopra riportate altro non sono che la “professionalizzazione” di attività un tempo svolte esclusivamente dalle donne all’interno delle mura familiari (assistenza agli anziani/malati, cura dei figli, istruzione primaria.) e dunque tradizionalmente concepite come “lavori da donne”. Il persistere di un simile background culturale fa si che, da un lato la richiesta di figure femminili da parte delle imprese si indirizzi verso professioni considerate tipicamente femminili (o comunque in cui le donne sono già presenti) dall’altro le stesse donne scelgano percorsi di istruzione ad alta presenza femminile e con sbocchi lavorativi proprio tra i settori e le professioni caratterizzati da tassi di femminilizzazione già elevati. Anche nella nostra provincia è confermato il persistere di questi stereotipi:

 

Lato della domanda

 

Settore economico: nel 2005, il 42,7% delle assunzioni previste si indirizza verso figure maschili a fronte del 39,6% previsto per la Lombardia, mentre solo il 18,9% - 18,4% in Lombardia - si rivolge a figure femminili. Le preferenze differiscono notevolmente in base al settore economico. I settori che indirizzano in maniera netta le loro preferenze verso figure maschili sono gli stessi che tradizionalmente vedono una bassa presenza di donne. Si tratta principalmente del settore delle costruzioni e di alcuni comparti dell’industria pesante. Viceversa, l’unico settore in cui è netta la preferenza accordata alle donne è quello degli studi di consulenza amministrativa e legale, studi tecnici e studi medici (dove peraltro è molto elevata anche la percentuale di persone per cui il sesso del neo assunto è indifferente). Per il resto gli altri settori che rivolgono la loro preferenza verso figure femminili sono il settore del commercio al dettaglio e quello dei servizi di ristorazione.

 

Professione: da questo punto di vista si possono notare differenze di genere di un certo rilievo: in molte categorie professionali tradizionalmente ricoperte da uomini la preferenza delle imprese rimane indirizzata espressamente verso figure maschili. Si tratta, peraltro, di professioni particolarmente presenti nei settori a prevalenza maschile, nello specifico: operai specializzati (90,9%), operatori di macchinari e operai addetti al montaggio industriale (76,0%), personale non qualificato in generale (46,5%).

Scendendo più nel dettaglio ed analizzando le professioni più richieste tra le donne, emerge che sulle figure professionali per le quali c’è richiesta di personale in provincia di Lodi le preferenze verso figure femminili si concentrano (55% delle assunzioni di figure femminili) in attività di cura/amministrazione in larga misura già tradizionalmente svolte da donne. Nello specifico, le professioni per figure femminili più richieste nel 2005 sono:

 

Personale non qualificato (38,7%);

Professioni relative alle vendite ed ai servizi per le famiglie (29,0% contro il 2,9% di preferenza accordata agli uomini);

Professioni tecniche (16,1%);

Professioni esecutive relative all’amministrazione e alla gestione (9,7%).

 

 

Confrontando il dato con le tendenze regionali, emerge come la richiesta di personale non qualificato sia più elevata in provincia di Lodi (26,2%) che in Lombardia (15,6%), cosa valida anche confrontando il dato disaggregato per genere. Le preferenze dei datori di lavoro, dunque, si indirizzano verso personale femminile per professioni già ricoperte in maggioranza da donne. Anche in riferimento alle categorie professionali, come per i settori economici, se le imprese continueranno ad avere preferenze basate su stereotipi di genere e che si limitano a confermare la situazione esistente, per le lavoratrici sarà difficile avere accesso a professioni diversificate e continueranno ad avere un ventaglio di scelte lavorative limitato.

 

Titolo di studio:Conseguentemente a quanto appena affermato in riferimento ai lavori non qualificati i titoli di studio richiesti dalle imprese della provincia di Lodi risultano, per la maggior parte, di basso livello, anche e soprattutto a confronto con la realtà regionale. Nel 42,1% delle assunzioni previste, infatti, è richiesta la sola scuola dell’obbligo, contro il 34,0% della Lombardia, ad un ulteriore 6,1% si richiede la qualifica professionale regionale (4,5% in Lombardia) e per l’ 11,0% delle assunzioni (13,4% in Lombardia) previste viene richiesta l’istruzione professionale e tecnica (3-4 anni), il diploma è necessario per il 32,9% delle assunzioni (35,4% in Lombardia), mentre il titolo di studio universitario è richiesto solo nel 7,3% dei casi (12,8 in Lombardia). Anche in riferimento al grado e alla tipologia di istruzione richiesta sussistono delle differenze di genere, sia a Lodi che in Lombardia: l’incidenza della scuola dell’obbligo è più alta nelle previsioni di assunzione di figure maschili (50,0%) ma lo scarto rispetto alla componente femminile è inferiore ai 5 punti percentuali e l’incidenza della scuola dell’obbligo per le lodigiane (45,2%) risulta estremamente elevata se confrontata con la media lombarda (33,4%), mentre il diploma di scuola superiore risulta più richiesto per il personale femminile (35,5% donne vs. 21,4% uomini) in linea con la media lombarda (44,4% donne vs. 27,5% uomini) per il titolo di studio universitario non si evidenziano differenze significative tra donne (3,2%) e uomini (2,9%) in linea con la media lombarda.

 

Indirizzi di studio: Considerando poi i dati sugli indirizzi di studio richiesti dalle imprese emergono altre interessanti considerazioni. Poiché per i dati disponibili relativi alla provincia di Lodi non è stato possibile incrociare la variabile genere ci è sembrato utile fare un confronto con la difficoltà di reperimento. Concentrandoci sugli indirizzi di studio maggiormente segnalati dalle imprese locali come di difficile reperimento spiccano su tutti i diplomi ad indirizzo elettrotecnico – arredamento e turistico/alberghiero (100% difficili da reperire) seguiti dai diplomi ad indirizzo informatico (66,7%). Per quanto riguarda i livelli di istruzione più alti, tra i laureati sono soprattutto quelli in ingegneria ad essere considerati di più difficile reperimento.

 

Testimonianza di un addetto al Centro per l’Impiego:

 

“noi inviamo le donne, ma in certi settori le rifiutano, esempio quello chimico”   

Parallelamente  una giovane diplomata perito chimico, dice   “in un’azienda di selezione personale, in modo velato, ma non troppo, mi è stato fatto capire che sarà ben difficile che io lavori utilizzando il mio diploma, mi dovrò adattare…”

 

Lato dell’offerta

 

L’offerta di lavoro femminile risulta mediamente più istruita rispetto alla forza lavoro maschile. In provincia di Lodi sono molte le donne in possesso di diploma che sono presenti sul mercato del lavoro (48,6% dell’offerta di lavoro femminile vs. 37,8% delle forze lavoro maschili) a fronte di un comparto produttivo che richiede donne per lavori di tipo dequalificato mentre l’incidenza delle donne con licenza media risulta inferiore alla corrispondente quota maschile (31,7% donne vs. 42,0% uomini). Anche per quel che riguarda la quota di individui in possesso del titolo di studio universitario esistono differenze, sebbene non così significative come nei casi precedenti, per genere: tra le Forze di Lavoro femminili le donne laureate sono il 9,1% a fronte del 7,2% maschile.

 

 

La richiesta di figure femminili diplomate, evidenziata nel paragrafo precedente, trova dunque in parte riscontro nel grado di istruzione dell’offerta di lavoro femminile: in effetti si nota come nelle previsioni di assunzione per il 2005, la quota di donne senza alcun titolo di studio sul totale delle Forze di Lavoro femmine superi quella delle diplomate (45,2% vs. 35,5%).

Gli stereotipi di genere agiscono anche da lato dell’offerta di lavoro e fanno si che le donne scelgano percorsi di istruzione e formazione ad alta presenza femminile e con sbocchi lavorativi proprio tra i settori e le professioni caratterizzati da tassi di femminilizzazione già elevati. Differenze di genere nella domanda e nell’offerta di lavoro sono le une lo specchio delle altre. Le imprese richiedono figure femminili sempre negli stessi settori e per le medesime mansioni anche perché sanno che c’è una corrispondente offerta di lavoro di donne che ha intrapreso percorsi formativi tipicamente femminili e che si propone proprio in quei settori e per quelle professioni. A loro volta le ragazze scelgono sempre i medesimi percorsi scolastici e formativi anche perché sanno che le imprese richiedono loro proprio quei titoli di studio.

Nel dettaglio sulla tipologia di percorsi di studio scelti dalle donne nei diversi gradi di istruzione le ragazze iscritte alle scuole superiori della provincia di Lodi nell’anno accademico 2003-2004 sono 3.956 e costituiscono una quota pari al 49,30 % del totale degli iscritti. Le ragazze di Lodi si concentrano soprattutto nell’Istituto magistrale (24,7% sul totale delle iscritte per l’anno accademico 2003-2004) seguito dal liceo classico/scientifico (22,3%) e dall’istituto tecnico commerciale e geometri (17,3%). Dal confronto tra i dati sugli indirizzi di studi scelti dalle femminine in provincia di Lodi con le previsioni occupazionali per il 2005 emerge una sorta di “discordanza” tra l’investimento in istruzione operato dalle donne del lodigiano e le aspettative del territorio. Come abbiamo visto, infatti, le imprese che privilegiano le figure femminili cercano in prevalenza persone con titoli di studio bassi, provenenti da percorsi formativi dell’aerea tecnico-informatica ed alberghiera.

Fonte: Ufficio Stampa Provincia di Lodi

mt

 


       


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