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 Attualità

04 Marzo, 2005
La veglia degli ulivisti
Non ci arrenderemo all’Italia del proporzionale. di Pierluigi Mantini

Non vale la pena insistere sul modo con cui è stata pensata la riforma elettorale in parlamento.
Nel perimetro della maggioranza, senza alcun confronto con l’opposizione, in una logica di scambi e di ricatti, sul filo di una esplicita crisi politica e nella scena di un Paese alla deriva.
La sede è quella della casa delle Libertà trasformata in un “supermarket delle istituzioni”, secondo l’antico brocardo unicuique suum: alla Lega la devolution, a Forza Italia il premierato assoluto e la salva Previti (e, forse, la ricandidatura dell’attuale premier), a Fini “l’interesse nazionale” (e, forse, l’investitura a “delfino”), all’UDC la legge proporzionale.
Un metodo pachwork ormai entrato nella prassi delle riforme costituzionali e istituzionali ad opera dell’attuale maggioranza.
Non credo si debba insistere sul “tempo” di questa riforma, che costituisce un vero “colpo di mano” non perchè proposta a fine legislatura ma perchè pensata, sulla base dei risultati elettorali recenti e dei sondaggi, per modificare, a pochi mesi dal voto e a campagna elettorale avviata, le regole della competizione a vantaggio di una parte.
La CdL si è “fatta i conti”, ha osato presentare una proposta di legge che consentiva alla minoranza di diventare maggioranza, poi ha corretto il tiro, sempre nella stessa logica del vantaggio politico di parte.
Si è tradito l’insegnamento di Toqueville secondo cui “non basta il voto a rendere un popolo libero”.
Perchè occorre qualcosa in più: la libertà e l’uguaglianza tra le parti che solo la democrazia, sorretta dall’etica pubblica, può assicurare.
Ed è per questo che le grandi democrazie non mutano i sistemi elettorali con frequenza e secondo le convenienze delle maggioranze di turno.
Non lo ha fatto il centrosinistra nella scorsa legislatura dinanzi all’opposizione dell’attuale maggioranza.
Ed anche la legge vigente, il cd. Mattarellum, è stata approvata un anno prima delle elezioni e dopo il referendum popolare del 1992 che ha segnato una profonda svolta.
In tutto ciò, non certo nel merito della scelta proporzionale, sta il connotato antidemocratico della condotta della maggioranza.
Una condotta che si rivela come tale anche per la tecnica parlamentare adottata: quella, già abusata, di procedere per subemendamenti al testo per impedire le proposte dell’opposizione.
Ce n’è abbastanza ma, tuttavia, è anche del merito che occorre parlare.
Noi Ulivisti possiamo e dobbiamo farlo con chiarezza e lealtà, pur consapevoli delle diverse opinioni presenti nel campo del centrosinistra.
Noi riteniamo essenziale lo sviluppo della democrazia competitiva, di un bipolarismo maturo, ove è il cittadino-sovrano a scegliere, con il voto, il governo del proprio Paese.
E’ in questa direzione che occorre completare la (troppo) lunga transizione italiana: governi stabili, parlamenti autorevoli, un sistema politico meno frammentato e pervasivo della società.
Ce lo chiede l’Europa e la responsabilità, che avvertiamo, di governare la globalizzazione e un federalismo con più attori, che sia fondato sul principio della solidarietà e della sussidiarietà delle istituzioni.
Ce lo chiede la società italiana, spesso troppo distante dalla politica, che non vuole più partiti ma più chiarezza nelle politiche e nel confronto per il governo.
Questo processo è costituito da più fattori e non dipende certo solo dalla legge elettorale.
Dipende dalle riforme costituzionali e istituzionali, dalla legge elettorale e dalla condotta dei soggetti politici.
Per questo molti di noi hanno sostenuto l’abolizione della quota proporzionale e l’introduzione del doppio turno di collegio, come in Francia.
Ma, tuttavia, nella consapevolezza che non bastano le regole: occorre anche la volontà politica di realizzare il bipolarismo e di superare antistoriche frammentazioni.
Nell’epoca, definita da Bauman, delle “identità liquide”, non basta riesumare il passato, le culture e le ricette di altri tempi, per governare il futuro.
Ci siamo impegnati nel progetto dell’Ulivo, con il consenso dei cittadini italiani, e allo stesso modo guardiamo all’orizzonte di un grande Partito democratico, che unisca le culture riformatrici e superi gli steccati antichi: in primo luogo, quello tra laici e cattolici in politica.
Altri hanno abbandonato questa prospettiva e questo impegno o lo hanno deformato.
Occorre almeno osservare quanto poco credibile sia, anche sotto questo profilo, Silvio Berlusconi: interprete, all’inizio della sua stagione, dello sviluppo del bipolarismo; ora, al termine di essa, pronto a tutto, anche a rinnegare la sua opera politica, per convenienza, per limitare i danni.
Ma, lasciatemi dire, non si ambisce a governare un grande Paese come l’Italia se non c’è un disegno, nell’interesse generale, che superi le convenienze politiche del momento.
Qualcuno potrà osservare che è proprio dall’attuale frammentata situazione politica che nasce la riforma elettorale in senso proporzionale.
E in parte ha ragione, ma tutto sta ad intendersi.
Il sintomo denuncia la malattia ma non è rassegnandosi ad essa che si guarisce.
Il sistema elettorale proposto uccide il vincolo di coalizione, mortifica il bipolarismo, ignora l’esigenza della sintesi politica necessaria per ogni programma di governo.
I parlamentari non saranno più eletti con il voto di tutti i cittadini della coalizione di governo ma, al contrario, ognuno per sè.
Vi saranno venti o trenta proposte politiche, una per ogni lista, sulla scuola, sulla politica estera, sullo sviluppo economico ecc...
E’ questo un passo in avanti, è questo ciò di cui ha bisogno l’Italia?
Moltiplicare le rappresentanze, anzichè tendere al confronto sulle politiche di governo?
La legge elettorale vigente, pur migliorabile, ha assolto il suo compito: quello di garantire la conversione dei voti in seggi e i seggi in maggioranze politiche.
Con il 46% dei voti nel 2001 la Casa delle Libertà ha avuto il 60% dei seggi.
E’ ben chiaro che ciò non è sufficiente per l’effettiva coesione delle maggioranze: ma questo è un processo affidato, appunto, agli attori politici, alla capacità dei partiti di trasformarsi e di trasformare le coalizioni.
Le regole possono aiutare e sostenere i processi politici non sostituirli.
E le regole istituzionali vanno poste al giusto livello.
Non è ridicolo, se non fosse anche contraddittorio e drammatico, inserire nella Costituzione il “divieto di ribaltone” per poi approvare una legge elettorale che va nel senso opposto?
E nella fretta riformatrice, ispirata dall’urgenza di parte, non si è trascurata la compatibilità dell’attuale proposta con l’art. 57, comma 1 Costituzione, che stabilisce che i senatori sono eletti su base regionale mentre invece, con il premio di maggioranza, un certo numero viene eletto in contrasto con tale principio costituzionale?
Il ritorno al passato, ad un sistema politico frammentato e autoreferenziale, capace di produrre governi instabili e partitocrazia, non giova all’Italia.
L’opposizione sarà ferma in parlamento e dovrà esserlo anche nel Paese, a partire dalla grande manifestazione nazionale contro un governo che trucca le regole e anche i conti pubblici trasferendo sugli enti locali il peso delle tasse e dei tagli ai servizi sociali.
I rimedi politici, a partire dall’impegno totale nelle primarie per Prodi, dovranno essere all’altezza del delicato momento e della nostra proposta per l’Italia.
E’ questo il senso profondo della “Veglia per la democrazia” promossa dagli Ulivisti a cui tutti sono chiamati a partecipare.

on. Pierluigi Mantini

 

 

mt

 


       


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