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 Dal Mondo

04 Marzo, 2005
Darfur / Situazione umanitaria migliorata, ma la pace non arriva
A un anno dall’espulsione delle 13 organizzazioni non governative operanti in Darfur

Darfur / Situazione umanitaria migliorata, ma la pace non arriva
A un anno dall’espulsione delle 13 organizzazioni non governative operanti in Darfur  non c’è stato il «disastro umanitario» che in molti avevano predetto e, al contrario, si è intensificata la collaborazione tra personale internazionale e governo sudanese: lo sostiene Toby Lanzer, coordinatore delle operazioni umanitarie delle Nazioni Unite in Darfur, che ha dichiarato: «La situazione non è degenerata come temevamo». Anzi, la partenza di operatori umanitari stranieri, continua il responsabile, «ci ha portato a collaborare sempre di più con le associazioni locali, creando una rete di contatti sul territorio prima inesistente e anche a confrontarci maggiormente con il governo di Khartoum che si è davvero fatto carico di tutte le operazioni svolte in precedenza dalle organizzazioni espulse».
La posizione non è però condivisa da tutti gli operatori umanitari presenti in Darfur e dagli sfollati ospitati nei numerosi campi profughi. Una recente ricerca afferma che molti dei circa 300.000 morti stimati dalle organizzazioni internazionali sarebbero dovuti alle condizioni di vita nei campi profughi, in cui non sarebbero garantiti i servizi di base [vedi Newsletter 49 del 1 febbraio 2010].
Abdel Baqi Gilani, ministro sudanese per gli Affari umanitari, ha ribadito che «il governo non è ostile agli operatori umanitari stranieri e la nazionalizzazione progressiva delle operazioni non vuol significare l'espulsione di tutte le organizzazioni internazionali presenti sul territorio quanto un rafforzamento delle capacità delle nostre associazioni, per arrivare a camminare con le nostre gambe e a non dover dipendere da altri sul lungo periodo».
Il 14 marzo sono stati rilasciati Olivier Denis e Olivier Frappe, due operatori umanitari che lavoravano per la organizzazione Triangle dopo mesi di prigionia: erano stati sequestrati il 22 novembre 2009 a Birao, una località della Repubblica centrafricana, vicino al confine con il Sudan e il Ciad, da un gruppo di ribelli che li aveva poi trasportati in Darfur.
Dopo la firma di una prima intesa di base [vedi Newsletter 51 del 1/03/2009] Il 15 marzo non sono stati firmati – come era previsto - gli accordi definitivi di pace tra governo di Khartoum e ribelli del Movimento per la Giustizia e l’uguaglianza (Jem), a Doha, in Qatar. Subito dopo la firma dell’intesa, i ribelli avevano chiesto il rinvio delle prossime elezioni generali previste ad aprile ma il presidente Bashir aveva rigettato la proposta come «impraticabile». Il governo sudanese sta cercando di raggiungere un accordo di pace per la regione occidentale nel più breve tempo possibile, in vista delle elezioni generali di aprile.
Nel frattempo sul terreno continuano gli scontri. Non solo tra soldati dell’esercito e uomini del Movimento per la liberazione del Sudan (Slm), il gruppo ribelle guidato da Abdel Wahid al Nur, ma anche tra gruppi etnici rivali. Nel Darfur occidentale 21 persone sono state uccise tra il 6 e il 7 marzo durante gli scontri a fuoco tra abdalla maharia e missiriya. I rieblli dello Slm accusano il governo di esacerbare le tensioni interetniche: molti gruppi etnici “arabi” erano stati armati dal governo nei primi anni Duemila per avviare razzie e saccheggi nei confronti di comunità di etnia fur. In un secondo momento i diversi gruppi, che non hanno mai riconsegnato le armi, hanno cominciato a combattersi tra loro.

fonte: Campagna+Sudan segreteria@campagnasudan.it

 


       


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