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 Politica

04 Marzo, 2005
Evoluzione ed involuzione della 2a Repubblica. (di Luciano Bonet)
Relazione alla scuola estiva di AperTo 26-27-28 giugno 2009

(Avvertenza: il presente testo è stato da me esposto alla Scuola Estiva nei suoi tratti principali, però in forma più sintetica e con molti passaggi ignorati. Considero quindi la versione attuale come quella che meglio esprime i miei punti di vista.
Il testo contiene molte categorie interpretative riferibili ad autori noti e meno noti, tutti però in ambito prevalentemente scientifico. Alcune (neo-populismo, neo-patrimonialismo) alludono con il prefisso alla necessità di un aggiornamento che le adattati ai tempi.
Il carattere di questo contributo è tuttavia tale che non ritengo di doverlo ulteriormente appesantire con precisazioni teoriche e con puntuali riferimenti bibliografici. Mi limiterò perciò ad un uso -forse ridondante per il lettore- di corsivo e virgolettato).



Breve premessa

L’espressione “2a Repubblica” richiederebbe qualche precisazione. Non c’è dubbio tuttavia che, dai primi anni ’90 ad oggi, abbiamo visto prodursi un netto cambiamento di “regime” (in senso tecnico: regole del gioco, cultura politica che le gestisce, dinamiche di sistema), con nuovi attori, nuova costituzione materiale, riforme di sistema, ecc. Ritengo quindi che, anche senza precisazioni ulteriori, la realtà di cui si parla sia ben connotata e sintetizzata dall’etichetta ormai comunemente accolta come univoca.

Ciò premesso, nel tratteggiare criticamente la parabola della 2a Repubblica sono possibili due approcci:

- inquadrarla nelle tendenze di fondo delle democrazie occidentali (fine delle ideologie e dei partiti storici/ “sublimazione econonomicistica della politica” (= accettazione pressoché totale da parte della sfera politica delle ragioni dell’economia)/ mediatizzazione e personalizzazione della politica/ plutocrazia/ partiti “pigliatutto” e “cartel parties”/ emergere di nuovi radicalismi di destra/ risposte (neo)populiste/ ecc.)

- scegliere l’ottica delle “anomalie” italiane, ossia -in sostanza- assumere come tratto fondamentale della 2a Repubblica il “berlusconismo”.

Il primo approccio è senz’altro preferibile, perché non esclude il secondo, mentre questo -se isolato e sopravvalutato-, rischierebbe di far perdere di vista il primo.
Tenendo presente questo criterio metodologico, seguirò dunque un itinerario espositivo incentrato sul caso Italia, sul nostro sistema politico, sapendo però che nel complesso ha seguito tendenze generali delle democrazie mature, sia pure esasperandole e declinandole con indubbie specificità che cercherò di rilevare.

Vista la sede e la vastità e complessità delle questioni, isolerò però solo alcuni temi, alcuni nodi interpretativi e politici sui quali interrogarci, anche con la necessaria sincerità autocritica.

Quanto al titolo della relazione (evoluzione/involuzione), assumo come oggettive alcune tendenze: sono dati empirici. Poiché la realtà è molto cambiata, c’è stata appunto evoluzione.
Parlando di involuzione, sarà chiaro invece che evidenzierò non tanto scostamenti da modelli diffusi (per le specificità nostrane), quanto soprattutto il giudizio politico e valoriale sugli esiti dell’evoluzione stessa.

In relazione ai singoli temi focalizzati, formulerò inoltre alcune domande, che pongo in primo luogo a me stesso: a qualcuno potranno apparire polemiche, ad altri retoriche, ma l’intento è in realtà quello di sollecitare uno sforzo collettivo di riflessione.

Enuncio la mia ipotesi di fondo.

A mio parere, il tratto principale del sistema politico della 2a Repubblica è quello di essersi configurato come un sistema che definisco di “bipolarismo conflittuale”, nel senso che le divisioni e la distanza ideologica tra i poli (= “polarizzazione”) sono aumentate, creando un andamento “centrifugo” degli schieramenti.

La storia della 1a Repubblica è segnata infatti da un graduale e costante movimento “centripeto” nel sistema politico, rendendolo in grado prima di controllare poi di ridurre le vistose “fratture” sociali, culturali e politiche degli inizi.
Il “pluralismo centripeto” della 1a Repubblica ha fatto parlare anche di un progressivo costituirsi di un vero e proprio “pluralismo consensuale”, da fortemente “polarizzato” com’era agli inizi, intendendo con ciò che non sono venute meno differenze ideologiche, culturali e sulle policies, però gli attori, primi fra tutti i partiti politici, hanno progressivamente acquisito un solido orientamento al rispetto di regole del gioco condivise, creando così -“consensualmente”- il processo centripeto cui mi riferisco.

Tale processo lo assumo come dimostrato. Cito di sfuggita alcuni macro-indicatori empirici: -la fedeltà repubblicana della coalizione antifascista, e la scelta della DC di governi di coalizione;
-la scelta del PCI di restare nel sistema, e la sua progressiva indubbia socialdemocratizzazione (non solo di fatto);
-l’edificazione (“State building”) di un articolato ma uniforme sistema statuale centralistico e gerarchico però funzionalmente vicino alle società locali: le autonomie locali e poi le Regioni, il decentramento capillare dello Stato e del parastato, ecc.;
-la progressiva “costruzione della Nazione” ad opera di partiti e grandi gruppi d’interesse a vocazione appunto nazionale, e degli apparati culturali e formativi del nuovo Stato (sistema dell’istruzione, radio e Tv pubbliche, ecc. Senza trascurare ovviamente altre agenzie: giornali, cinema, canzoni, letteratura, sport, spettacolo, ecc.);
-la costruzione di un capillare e pervasivo sistema di welfare, che non solo ha depotenziato il conflitto di classe e quello sviluppo/sottosviluppo, ma ha anche consentito la vera e propria creazione in parallelo (= impiego pubblico) di ceti medi istruiti, orientati alla fera pubblica, equilibratori di una stratificazione di classe alle origini troppo semplice, arretrata ed estranea (o addirittura antagonista) allo Stato repubblicano;
-un processo di “secolarizzazione” religiosa (assecondata dai partiti, dai governi e dalla Chiesa conciliare), che ha permesso la ragionevole convivenza fra laici e cattolici;
-il centro-sinistra come allargamento (centripeto) delle possibili alternative di governo;
-la “solidarietà nazionale”;

e così via.

Soprattutto, per governare le fratture più profonde ed i momenti di maggior tensione, si è fatto ricorso ad una netta e voluta “pratica consociativa”, per lo più inespressa, sotterranea ed informale ma sempre condivisa da DC e PCI.
Con la 2a Repubblica, questa corrente di fondo della nostra storia politica si è bruscamente interrotta ed è prevalsa da subito una logica conflittuale, polarizzante, centrifuga. I primi scossoni li ha dati la Lega, ma il protagonista vero è certamente Berlusconi. Formulo alcune considerazioni generali in proposito.

Il logoramento dei partiti storici, già in atto per cause proprie, ha subito il collasso finale con il crollo dei sistemi a socialismo reale, togliendo agli uni e agli altri fondamentali ragion d’essere. Tangentopoli, Mani Pulite, ecc. sono specificazioni tutte italiane ma, come sappiamo, il quadro generale è l’altro.
Un passaggio non troppo traumatico alla nuova fase poteva compiersi:

- ad opera di una classe politica (di tutto l’arco “costituzionale”) fortemente rinnovata, sia pure entro una ragionevole continuità,

- oppure (anche) ad opera di “imprenditori politici” outsider che sapessero, su entrambi i fronti, unificare, compattare e guidare la transizione in virtù di nuovi paradigmi politici sostanzialmente condivisi. Convincendo così anche le ali estreme a ripensamenti critici (centripeti). 

Invece,  a destra e a sinistra c’è stata una sostanziale continuità di ceto politico e di cultura politica (anche se centripeta). La terra di nessuno stava in mezzo, al centro, ed è qui che gli outsiders hanno potuto e dovuto agire.
Il fatto però è che non si è creato un nuovo centro stabilizzatore, perché le novità politiche sono state tutte all’insegna della divisione, della contrapposizione, dell’andamento polarizzante, centrifugo. La Lega per prima, e Forza It. subito dopo ed in proporzioni ben più insidiose.
In altre parole:
1)mentre a sinistra e a destra il movimento centripeto si velocizzava (da un lato, l’evoluzione del PCI in PDS e DS, con controspinte scissionistiche che accettavano però logiche di coalizione governativa locale e nazionale; dall’altro, l’evoluzione speculare dei post fascisti),
2)lo spazio politico-elettorale vuoto e da occupare era -come ho detto- tutto al centro. Poiché questo però non bastava,
3)occorreva perciò “sdoganare” la destra, accettandola così com’era (comunque centripeta), e meglio se con qualche rapida capatina a Fiuggi,
4)convincendo inoltre la Lega che la secessione era un miraggio e che produttivo sarebbe stato invece essere a pieno titolo al governo (evoluzione leghista dall’ “etno-regionalismo” delle origini a “sindacato del territorio”).

La strategia del nuovo centrodestra doveva quindi tener conto di fattori contraddittori:

- presentarsi come il “nuovo” per conquistare i nuovi ceti “affluenti” e modernizzanti, e quelli produttivi in genere (specie piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, ecc.), e i giovani elettori,
- mantenendo però l’elettorato centrista e “governativo” tradizionale,
- alleandosi con chi nuovo non era (AN), o pretendeva di esserlo ma in un modo tutto suo ed anche pericoloso (Lega).

Tutto ciò operando per giunta un poderoso e necessario riciclaggio di ceto politico ex DC, ex PSI, ex radicale, ecc., per incorporare esperienza politica e reti sociali, economiche, politiche ed elettorali.
A questo proposito (sia detto di corsa ma dovremmo rifletterci molto di più), faccio notare come tale riciclaggio di tanti ex e della destra post-fascista (la quale, per inciso, non ha dovuto fare i conti più di tanto con il proprio passato storico ed ideologico), ha riversato sulla scena una formidabile carica di spirito di rivalsa, di livore da frustrazione, di vero e proprio “rancore” personale e politico che hanno ulteriormente acuito le logiche conflittuali. 
La percezione del “nuovo” doveva insomma mascherare il molto di vecchio che l’operazione si portava dietro. Occorreva perciò una grande operazione di vero e proprio marketing politico volta a costruire dal nulla (è il termine esatto) una legittimazione in cui tutto il “vecchio” fosse individuabile all’esterno dell’aggregazione che si andava tessendo, cioè tutto a sinistra.
Di qui la scelta-necessità di impedire o rallentare, demistificandolo costantemente, il processo centripeto di normalizzazione in corso a sinistra, costringendo la sinistra a porsi permanentemente sulla difensiva, a sussulti identitari e a logoranti diatribe interne. Fra i capolavori dell’intera operazione, è da notare il sapiente ed accurato controllo dell’agenda politico-mediatica, non solo stando al governo ma addirittura dall’opposizione.

Sappiamo come le polemiche interne al centrosinistra sull’antiberlusconismo, vero o presunto, siano state costanti così come gli appelli a non cadere in trappole ritenute politicamente improduttive. Ciò che abbiamo però sottovalutato è che l’antiberlusconismo, per questa nuova destra, è comunque da stuzzicare e rinfocolare consapevolmente, è una risorsa strategica, un fattore di successo irrinunciabile, perché non fa che incrementare le doti carismatiche del capo, costruendo e riproducendo uno scenario in cui il “nuovo” passa necessariamente da uno scontro tutto ideologico. Berlusconi (oltre che il dispensatore di denaro, televisioni e carriere nel suo campo politico), è la bandiera che garrisce in campo aperto.

Si è scientemente costruito così un vero e proprio clima di guerra ideologica fra: nuovo/vecchio, bene/male, amore/odio, libertà/comunismo, modernizzazione/conservazione, intrapresa/assistenzialismo, individualismo/massificazione, ecc. Tutti tasti fatti propri, ossessivamente, dal centro-destra. Tanto più è in difficoltà, altrettanto i toni si fanno urlati per mobilitare gli animi e, periodicamente, anche la piazza.

La garanzia del successo poggiava insomma, sin dalle origini, su una logica di vero e proprio scontro “amico/nemico”, di mobilitazione permanente e di una costante guerriglia su singoli temi, accuratamente scelti per dividere, per differenziarsi, per dimostrare l’inaffidabilità dell’avversario e la propria travolgente carica di cambiamento. Soprattutto in ciò si è rivelato decisivo il controllo intelligente dell’agenda politico-mediatica cui ho accennato prima, con l’accorto uso di tecniche ben note al marketing politico: i continui effetti-annuncio; l’elevare al rango di evento le (scarse) realizzazioni pratiche e le stesse generiche dichiarazioni d’intenti, ecc., tutto con la sapiente regia, mai dichiarata ma evidente, di efficacissimi “spin doctors” che suggeriscono in tempo reale che cosa dire e come dirlo. Il centrodestra parla così all’unisono, martellando slogan, mentre il centrosinistra è una babele di lingue.

Le ricerche elettorali mostrano chiaramente che in quindici anni non c’è stata osmosi fra i poli, divisi dalla barriera di culture politiche incompatibili: siamo tornati ad antiche proporzioni elettorali ma con una polarizzazione forte. Almeno sino ad ora, visto che le ultime elezioni rivelerebbero segnali di lievi cambiamenti.
I rapporti di forza elettorale, complessivamente, sono dunque rimasti per molto tempo sostanzialmente alla pari o meglio: di poco sfavorevoli a noi. Con però un indubbio vantaggio nostro nei governi locali, vantaggio che le ultime elezioni stanno mettendo seriamente in discussione.

Nell’ultima fase della 2a Repubblica, mentre il bipolarismo si è fatto più bipartitico (PD e PdL, per dinamiche politiche non prodotte dalle sole regole elettorali), si è però assistito ad un palpabile cambiamento del “clima d’opinione”, ad una sostanziale ridefinizione dei valori politici e civici diffusi, ad un incremento di vera e propria capacità egemonica del centro destra, che va di pari passo con un suo oggettivo consolidamento come presenza politica organizzata sui territori e negli interessi. I recenti fatti che investono direttamente la credibilità del leader del centrodestra velano un poco questa tendenza, che tuttavia è in atto. Verrebbe da dire (cronache permettendo): “ben scavato, vecchia talpa”, se non fosse che molte responsabilità sono imputabili alle risposte inadeguate da noi messe in campo.

Nell’insieme, mi pare che si sia palesata soprattutto una vera e propria mancanza di comprensione del processo nei suoi caratteri più profondi, per scarsa riflessione, superficialità, dilettantismo nell’analisi.
Non a caso sono addirittura rispuntate, nell’interpretazione del “berlusconismo”, categorie classiche delle interpretazioni del Fascismo, segno evidente di una mancanza di sintonia con i nostri tempi. Infatti, il “berlusconismo”, soprattutto nella sua prima fase, è stato da troppi ritenuto una “invasione degli Ixos”, mentre oggi sta prendendo piede l’interpretazione pessimistica e rassegnata del berlusconismo come schietta “autobiografia della nazione”. All’estrema sinistra si denuncia, ovviamente, il disvelarsi della “dittatura aperta della borghesia”.

In altre parole, sono stati sottovalutati i fattori di fragilità che sono propri di tutte le democrazie contemporanee, mentre molti (troppi) hanno coltivato l’illusione che le democrazie, magari in salsa anglosassone, abbiano capacità di tenuta ed evoluzione illimitata proprio perché democrazie.
Quanto alle specificità italiane, si è proclamato anche da parte nostra il bisogno di “nuovo”, senza considerare le infinite resistenze di chi ne ha paura. Per dirla in soldoni, non abbiamo capito che non eravamo noi i portatori del “nuovo”, o non eravamo percepiti come tali, poiché il “nuovo” stava dall’altra parte, o così veniva percepito. Del resto, quando siamo stati al governo (ben sette anni sui primi quindici), non abbiamo saputo introdurre meccanismi davvero riformatori. Senza contare la pessima prova fornita dal PD come forma-partito del futuro.

Concludendo sul punto generale:

quello che io definisco “bipolarismo conflittuale” ha esattamente questa radice e questa storia, autoalimentandosi per reazione nel centrosinistra. Tanto da rendere inefficaci e frustranti gli appelli alla ragione, alla moderazione, alla serenità irenica, alla normalità, ecc.

Sintetizzo in forma di domande le considerazioni svolte sin qui:

Ho cercato di dimostrare che, sotto le manifestazioni esteriori del cd. berlusconismo, opera in realtà un progetto politico vasto ed ambizioso non di 2a ma di 3a, 4a, ecc. Repubblica. Si è messo in atto consapevolmente -e su ciò si è raccolto molto consenso- un processo evolutivo del sistema democratico secondo linee che noi consideriamo involutive ma non per questo sono meno realistiche.

Mi chiedo allora:
- da un lato, abbiamo colto i tratti comuni all’evoluzione/involuzione delle democrazie contemporanee?
- dall’altro, abbiamo saputo cogliere non tanto l’anomalia di un personaggio sui generis quanto la sapiente strategia di un network politico teso sistematicamente ad occupare in modo pervasivo e deciso tutti i vuoti di potere prodottisi con la crisi della 1a Repubblica, per trasformarla radicalmente?

In breve: in palio c’è la titolarità stessa del potere e dell’egemonia. Viene in mente la massima di Carl Schmitt: “Sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione”.
La crisi rapida e traumatica della 1a Repubblica (per quanto a lungo incubata) e del suo pluralismo centripeto, ha determinato appunto uno “stato d’eccezione”. Gli sviluppi attuali chiariscono definitivamente l’eccezionalità della situazione, il che doveva essere però chiaro per tutti sin dall’inizio.
Se ha davvero il potere chi governa lo stato d’eccezione, noi abbiamo saputo governarlo?

Alcune conseguenze sistemiche del bipolarismo conflittuale.

Le conseguenze sistemiche di questa logica di polarizzazione e scontro sono innumerevoli. In questa sede, accenno a tre sole di esse, che hanno a che fare con gli aspetti a mio avviso più salienti del regime politico che è venuto decantandosi:

a) prima conseguenza sistemica: una modernizzazione contraddittoria e meno democrazia.

Nei primi anni ‘90 sono state introdotte importanti misure di razionalizzazione del sistema, fra cui le principali mi paiono:

-un processo di forte rilegittimazione della politica mediante elezione diretta di Sindaci, Presidenti di Provincia e Regione, con aggiustamenti sul piano nazionale: Mattarellum, poi negato, ecc.

- il netto rafforzamento del ruolo e delle prerogative della dirigenza burocratica, per emanciparla dalla subalternità alla politica e per imprimere a tutto il sistema un nuovo dinamismo funzionale in virtù del know how tecnico.

Si tratta senza dubbio di riforme imponenti. E’ chiaro però che il bipolarismo conflittuale ne ha diminuito fortemente l’efficacia stabilizzatrice e razionalizzatrice nella prospettiva della cd. “democrazia governante”, producendo evoluzione ed involuzione. Si dimostra così che non contano tanto le regole, sia pure di una buona “ingegneria costituzionale”; conta molto di più la “razionalità” con cui gli attori agiscono entro le regole stesse. Il che produce anche (io dico: perlopiù) effetti non previsti né desiderati:

- nel primo caso, che riguarda soprattutto la politica locale, polarizzazione e scontro hanno fortemente distolto il ceto politico di governo dalla progettualità, dai programmi, ecc., inducendolo a badare meno all’analisi preventiva delle cose da fare, concentrandosi piuttosto sulle alleanze per vincere e sugli equilibri interni per riprodursi;
- nel secondo caso, la crescente polarizzazione ha costretto la burocrazia a schierarsi politicamente, rinunciando proprio a quel ruolo di equilibrio e competenza tecnica salutari per il sistema politico. Tanto più che la diffusione massiccia e progressiva dello spoil system, concepito anch’esso come funzionale alla “democrazia governante”, in un clima di conflittualità ed occupazione del potere (concepito a somma zero) ha aggravato le cose.

Si è così accentuata, per le nostre specificità, la conseguenza sistemica involutiva comune a tutte le democrazie mature, secondo cui:

-la politica, già indebolita di suo, si è fa più debole rispetto alla burocrazia, divenuta vero e proprio soggetto politico;

-la burocrazia si fa sempre più potente, essendo però incontrollabile democraticamente, autonoma o politicamente complice che sia. Si sono così rafforzati, invece di attenuarsi, tratto storici della nostra burocrazia: l’autoreferenzialità, lo stile patrimonialistico di gestione della funzione, la propensione a subordinarsi alla politica ed anche (nel nostro caso, particolarmente evidente) ad essere corruttibile e corrotta;

- i governi, specie locali, si sono notevolmente rafforzati, però le assemblee elettive si sono praticamente svuotate di rappresentatività e ruolo di fronte all’avanzata irresistibile dello “strapotere degli esecutivi”, dei gruppi dirigenti dei partiti e delle burocrazie. In compenso, non è stata scalfita la tradizionale “partitocrazia” italiana, che ha perso capacità di governo mantenendo però poteri di veto, d’ingerenza, di lottizzazione, rallentando i processi più che determinandone gli indirizzi.

Il sistema politico-istituzionale ha quindi assunto tratti di indubbia “modernità”, non è però diventato molto più traparente ed efficiente, in compenso è diventato (conseguenza non prevista, ma prevedibile) molto meno democratico.

Riassumo il punto in forma di interrogativi:

a) Nella crisi della politica e nella razionalizzazione del sistema, al personale di governo locale e regionale, cui sono state assegnate legittimazione forte e quindi responsabilità politica proporzionata, occorre chiedere molto di più che essere buoni amministratori e/o prudenti navigatori entro le coalizioni, e/o buoni procacciatori di pacchetti di voti:

- abbiamo capito che la leadership ormai si gioca invece molto a livello locale e che ciò ha un decisivo riflesso nazionale?

In altre parole: viviamo in democrazie sempre più concepite come competizione elettorale, per giunta in una fase in cui sempre più si tende ad identificarci con le realtà locali:

- perché allora il nostro pur vasto e capace ceto di amministratori locali non produce dal basso leader politici di rilievo nazionale?

Nel PD si assiste addirittura alla tendenza opposta: che leader nazionali, per rilanciarsi, cercano nuova immagine e legittimazione attraverso il governo delle grandi città.

b) Nell’ottica di una cd. “democrazia governante”, il ruolo della burocrazia va radicalmente ripensato, specie in un sistema socio-politico ed economico come il nostro in cui la questione burocratica è la principale, assieme a quelle del Mezzogiorno e della conformazione del nostro sistema produttivo:

- perché non abbiamo posto mano con decisione alla questione burocratica e ai suoi rapporti con la politica? Cominciando da una revisione teorica che superi finalmente la vecchia formula secondo cui la politica fissa i fini e la burocrazia sceglie i mezzi per conseguirli?

In sintesi:

- la nuova divisione del lavoro tra politica e burocrazia ha prodotto davvero più rappresentatività, più democrazia, insieme a più professionalità ed efficienza di sistema?
- malgrado le riforme ricordate, la burocrazia ha davvero acquisito la capacità non di produrre sempre più procedure formali autoreferenziali bensì orientamento professionale al “problem solving”, indipendente da ipoteche politiche e volto al soddisfacimento delle domande dei cittadini?
- le riforme attuate hanno restituito alla politica il ruolo di progettualità, rappresentanza e controllo che le sono propri, riducendone seccamente le ingerenze nella gestione della macchina amministrativa?

b) seconda conseguenza sistemica: il paradigma del voto legittimante

In tutte le democrazie contemporanee si assiste ad un netto spostamento di “senso della politica” dalla funzione di creazione di consenso ed egemonia, quindi di rappresentanza, a quella di mera legittimazione a governare. Parallelamente, il modello storico di partito organizzato, ideologico e di massa è andato ovunque evolvendo verso la forma del partito “pigliatutto” e, ora, del “cartel party”. Di conseguenza, se alternanze al governo (nazionale e locale) si sono fatte più fisiologiche, è anche perché le differenze politiche tendono sempre più ad attenuarsi. Nel venir meno di “grandi narrazioni” (ideologiche e culturali), che spieghino la società attuale e quella futura e su questo creino consenso, il gioco democratico si sta riducendo ovunque alla competizione per governare, localmente e nazionalmente

Dentro questo movimento di fondo, tornando alle cose nostre, la legittimazione politica come risultato dei voti ottenuti è divenuto, con F It e con tutto il centro destra, non tanto un mandato democratico ma a termine, bensì un vero e proprio “paradigma”, una “formula politica” che pretende di assurgere a dignità di vera e propria ideologia. Il neonato Popolo della Libertà ne è l’espressione più coerente e radicale.
Il fatto è che si è trattato di una scelta necessaria, perché F It non aveva storia, non aveva neppure una grande ed articolata narrazione da proporre (ciò che non andava era tutto colpa della sinistra), e non aveva neppure una rete organizzativa partitica diffusa e stabile (che solo adesso si sta delineando).
Inoltre, chi nella destra possedeva strutture partitiche ed un ceto politico selezionato, quindi capace, ossia AN (la Lega anche, ma è caso a sé), non poteva avvalersene più di tanto, sia per le sue dimensioni ridotte rispetto allo scenario, sia per la storica conventio ad excludendum che l’aveva marginalizzata (infatti, poi le tentazioni della rivalsa ci sono state ed esplicite, soprattutto sul piano delle politiche culturali e per riscrivere la storia patria).

Se F It, in quanto partito, alle origini non aveva insediamento organizzativo né base elettorale certa, visto il suo retroterra è ovvio che strutturasse questi problemi in termini squisitamente di marketing.
La vera rete organizzativa era (e sostanzialmente è ancora) quella di Mediaset, Publitalia e Fininvest, che ovviamente hanno agito secondo i criteri loro propri ed assunti in pieno da F It: reclutamento politico come casting, propaganda come pubblicità, decisioni-annuncio come “evento”, i sondaggi come termometro su cui regolarsi giorno per giorno per far fronte ai micro-movimenti del mercato, ecc. Dietro c’è dunque un’imponente massa critica di organizzazione, professionalità, competenze e specializzazioni, perché il lavoro pubblicitario è molto più complesso e sofisticato di quanto comunemente si pensi. Anche molto più costoso, però in questo caso i costi sono sostenuti dalla macchina stessa (che è notoriamente molto lucrosa), mentre la struttura leggera del partito (F It) ha consentito di destinare tutto l’ingente finanziamento pubblico ad un sovrappiù di risorse nette, vero “denaro fresco” versato puntualmente da tutti i contribuenti (anche quelli avversi).
Un progetto di marketing coraggioso (come ho già detto), ma anche semplice e geniale. Con un’unica innovazione importante, sconsigliata dal marketing commerciale ma qui volutamente impiegata in modo quasi esclusivo: il ricorso sistematico alla “pubblicità negativa”, che discredita il prodotto offerto dalla concorrenza (anche di ciò ho già detto), invece di persuadere della bontà del proprio.

La misura del successo deve quindi essere valutata in volume delle vendite, ossia in voti incassati. E’ chiaro che la legittimazione elettorale in democrazia è decisiva, ma può essere concepita con misura oppure, com’è avvenuto, all’eccesso, come paradigma ed ideologia, riducendo una maggioranza elettorale (fra l’altro: sempre esibita sui voti validi, mai sugli elettori potenziali) a “mandato del popolo”.
Non insisto su questi tratti tipici del “(neo)populismo” ed esasperati da quello nostrano, della cui reale portata ci siamo finalmente accorti, né sulle tendenze in tal senso mostrate da tutti i regimi nel mondo, anche quelli democratici.

In questa sede sottolineo invece un corollario importante di quanto appena detto. Se la vittoria elettorale a maggioranza diventa paradigma della legittimazione perfetta, si acuisce anche un’altra tendenza sistemica delle democrazie contemporanee, di cui si ragiona troppo poco, ossia il crescente uso “(neo)patrimonialistico”, ossia personale, proprietario delle cariche e delle istituzioni.
Ciò è tipico del ceto politico professionistico attuale, specie in stagione di “cartel party”. E’ però ancora più caratteristico in Berlusconi, che ha trasferito in politica lo stile proprietario derivante dalla sua biografia imprenditoriale, senza trovare ostacoli o controindicazioni, trovando anzi molti imitatori in sedicesimo, anche nel nostro campo.

Riassumo questo punto in forma di interrogativi:

- PDS, Margherita, e poi il PD, prodotti dalla crisi della 1a Repubblica, hanno saputo elaborare una “grande narrazione” che li legittimasse non per il passato del loro ceto politico ma rispetto al presente ed al futuro del Paese? In particolare, il PD ha saputo dispiegare un discorso pubblico che non si limiti alle buone intenzioni ma che spieghi l’oggi e prefiguri il domani, comprese le vie per arrivarci?
- O è caduto anch’esso nella trappola della democrazia come mera competizione per governare (nel “partito a vocazione maggioritaria” si celano insidie di questo tipo), per cui le cose da fare si vedono di volta in volta a seconda degli equilibri interni al partito e alla coalizione?
- Non solo e più esplicito ancora: tanto più in assenza di una “grande narrazione legittimante”, il centrosinistra ha dimostrato di essere almeno dotato -sia pure senza grandi slanci riformatori- di una ragionevole capacità di stare al governo, essendoci stato nazionalmente per quasi la metà della 2a Repubblica, oltre che in migliaia di realtà locali?

Quanto al (neo)patrimonialismo dei nostri professionisti della politica, chiediamoci: se ciò che conta è essere al governo comunque, specie in periferia, e se questo diventa il focus e l’assillo di tutte le innumerevoli realtà locali, si rischia che gli incentivi alla partecipazione si riducano alla prospettiva di fare carriera politica in cariche elettive o di nomina, nelle quali riprodursi indefinitamente. Da qui a stili (neo)patrimonialistici il passo è brevissimo.

Ciò non riguarda solo le cariche pubbliche, ma anche i rapporti interni al partito: il rigoroso sistema di lottizzazione e cooptazione sin qui praticato dal PD (nazionale e locale), non mostra forse che le carriere politiche sono anch’esse definite da un uso sostanzialmente proprietario della struttura partitica?

c) terza conseguenza sistemica: la (quasi) scomparsa dell’ “opinione pubblica”.

L’involuzione populistica va però oltre quanto già detto. Oltre all’ideologia del voto legittimante e al corrompimento dell’etica pubblica e del costume politico con forme sempre più palesi e sfacciate di patrimonialismo, il (neo)populismo comporta soprattutto il conclamato rifiuto dei contrappesi, dei controlli, dei contropoteri, additati come congiure dei poteri forti contro il popolo. Quindi sono da zittire o da occupare fisicamente.
Tutto ciò è ben noto e tuttavia le conseguenze concrete sul nostro sistema politico non sono mai state abbastanza sottolineate. La 2a Repubblica è anche un sistema politico in cui i contropoteri ed i controlli sono risultati sempre meno efficaci, perché costantemente sulla difensiva oppure, più semplicemente, perché occupati militarmente. Parlo dei controlli diffusi nel sistema, non dei massimi livelli rappresentati dalla Corte Costituzionale e dalla Presidenza, per i quali il discorso è diverso.
Mi soffermo qui su un aspetto particolare ma decisivo della questione, il fatto cioè che le società democratiche hanno per loro natura, oltre ai meccanismi istituzionali, un fondamentale anticorpo rappresentato da ciò che comunemente chiamiamo “opinione pubblica”. Questa è la vera arma finale per controllare il potere e le sue degenerazioni.

L’intera operazione 2a Repubblica, in quanto condotta da F It, Mediaset, Publitalia e Fininvest, ha rappresentato inevitabilmente una formidabile accelerazione nella “mediatizzazione della politica”. Qui le specificità italiane si scontano tutte.
Chi meglio di Berlusconi poteva condurre l’operazione? Chi meglio di lui poteva portare alle estreme conseguenze il progetto per cui, nelle società mediatizzate, il pluralismo attivo, autonomo ed aggregante della società civile, cioè dell’opinione pubblica, sia sostituito da quello passivo, eterodiretto, segmentato e massificato dei “pubblici televisivi”?
La politica dovrebbe produrre idee (non stereotipi e “immagini”), convincere e “rappresentare” opinioni. Da noi la questione è stata radicalmente capovolta: non si tratta di rappresentare opinioni, dando loro voce e forma, ma di “creare opinioni” nel senso però di cancellare la realtà reale costruendone una del tutto virtuale.
I processi cognitivi di tutti noi partono, come sappiamo, dalla osservazione individuale della realtà circostante, e la politica dovrebbe aiutare a capire meglio ciò che ci appare confuso, difficile, contraddittorio. Qui il processo cognitivo che si tenta di radicare è invece un altro: il potere mediatico non solo inventa la realtà, ma offre anche i codici con cui interpretarla.
Esse est percipi, le cose e le persone sono ciò che appaiono, nell’era dei media. Con Berlusconi assistiamo addirittura all’assalto al potere puro, al potere in sé, davvero orwelliano, che elimina (pretende di eliminare) radicalmente l’opinione pubblica così come la concepiamo da secoli.
Quando dico opinione pubblica, alludo naturalmente anche al salutare pluralismo dell’associazionismo civico, divenuto via via più asfittico, sia perché inascoltato dalla politica politicante, sia perché condannato all’inesistenza dal sistema mediatico. Con l’eccezione, forse, dell’associazionismo del volontariato e cattolico, che -non a caso- operano in realtà reali difficili da cancellare.
Con un’altra eccezione emergente: le forme aggregative del web che però - dovremmo rifletterci - sono con un piede nel reale-reale e un altro nel reale-virtuale, quindi anche ambigue e cangianti.

La 1a Repubblica aveva costruito poco a poco, in un paese provinciale, arretrato, analfabeta e sostanzialmente “suddito”, una vera opinione pubblica. La 2a Repubblica rischia di essere la tomba dell’opinione pubblica:

- i partiti non fanno più opinione, e non sono più centro di reti associative diffuse;
- i grandi gruppi d’interesse neppure (e si accontentano dello scambio politico, quando ci riescono);
- i sistemi normativi storici (tradizione, famiglia, scuola, ecc.) non trasmettono valori e norme (non fanno più opinione);
- le grandi istituzioni culturali sono in crisi non soltanto d’efficienza quanto di prestigio vero e proprio (vittime anche dei loro corporativismi);
- i media, già poco indipendenti nella 1a Repubblica, sono ora molto più controllati e controllabili, praticamente gestiti dal potere economico-politico;
- i giornali, storici protagonisti dell’esistenza di un’opinione pubblica, sono sempre meno letti e leggibili, e i giornalisti che contano ai vari livelli sono ormai sostanzialmente embedded nel ceto politico;
- la televisione, per sua natura, anche se fosse libera da condizionamenti politico-economici, non ha un linguaggio adatto a “fare opinione” in modo pacato e riflessivo, semmai serve a confermare, radicalizzandole (lo scontro e la rissa sono ingredienti dello spettacolo), opinioni preesistenti;
- l’associazionismo politico e culturale (abituato storicamente ad un orizzonte partito-centrico), non ha più punti di riferimento e langue, oppure deve affidarsi a protezioni politiche;

ecc.

Avanzo gli ultimi interrogativi:

- Nel nostro sistema politico, chi “fa opinione”? Chi produce il “capitale sociale” costituito dalla civicness, dallo spirito civico, dalla partecipazione? Esiste ancora un’opinione pubblica informata, articolata e pluralista, all’altezza delle sfide dei tempi?

- In un conflitto politico sempre più mediatizzato, il PD ha saputo trovare le contromosse che almeno riducessero il gap originario di risorse rispetto all’avversario? A parte la mancata riforma televisiva, la non soluzione del conflitto d’interessi, le operazioni costose e pateticamente inefficaci come You Dem TV e Red TV (fra l’altro: in concorrenza…), più specificamente:

- la forma-partito che si è data il PD è idonea ad intercettare flussi d’informazioni dalla società, ad attrarre saperi, intelligenze, quadri e militanti, ad accogliere, elaborare e diffondere punti di vista e proposte, a suscitare partecipazione ed entusiasmi? In breve: a produrre leadership e consenso, a fare opinione?

- il “popolo delle primarie” è stato un grande movimento spontaneo di opinione pubblica. Che cosa ha sedimentato, come si è stabilizzato, come si è articolato? E soprattutto: si ripeterà?

Luciano Bonet - giugno 2009

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Luciano Bonet fino a pochi mesi fa é stato docente di Sociologia Politica a Scienze Politiche di Torino 


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