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04 Marzo, 2005
L'Occidente non dimentichi la grave carestia del Niger di F. Paderi
Ancora una volta, come avviene ormai periodicamente, ci possiamo imbattere, guardando la televisione, nelle terribili immagini, che non vorremmo mai vedere, di bambini africani denutriti ed agonizzanti, e negli appelli alla mobilitazione per impedire una

L'appello

L'Occidente non dimentichi la grave carestia del Niger

di FRANCESCO PADERI*

Ancora una volta, come avviene ormai periodicamente, ci possiamo imbattere, guardando la televisione, nelle terribili immagini, che non vorremmo mai vedere, di bambini africani denutriti ed agonizzanti, e negli appelli alla mobilitazione per impedire una vera e propria strage causata dalla fame, proprio mentre siamo in vacanza, in un periodo quindi che dovrebbe essere di spensieratezza e di svago. Ora le immagini arrivano dalle regioni di Maradi, Tillabery, Zinder e Tahoua, nel Niger.

Questa volta, però, siamo spinti a particolari riflessioni perché questa tragedia avviene a meno di un mese dalla riunione del G8 che aveva portato all'attenzione di tutti il problema dell'aiuto all'Africa, che lo aveva fatto diventare una delle questioni prioritarie per il futuro del nostro pianeta.

Ancora, ci colpisce il fatto che, diversamente da altre emergenze alimentari recenti, come quella dell'Etiopia nel 1984, o dell'Angola nel 2002, la fame non nasce da una situazione di guerra civile, ma in un paese stabile, che si sforza di sviluppare una democrazia parlamentare di tipo occidentale.

In questo caso le cause sono da ricercarsi nell'acuirsi di una situazione cronica in cui un bambino su quattro muore prima di arrivare a cinque anni di età. Combattere l'emergenza è certo utile, ma la stessa situazione può riproporsi tra poco tempo se non vengono affrontate le cause di fondo della crisi. Allora pensiamo che viene coinvolto il nostro mondo industrializzato occidentale (o forse sarebbe meglio dire "settentrionale"), che poteva accorgersi prima che il dramma si stava sviluppando e agire per cercare di evitarlo. Ma allo stesso tempo ci interroghi sul ruolo delle organizzazioni non governative, che si dovrebbero battere in prima linea contro la fame, e dei nostri stessi mezzi di comunicazione di massa, ora così impegnati nel denunciare l'emergenza, ma prima completamente assenti.

Che il mondo industrializzato non si sia accorto della tragedia si può facilmente capire se si pensa che la crisi alimentare attuale non è frutto di una siccità di quest'anno o di questa stagione, ma della siccità dell'estate del 2004, che, insieme alle devastazioni provocate dalle cavallette, ha impoverito notevolmente le riserva di cereali e ha fatto salire il loro prezzo. Il governo del Niger aveva fatto conoscere alla comunità internazionale sin da ottobre la situazione critica, ma senza alcun risultato. Il programma alimentare dell'Onu ha lanciato a sua volta un appello perché venissero versati da parte degli stati membri dei contributi straordinari per il Niger: ma dei sedici milioni di dollari attesi, solo cinque erano stati versati prima dell'estate.

Intanto, la tragedia dello tsunami attirava l'attenzione del mass media: lo slancio di generosità dei paesi ricchi è stato encomiabile, ma la crisi alimentare del Niger fu messa in secondo piano, come se ci fosse spazio solo per una sciagura alla volta. Uno dei motivi di questo disinteresse per l'Africa è anche che non se ne parla quasi mai: i luoghi colpiti dallo tsunami erano popolari, alcuni dei veri paradisi per i turisti, mentre chi sente mai parlare dell'Africa nord-occidentale? Inoltre, secondo una parte dell'opinione pubblica, tutto ciò che succede in Africa è un po' colpa dei governi dispotici dei vari paesi: "Se la sono voluta, non si sanno governare". Occorrerebbe guardare invece le singole realtà statuali: il Niger negli ultimi anni, nonostante sia uno dei paesi più poveri della terra, e nonostante l'emergenza del 2002, quando a causa della guerra civile nella vicina Costa d'Avorio migliaia di suoi cittadini che vi erano emigrati si rifugiarono precipitosamente in patria, è stabile e bene amministrato dal punto di vista finanziario: è solo molto povero.

In realtà, le cause della crisi alimentare, anche se derivate dalla siccità dello scorso anno e dalle devastazioni delle cavallette, sono altre e più profonde: mancanza di acqua o forniture di acqua di bassa qualità, impossibilità per la maggior parte dei cittadini delle zone colpite di pagare l'assistenza medica, almeno quella fornita dallo stato e non dalle associazioni internazionali di volontari, come Médecins sans frontières, scarsa pratica di prevenzione delle malattie infantili,

quasi nessuna politica di bonifica e disinfestazione. Tutte cause che possono essere affrontate solo attraverso una politica a lungo termine, solo se gli stati ricchi si decideranno a organizzare in modo diverso i loro aiuti, non pensando di risolvere le crisi attraverso azioni limitate nel tempo e massicce (anche se allo stato attuale anche queste azioni sono necessarie), ma invece con aiuti importanti, ma mirati, che permettano al Niger di poter sviluppare la propria agricoltura.

E il famoso Live 8, il concerto rock simultaneo in nove città che sembrava mostrarci che i giovani di tutto il mondo sono impegnati contro la fame e la povertà (il motto era "make poverty history")? Gli organizzatori avevano deciso che bisognava concentrarsi su un solo chiaro obiettivo: la cancellazione del debito dei paesi poveri verso i paesi ricchi. Si trattava di concerti gratuiti, il cui unico scopo era quello di mobilitare le coscienze. Giusto, ma non sarebbe stato meglio dimenticare il marketing e pensare all'attualità, facendo pagare un biglietto anche a basso prezzo, aiutare i paesi in emergenza alimentare (purtroppo situazioni molto simili a quella del Niger si stanno sviluppando anche in Etiopia, Somalia, Zimbabwe e nel disgraziatissimo Sudan) e diffondere una nuova forma di sostegno per i paesi poveri?

*Professore all'università Guglielmo Marconi di Roma, dottore di ricerca in Storia dell'Africa, ricercatore Cnrs a Parigi

 


       


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