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 Radio Londra

04 Marzo, 2005
“Famosi per la qualità” Intervista al Prof. Giulio Ballio Rettore del Politecnico di Milano.
Le università milanesi si distinguono per un alto valore medio della ricerca e punte di eccellenza in settori strategici del made in Italy

“Famosi per la qualità” Intervista al Prof. Giulio Ballio Rettore del Politecnico di Milano.

Le università milanesi si distinguono per un alto valore medio della ricerca e punte di eccellenza in settori strategici del made in Italy

 

Prof. Ballio, il sistema universitario milanese, da molti definito d’eccellenza, attira un gran numero di studenti provenienti dall’estero e da altre regioni italiane. Quali sono i motivi di questo successo?

«I motivi sono legati al forte brand internazionale di Milano non solo per le attività connesse alla moda e al design ma anche per via dello status di capitale economica d’Italia e di porta d’ingresso verso l’Europa. In secondo luogo le università milanesi per la loro storia e la loro pluralità offrono uno spettro molto vasto che può coprire gli interessi di ciascuno, con una focalizzazione su specifici temi che è molto apprezzata e anche per le forti relazioni internazionali e la qualità della formazione offerta».

 

Una delle ragioni per cui Milano attrae molti studenti è la concentrazione di imprese che offre un maggior ventaglio di opportunità. Reputa sufficienti gli attuali collegamenti tra università e impresa?

«A livello italiano risponderei di no, ma le università milanesi da oltre un decennio hanno iniziato a tessere rapporti molto stretti con le aziende. Possiamo dire che il rapporto di apertura delle università e il grado di abbandono dei preconcetti da parte delle aziende sia arrivato a un livello maturo. Ovviamente esistono attività formative in cui è più difficile tessere rapporti con le aziende ma i collegamenti nel complesso sono buoni. C’è più difficoltà ad avere rapporti con le piccole aziende».

 

 

Cosa possono offrire le università milanesi alle imprese? È possibile creare ulteriori sinergie tra le due realtà e se sì, in che modo?

«Le università milanesi possono offrire tutta la propria ricerca allo stesso modo sia alle grandi aziende che alle piccole e medie imprese. Il problema con le Pmi consiste nella difficoltà che queste hanno a rapportarsi con il mondo dell’innovazione, di cui hanno bisogno ma alla quale non riescono a dare una direzione perché non hanno la capacità di ricerca al proprio interno. E non conoscendo questo mondo finiscono con il diffidarne. Per creare ulteriori sinergie occorrerebbero troppe risorse per coprire il solo territorio lombardo».



 

 

In cosa le università milanesi sono all’avanguardia nel campo della ricerca? Ci può fornire un quadro della ricerca universitaria  a Milano rispetto al resto d’Italia?

«Le università milanesi hanno un alto valore medio di ricerca e formazione con punte notevoli di qualità che le rendono appetibili per collaborazioni con altre università internazionali. Se dovessi citare dei settori di eccellenza sicuramente indicherei quello dell’energia il cui dipartimento è un punto di riferimento in Italia e all’estero, poi l’Information Technology e il settore dei sistemi di trasporto, in particolare quello ferroviario dove abbiamo come partner le Ferrovie dello Stato per lo sviluppo dei treni ad Alta velocità. E poi citerei la fotonica in cui siamo attivi da anni, la matematica finanziaria applicata grazie alla quale abbiamo contribuito per due volte alla vittoria di Alinghi nell’America’s Cup, la protezionistica del territorio con il monitoraggio della barriera corallina, le tecnologie applicate alla salute e la conservazione dei beni culturali».





Ogni anno i governi che si succedono in Italia sembrano disinteressarsi della ricerca. In un periodo di crisi economica globale non crede che lo Stato dovrebbe investire di più sul proprio futuro?

«Sicuramente, ma bisogna investire in maniera selettiva per non dissipare risorse. Servirebbe un sistema di valutazione delle università che al momento non esiste e che quindi rende difficile l’intervento statale. Se guardiamo al resto d’Europa in Francia e Germania stanno andando in questa direzione, In Inghilterra lo fanno da vent’anni, anche in Spagna e Portogallo hanno fatto leggi in questo senso. Per cui se le cose in Italia non dovessero migliorare potremmo trovarci tra qualche anno a competere con la Grecia».



 

 

Nelle graduatorie delle migliori università europee e mondiali quelle italiane occupano sempre posizioni poco o norevoli. Pensa che queste classifiche siano veritiere? Ci sono aspetti che non vengono considerati e che sono invece punti di forza del sistema milanese?

«Nel discorso delle classifiche bisogna innanzitutto considerare in quanti partecipano: essere nelle prime 500 su decine di migliaia è una posizione o norevole se poi consideriamo le difficoltà a paragonarsi su una classifica generale basata sulla valutazione di svariate discipline. Per farle un esempio, il Politecnico di Milano che è focalizzato su Ingegneria, architettura e design è indietro in classifica generale, ma nella classifica del Times delle migliori facoltà di ingegneria è considerata 60° nel mondo e 15° in Europa. Di fatto abbiamo università con diverse eccellenze di nicchia in grado di competere in classifiche di specialità mentre fatichiamo ad emergere nelle classifiche generali».



 

 

È d’accordo che per fare ricerca d’eccellenza servono innanzitutto risorse umane eccellenti? Milano riesce ad attrarre queste risorse?

«È un discorso valido per le risorse italiane, non siamo invece in grado di attrarre in larga misura risorse umane da altri Paesi: un bravo professore si muove non solo per un buon salario ma anche se ha un’opportunità di ricerca che gli manca nel suo Paese, determinata dalla presenza di particolari attrezzature e uno staff valido a disposizione. L’unica cosa che si può fare con l’attuale situazione finanziare è realizzare sinergie con altre università straniere per ottenere risultati». 




 

 

La ricerca ovviamente ha dei costi. Quanto il settore privato riesce a sopperire alla mancanza di fondi pubblici?

«Bisogna distinguere tra la ricerca di medio periodo e la richiesta da parte di aziende dei risultati della ricerca già svolta. Il politecnico di Milano ha rapporti con le aziende per circa 100 milioni di euro l’anno di fatturato. Di questi circa il 60% sono aziende che chiedono trasferimento tecnologico vale a dire l’applicazione di ricerca già effettuata. Per le aziende sono investimenti a basso rischio perché avvengono nel breve periodo e con risultati misurabili. Più complesso è l’investimento a due-tre anni su cui non c’è la certezza del ritorno sull’investimento: difatti ad investire sono per lo più istituzioni pubbliche o aziende di grosse dimensioni disposte a condividere con noi il rischio».

 

 

Per finire: reputa le università un valido anello di collegamento tra imprese, territorio e risorse umane? In questa ottica qual è la sua visione di università del futuro?

«Le università sono un collegamento essenziale: nel mondo rappresentano l’anello di congiunzione dello sviluppo della conoscenza. Affinché l’Italia regga il passo con il resto del mondo nei prossimi dieci anni dovremo essere in grado di far convivere le università di massa con quelle di elite. Mentre all’estero esistono università diverse con ruoli diversi in Italia non  si è riusciti a far focalizzare degli istituti in maniera preponderante sulla ricerca. Mi auguro comunque che prima o poi qualche governo trovi un sistema per premiare la qualità e riconosca quali sono le attività di ricerca su cui puntare per svilupparsi».

 

 

 

 

Eutopos Business Report - Milano 2009

http://www.eutopos.eu

 


       


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