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 Ultimissime dalla Lombardia

04 Marzo, 2005
Città metropolitana. Intervista a Filippo Penati
“Città metropolitana volano dello sviluppo” Il federalismo è la riforma chiave per rilanciare il territorio .

“Città metropolitana volano dello sviluppo” Il federalismo è la riforma chiave per rilanciare il territorio .

Presidente, quali sono i traguardi raggiunti più importanti in tema di impresa, internazionalizzazione e innovazione?

«Il tema dello sviluppo dell’area metropolitana milanese è stato al centro del programma presentato agli elettori ed è al centro del nostro impegno amministrativo. Siamo partiti da una ricerca OCSE durata un anno, incentrata sulla ricerca dei punti focali utili a favorire lo sviluppo economico e la crescita dell’area metropolitana e ne è emersa la necessità di maggiori investimenti nella ricerca e nell’innovazione, di una modernizzazione del livello istituzionale per dare risposta ad un territorio così vasto, oltre all’ormai celebre deficit infrastrutturale. Altra iniziativa interessante è stata una mostra itinerante di design, chiamata “Milano made in design”, con l’obiettivo di mettere in risalto quanto design c’è anche negli oggetti di uso comune. Importante è anche l’orientamento verso il finanziamento di una serie di imprese innovative, specialmente in fase di start-up, anche attraverso l’agenzia Milano Metropoli, di cui la Provincia di Milano è socio di maggioranza, che ha il compito di promuovere il territorio milanese rilanciando le opportunità di investimento e concentrandosi sui settori più in crescita come appunto la moda ma anche le biotecnologie o il terziario avanzato. Sinceramente il nostro territorio non sta vivendo un momento felice: se ci confrontiamo con altre aree del continente europeo, il nostro ritardo è palese e risultiamo meno attrattivi rispetto ad esempio all’area di Lione, Monaco di Baviera o Barcellona. Oggi, quando una multinazionale decide di localizzare il cuore, il cervello della propria attività, tiene conto anche della qualità della vita, considerando il sistema universitario, la presenza di asili nido per i dipendenti, la qualità del traffico. Sempre di più sono i sistemi territoriali che ingaggiano la competizione globale.

Penso anche alla teoria delle tre T elaborata da Richard Florida: talenti, tecnologia, tolleranza e fatico a trovarne applicazione nelle politiche territoriali dell’ultimo ventennio. Milano vive più del suo mito che non di una sua effettiva capacità di essere competitiva. Milano ha bisogno di rafforzare il livello di riconoscibilità della sua economia, del suo tessuto sociale, della sua capacità di innovazione e affermarsi prepotentemente tra la città leader mondiali.»

 

 

Presidente, tanti imprenditori lamentano un sistema poco meritocratico nei loro confronti, ed in tanti desiderano un sistema di incentivo all’impresa, per chi si comporta bene, per chi rispetta l’ambiente, le norme di sicurezza. Cosa ne pensa?

«Questa è una delle grandi scommesse che la politica nel suo insieme ha di fronte. Siamo ad una fase di nuova trasformazione del sistema produttivo italiano: dal “piccolo e bello”, dalla centralità della dimensione familiare ad una necessità di essere competitivi nei mercati globali, ad uno scenario dove la selezione è diventata più spietata. L’arrivo di prodotti che vengono realizzati con manodopera che costa un decimo della nostra e con un buon livello di investimento tecnologico nelle macchine, ha fatto sì che ha resistito chi si è collocato sulla frontiera dell’innovazione e della creatività. In molti casi il modello familiare è stato vincente poiché i figli hanno introdotto una capacità di innovazione che ha dato una spinta decisiva verso l’internazionalizzazione. La politica per molti versi rappresenta un impedimento allo slancio del sistema impresa, perché l’impianto farraginoso ed oppressivo delle leggi e dei regolamenti ci fa dire che vincono la sfida dell’internazionalizzazione quei settori che possono fare a meno della politica, che hanno trovato il modo di neutralizzare l’impatto della burocrazia. Ecco perché è importante la questione del federalismo, che non deve essere solo federalismo fiscale ma anche federalismo di funzioni, in modo da introdurre un sistema che permetta la competizione tra territori extra-nazionali.

La politica ormai riconosce il valore sociale del “fare impresa”, ma non deve limitarsi all’incentivo e andare oltre, accompagnando, stando a fianco dell’impresa sostenendone lo sforzo, attraverso una leva fiscale modulabile a seconda delle necessità dell’impresa e del suo periodo di vita.

In breve c’è bisogno di una burocrazia che accolga la sfida, un fisco che non faccia sconti, ma che sia “partner” nei momenti di crescita o di stagnazione dell’impresa, o meglio ancora nella fase di start-up.»

 

 

In ottica di internazionalizzazione e non solo è importante creare relazioni, creare rete, instaurare sinergie intelligenti, per affrontare il problema della competitività e della struttura dimensionale. Quali sono gli spazi in cui supportare queste dinamiche?

«Il fare rete può aiutare a non avere un’ansia da prestazione della crescita, perché la rete è una risposta alla dimensione. La nostra esperienza di network delle biotecnologie si sta rivelando positiva, dove l’istituzione non deve sostituirsi alle imprese, ma deve funzionare come elemento che favorisce l’esito dell’iniziativa: le istituzioni devono avere a cuore la nascita delle reti. La rete è la traduzione telematica del concetto di distretto, che è stato un grande punto di forza del nostro sistema imprenditoriale. Qui però c’è una cultura italiana da vincere, ed il compito delle istituzioni è anche quello di fare rete mettendo in contatto università e produzione, in modo da avvicinare il mondo delle imprese a quello accademico.»

 

 

Tema importante è l’ambiente e la responsabilità sociale di impresa. Il concetto in Italia è poco sentito rispetto ai pesi anglosassoni. Come vede un incoraggiamento delle istituzioni a favore di questo tema anche in ottica della sostenibilità del sistema territoriale?

«Le istituzioni rispetto a questo tema hanno un dovere di controllo e sorveglianza che non deve essere né limitativo e né mortificante. Ho assistito a diverse assemblee di Federchimica, uno dei settori più delicati, e mi sembra che dall’impegno del sistema delle imprese chimiche trapeli un atteggiamento positivo ed emerga un buon terreno di confronto. Le amministrazioni devono costruire modelli di relazioni e di intervento che coniughino sensibilità ambientale con la produzione. Oggi si è capito che una impresa che vuole essere competitiva deve considerare il rapporto con il proprio territorio, e il tema della salvaguardia dell’ambiente è un tema centrale grazie proprio ad una sensibilità che va aumentando verso le tematiche ambientali e la ricerca di una crescita sostenibile.»

 

 

C’è chi richiede l’applicazione di dinamiche di gestione industriale al mondo politico e istituzionale. Vede delle possibilità che questo può avvenire?

«Sono due realtà diverse. L’amministrazione pubblica deve recuperare efficienza ma la recupera principalmente se si va verso una fortissima semplificazione dell’impianto normativo, con leggi e regolamenti che siano di facile lettura, di univoca interpretazione e di applicazione efficace e su questo punto è fondamentale avere un impianto di controllo che permetta di ridurre al minimo gli elementi di discrezionalità nell’intervento sia politico che tecnico. Bisogna rafforzare il concetto di responsabilità, perché sia chiaro che si deve remunerare non solo la quantità (intesa in termini di salario) ma anche, come nel privato, la capacità e l’assunzione di responsabilità. Il pubblico deve guardare all’efficienze del settore privato, non dimenticando che l’obiettivo non è quello del profitto ma del bene pubblico, e che le dimensioni del pubblico sono paragonabili  a quelle della grande industria, con ampi margini di inefficienza. Basti pensare che la Provincia di Milano ha 2.500 dipendenti ed il Comune di Milano circa 10.000. Le grandi ristrutturazioni che hanno portato grandi successi, si sono basate sui coinvolgimenti, sulla corresponsabilità, sulla collaborazione. Ma ripeto, nel pubblico questa cosa non può essere fatta se non si parte dalla semplificazione dell’impianto legislativo e dei meccanismi di controllo.»

 

 

Presidente, come vede il futuro di Milano, del territorio, delle aziende, e cosa fare per tornare a competere con le maggiori isole europee?

«Pochi ma semplicissimi temi. Il primo è quello che si vada verso la riforma federale dello stato: introduzione del federalismo delle funzioni e deleghe in maniera univoca ed esclusiva alle regioni, le quali a loro volta devono delegare agli enti locali, evitando di passare da un centralismo statale ad un centralismo regionale. Se Milano deve competere con Barcellona, ed inoltre deve farsi carico dei problemi strutturali del paese, diventa difficile percorrere alla stessa velocità. Federalismo fiscale perché le risorse devono rimanere qui a sostegno dell’economia regionale, senza abbandonare l’idea della solidarietà che non deve tramutarsi in assistenzialismo da aree ricche ad aree povere, ma essere strumento di coesione sociale. Secondo, bisogna cominciare a ragionare sulla innovazione istituzionale della città metropolitana, su assetti di governo simili ad altre aree metropolitane mondiali, ad esempio con la presenza di authority per funzioni a livello di macro regione, senza scardinare l’istituzione dei Comuni e delle Province, sedimentata ormai dentro la tradizione storica. Terzo, il tema dello sviluppo della mobilità delle persone e delle merci, potenziando ulteriormente i trasporti su ferro, rendendoli confortevoli ed efficienti. La realtà cambierà e dobbiamo essere pronti ad affrontarla.»

 

Eutopos Business Report - Milano 2009 

Fonte: http://www.eutopos.eu:80/news_interno.php?t=2&n=1892 


       


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