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 Cultura

04 Marzo, 2005
L'oreficeria coloniale .Storie americane del Mantovani nel Mondo
Negli anni in cui Angelo Maria Camponeschi viveva e lavorava a Buenos Aires, altri italiani partivano dall'Europa per approdare sul suolo americano.

L'oreficeria coloniale .Storie americane del Mantovani nel Mondo

Negli anni in cui Angelo Maria Camponeschi viveva e lavorava a Buenos Aires,

altri italiani partivano dall'Europa per approdare sul suolo americano. Tra

loro vi erano due fratelli nati nel  Ducato di Parma: José e Abdòn Boqui .

Il loro cognome italiano era Bocchi, ma fu successivamente ispanizzato in

Boqui, e con il cognome spagnolo vengono sempre ricordati. La data del loro

arrivo a Buenos Aires è incerta.

La maggior parte delle fonti indica come data presumibile i primi anni

dell'800, ma alcuni lavori di oreficeria realizzati a Buenos Aires alla fine

del XVIII secolo, e  attribuiti a uno dei fratelli, sembrano confermare come

data di arrivo quella proposta da Vicente Gesualdo che la colloca

nell'ultima decade del '700.

Sempre secondo lo storico Vicente Gesualdo i due arrivarono in compagnia del

romano Martino de Petris di cui abbiamo precedentemente accennato una breve

biografia.

A confermare questa data, oltre alle già citate opere di oreficeria, vi è

anche il resoconto di una perizia tecnica effettuata a Buenos Aires nel 1796

a cui parteciparono i due fratelli.

Una cronaca del tempo riporta infatti che i due fratelli Boqui, assieme a

Martino de Pretis ed altri periti, valutarono la collezione di macchine di

fisica sperimentale di Don Martìn de Altolaguirre . In quell'occasione José

Boqui, in qualità di perito, si fregiò del titolo di: "Don José Boqui

maestro titulado en Madrid del arte de platerìa, de fundiciones, tirado a

kilo, làmina, torno, buril, cincel y pulimentos è inventor y fabricante de

matrices de bronce para fundir dibujo, vaso, roscas y tuercas..fundidor de

cadenas..." .

In questa ricerca biografica ci occuperemo soltanto di José Boqui, visto che

del fratello Abdòn niente si sa oltre queste poche e frammentarie notizie.

José nacque a Parma nel 1770 con il nome di Giuseppe e giovanissimo si

impiegò presso la bottega orafa di Paolo Bocchi. Sempre giovanissimo, lasciò

l'Italia per trasferirsi in Spagna , dove proseguì gli studi artistici

presso il collegio di Madrid e iniziò a lavorare, dividendosi tra Barcellona

e Madrid. Nel suo periodo spagnolo realizzò come argentiere, vari ostensori

e arredi liturgici.

Dopo aver vissuto per alcuni anni in terra iberica, José, assieme al

fratello, decise di trasferirsi in America. La ragione di questa decisione

ci è ignota. Arrivò a Buenos Aires tra il 1793 e il 1795. Nella città

intraprese nuovamente la carriera di argentiere e di cesellatore realizzando

numerose opere anche di pregevole valore, tanto che lo scrittore gesuita

Guillermo Cardiff Furlong, autore di molti saggi storici, lo considera il

più abile orafo della capitale nei primi anni dell'Ottocento .

Del primo periodo argentino di Boqui si conserva ancora oggi nella

collezione Hèctor Schenone y S.ra un'aureola in argento e bronzo, che

probabilmente era collocata sopra la testa di un santo domenicano e che

nella sua parte interna, oltre alla decorazione di un pentagramma con note

musicali, porta una sibillina scritta: Jph Boqui Parmensis Inv fet ano 1799

/ Ad Solum de Sto Benemerendi Causa / Si me quieres desarmar / Pìensalo para

no errar.

Nel 1801 Giuseppe Boqui realizzò, per il convento di San Domenico di Buenos

Aires, due ostensori, che furono valutati 9.000 pesos quello grande e 2.000

quello piccolo . Purtroppo durante la seconda invasione inglese di Buenos

Aires i due oggetti furono trafugati dai soldati britannici che per un

periodo occuparono il convento.

Tra il 1803 e il 1809 il parmense lavorò ancora ad un ostensorio, che poi

portò con se in Perù e che oggi si trova nella cattedrale di Trujillo. Sul

piedistallo si può leggere ancora la firma e la piccola dedica: "Joseph

Boqui, Aurifex Parmensis et Collegi Matritensis invenit et Coepit Bonis

Auribus a. 1803 atque ipse unus impensis suis eam venditurus perfecit

a.1809" .

La caratteristica principale di questo ostensorio è un'altra scritta nel

piedistallo, che invita l'osservatore a cercare un piccolo cassetto,

nascosto nell'ostensorio stesso, che contiene la spiegazione per aprire la

teca dove è custodito il Santissimo Sacramento. La scritta dice: "Un

cajoncito en la peana / encierra la explicaciòn / que te enseña a desarmarme

/ leyendo con atenciòn".

L'attività porteña del Boqui non si limitò soltanto alla realizzazione di

opere di oreficeria o di incisione. La prima lanterna magica (una sorta di

proiettore per diapositive) che fu ammirata a Buenos Aires fu portata dalla

Francia proprio dall'argentiere italiano che l'aveva acquistata in Europa.

La lanterna fu poi venduta nel 1795 al sacerdote Juan Bautista Goiburu,

direttore della cappella musicale della cattedrale .

Dopo pochi anni dal suo arrivo a Buenos Aires José si iscrisse alla loggia

massonica San Giovanni di Gerusalemme. In quell'ambiente, dove si stava

sviluppando il seme della rivoluzione, incontrò José de San Martìn, che

forse aveva precedentemente conosciuto a Cadice quando l'eroe argentino,

arruolato nelle truppe spagnole, combatteva Napoleone. Boqui conobbe qui

anche altri rivoluzionari, tra cui il poeta cordobese Josè Antonio Miralla,

a cui lo legherà una profondissima amicizia. Così, oramai a contatto con i

settori repubblicani della società porteña, si arruolò nella milizia

cittadina a difesa della città durante la prima invasione inglese del

1806-07. Il suo ingegno e la sua abilità di fonditore, gli permisero di

realizzare cannoni con un nuovo sistema di puntamento che furono utilizzati

con successo nella difesa di Buenos Aires.

Nel 1810 a causa della delusione per la mancata vendita di un ostensorio che

aveva realizzato, decise di abbandonare l'Argentina e di trasferirsi in Perù

assieme alla famiglia e all'amico Miralla .

Boqui costruì delle resistentissime custodie in legno, vi ripose

l'ostensorio smembrato e partì con una colonna di muli alla volta di Lima.

Arrivati il 20 luglio del 1810 in città, furono presto coinvolti nella

fallita cospirazione contro il Viceré Fernando de Abascal, cospirazione

detta "dei porteños" per il fatto che la maggioranza degli affiliati erano

di origine argentina. I cospiratori furono  arrestati, ma vennero

successivamente assolti dall'accusa di tradimento (per la quale vigeva la

pena di morte), anche se nel settembre dello stesso anno, furono costretti a

lasciare il paese. Nel 1815, alla partenza del Viceré Abascal, Boqui tornò a

Lima riprendendo la sua attività di argentiere. Le difficoltà economiche in

cui versava lo costrinsero a dedicarsi anche ad altri lavori come quello di

inventore di macchine per il pompaggio dell'acqua dai pozzi minerari. In

cambio della somma di 40.000 pesos che gli furono prestati dalla camera di

commercio di Lima per realizzare questi progetti, fu costretto ad impegnare

il suo ostensorio, che fu depositato sotto custodia nella fortezza militare

del Callao. La macchina per il pompaggio dell'acqua fu un completo

fallimento e l'italiano si trovò in una posizione molto scomoda nei

confronti dei creditori e delle autorità locali che avevano creduto in lui .

A salvarlo da questa difficile situazione arrivò José de San Martin a capo

dei rivoluzionari.

Secondo lo storico cileno Vicuña Mackenna , Boqui agì nel territorio

peruviano come agente segreto dello stesso San Martìn e grazie ai suoi

servigi fu da San Martìn stesso insignito  "Benemérito de la orden del Sol".

Dopo pochi mesi dalla proclamazione dell'indipendenza, l'argentiere italiano

venne nominato direttore della zecca dello stato. La sua nomina, vista la

non cristallina reputazione, fece scalpore negli ambienti della città

peruviana, ma in una lettera datata 19 novembre 1821, San Martìn scrisse:

"reconociendo el celo infatigable de vuestra señorìa y su interès y desvelos

por la felicidad de los peruanos." .

Grazie alla nuova carica, Boqui elaborò alcuni progetti per la creazione di

una banca di emissione e di una di sconto, presentò diverse proposte circa

l'organizzazione delle finanze dell'epoca e collaborò con il ministro del

tesoro Hìpolito Unanue. I progetti sono ancora conservati in 187 documenti

presso l'Archivio storico del Ministero dell'Economia del Perù . Continuò

allo stesso tempo anche la sua attività di orafo, trasformando molti oggetti

preziosi confiscati alle famiglie realiste, in altrettanti oggetti preziosi

che finirono in mano ai membri dell'ordine del Sol.

Le truppe repubblicane, scarse come numero e mezzi rimasero poco tempo a

Lima e furono costrette ad abbandonare la città all'arrivo delle truppe

realiste. Boqui, compromesso con i rivoluzionari, scappò da Lima. Si

impossessò di un cospicuo numero di opere di oreficeria, si fece

riconsegnare il prezioso ostensorio  e partì dal porto di Callao alla volta

di Genova.

Rientrò così dopo moltissimi anni in Italia dove rimase fino alla morte nel

1848.

Il governo peruviano, intentò negli anni successivi alla fuga dal Perù, una

causa contro Giuseppe Bocchi e successivamente contro i suoi eredi per la

restituzione degli oggetti trafugati e di alcune somme di denaro che

l'italiano doveva allo stato. Della causa se ne occupò il tribunale di

Genova anche se sia la corte spagnola che quella del regno di Sardegna

cercarono di influenzare il verdetto. La causa, con la nascita della

repubblica Peruviana, terminò con un giudizio di non colpevolezza, ma

dell'ostensorio, che era custodito nei depositi o neto di Genova, si persero

le tracce. Quando le casse furono aperte il contenuto era sparito.

La misteriosa e improvvisa partenza da Lima del parmense e le custodie che

contenevano il prezioso ostensorio hanno suscitato la curiosità e gli

interrogativi di molti.

Ricardo Palma nel suo libro "tradiciones Peruanas" dedica un intero capitolo

alla vicenda della fuga dell'orefice intitolandolo proprio "la custodia de

Boqui".

 

Da "L'emigrazione di artisti e artigiani italiani nelle Repubbliche del

Plata"

di Gabriele Cappelli

 

Le prime scuole di disegno, inizio XIX secoloCon l'inizio del secolo XVIII,

le tensioni anti-spagnole della borghesia creola argentina trovarono nella

situazione politica europea una sponda legittimista. La rivoluzione

americana e successivamente quella francese, con tutto quello che ne

conseguì, indicarono ai sudamericani la via per l'emancipazione politica.

 

L'apertura al commercio internazionale dei porti e una politica più liberale

attenuarono, ma non per molto, le tensioni rivendicative della borghesia.

I figli dei ricchi signori, che avevano frequentato le migliori scuole

europee, portarono dal vecchio continente nuove idee e anche nelle attività

artistiche il vento del cambiamento cominciò a soffiare. La pittura di quel

periodo era infatti regolata dalle autorità regie al pari di tutte le altre

arti liberali. A Còrdoba, già nel 1600, esisteva una corporazione dei

pittori del tutto simile a quella degli argentieri, dei fabbri o degli

ebanisti.

Una cronaca del 1789 ci racconta di come in quel periodo fosse necessario,

da parte dell'autorità pubblica, un controllo sulle botteghe dei pittori,

per difendere i clienti che troppo spesso venivano frodati da sedicenti

pittori. Il pittore che desiderava aprire un negozio o una bottega, doveva

così richiedere il permesso alle autorità e dimostrare attraverso una prova

manuale le sue capacità e l'idoneità all'esercizio della professione. La

prova si teneva alla presenza del "Maestro Mayor", che rappresentava la

massima autorità della corporazione e che era eletto ogni primo dell'anno

direttamente dal cabildo della città. Oltre all'affiliazione dei pittori

alla corporazione, le autorità regolavano, attraverso un tariffario, anche

il prezzo massimo per la realizzazione delle opere, così come era regolato

l'impiego degli apprendisti nelle botteghe.

Il controllo da parte delle autorità consentiva anche di valutare la qualità

delle opere prodotte e di impedire la diffusione delle "pinturas

indecentes". Le autorità spagnole, con la collaborazione del commissario del

santo uffizio di Buenos Aires, controllavano le opere prodotte nel paese o

arrivate dall'Europa, censurandole qualora presentassero scene di nudi o

fossero troppo contrarie alla "morale" .

Il controllo censorio e capillare delle autorità rendeva perciò il mercato

artistico argentino ingessato e poche erano le opere di un certo livello che

venivano realizzate. Il primo tentativo di aprire una scuola di disegno

nella capitale lo si deve a Emanuele Belgrano, discendente da una famiglia

di commercianti di o neglia, paese in provincia di Genova, emigrati in

Argentina.

Emanuele, dopo aver studiato vari anni in Spagna, nel 1799 fece ritorno a

Buenos Aires, e trovò presto lavoro come segretario del consolato spagnolo

per il commercio. Con questo incarico si dedicò all'istituzione di corsi

scolastici sulla navigazione, sull'agricoltura, sul commercio e sul disegno

.

La scuola del consolato rimase aperta fino al 1803, e fu chiusa con un

ingiunzione delle autorità, che videro in questa istituzione un focolaio del

malcontento contro la Spagna. Dovranno passare 12 anni prima che

un'esperienza simile sia nuovamente riproposta nella capitale. Le vicende

politiche dei primi anni del secolo cambiarono radicalmente il panorama

delle colonie.

Il 25 maggio del 1810 una giunta composta da nove membri (tra cui vi era

anche Belgrano) dichiarò decaduta l'autorità spagnola sulla regione. Fu

l'inizio della rivoluzione, durata sei anni, che portò nel 1816 alla

definitiva proclamazione della repubblica Argentina. Il sentimento

anti-spagnolo durante l'epoca rivoluzionaria si diffuse in tutta la società,

influenzandone i gusti e le aspettative. Questo sentimento portò al rifiuto

di tutto quello che aveva rappresentato il potere coloniale negli ultimi

tempi, compresa l'arte. La vecchia tradizione artistica coloniale, fatta

principalmente di immagini religiose, subì la nuova "censura" culturale

questa volta di senso rivoluzionario.

Nel volume di memorie di Faustino Sarmiento, vi è un commento all'epoca

rivoluzionaria. Il politico argentino ricorda la rivoluzione, e gli influssi

che questa ebbe nei confronti della vecchia arte coloniale: "...la

revoluciòn venìa ensañàndose contra los emblemas religiosos. Ignorante y

ciega en sus antipatìas, habìa tomado entre ojos la pintura, que sabìa a

España, a colonia a cosa antigua e inconciliable con las buenas ideas.

Familias devotìsimas escondìan sus cuadros de santos por no dar muestras de

mal gusto en conservarlos."

Questa caccia iconoclastica alle opere religiose avvenne anche a dispetto

della maggioranza della popolazione che rimase sempre fedele al

cattolicesimo e alle sue manifestazioni artistiche.

Le nuove tendenze artistiche vennero rappresentate da un nuovo genere

pittorico: il ritratto, che sostituì la vecchia iconografia religiosa.

Come avvenne in quegli anni nella "vecchia" Europa, i ricchi porteños

passarono sempre più tempo davanti al cavalletto del pittore, riempiendo le

loro case di ritratti individuali e collettivi, con scene equestri o di

normale vita quotidiana.

Tutti i più famosi pittori di questo periodo si dedicarono a questo genere

pittorico, che in tanti casi, rappresentò la loro unica fonte di guadagno.

La vivacità artistica, dettata dai fatti rivoluzionari permise lo sviluppo

anche di altri generi pittorici quali: il paesaggio, la natura morta, le

pitture con scene di marina, la pittura di costume e il disegno. Anche la

scenografia, con l'apertura dei nuovi teatri, richiamò molti artisti (alcuni

italiani) che dipinsero sfondi per le rappresentazioni teatrali.

E fu in questo nuovo clima che il 10 agosto del 1815, ad oramai 15 anni dal

primo corso di disegno del consolato, in un freddo giorno dell'inverno

australe, un frate del monastero della recoleta pronunciò il discorso di

inaugurazione della nuova Accademia di disegno. Il frate si chiamava

Francisco de Paula Castañeda e nelle parole che in quell'occasione pronunciò

vi era tutta la consapevolezza di quanto fosse arduo il compito che si

prefiggeva di realizzare. Diceva infatti: "..desde ahora tomo sobre mis

dèbiles hombros la ardua empresa de hacer comùn el dibujo, no sòlo en esta

ciudad y suburbios, sino también en ésta nuesta campaña.."

In quello stesso giorno il religioso presentò i lavori di diciotto giovani

artisti argentini, i quali nei mesi precedenti, avevano frequentato le due

piccole scuole di disegno che lo stesso frate aveva istituito presso il suo

convento, accanto alla chiesa del Pilar .

La mancanza di fondi e la distanza dal centro della città, avevano però

costretto il Castañeda a richiedere al Cabildo della città, locali più ampi

ed economie più adeguate per l'apertura permanente della scuola. E furono

proprio le insistenze del francescano a permettere l'inaugurazione della

prima accademia di disegno.

Due giorni dopo, sul giornale "la Gaceta" venne pubblicato il seguente

avviso: "los alumnos que quieran entrar a la escuela de dibujo, ocurran a

alistarse a la casa del Prior del Tribunal del Consulato, que vive al lado

de éste. Da principio dicha escuela el miércoles 16 del corriente agosto de

las seis a las ocho de la noche."  L'insegnamento, nel primo periodo di vita

dell'Accademia, fu impartito principalmente da due maestri: il belga Joseph

Guth e il francese Josè Rousseau.

Dai primi piccoli locali del consolato, l'Accademia si trasferì in seguito

nelle spaziose e illuminate sale nei pressi del convento dei gesuiti. Qui

l'istituzione si ingrandì fino ad accogliere più di cento alunni . Con

l'inizio del secondo decennio del secolo, le autorità argentine ritennero

giunto il momento di fondare anche a Buenos Aires un'università. Fu

incaricato della realizzazione del progetto il dott. Antonio Sàenz che nei

mesi successivi concluse un accordo con l'Accademia per il trasferimento dei

suoi corsi sotto il controllo dell'università. Nel 1822 l'Università di

Buenos Aires accolse nel dipartimento di scienze esatte i corsi

dell'Accademia di disegno e del collegio. Il corso di disegno fu ancora

diretto da Joseph Guth, ma già nel 1828, in sostituzione dell'insegnante

svizzero fu chiamato a dirigere il corso, l'italiano Paolo Caccianiga.

 

Da "L'emigrazione di artisti e artigiani italiani nelle Repubbliche del

Plata"

di Gabriele Cappelli

 

www.lombardinelmondo.org

 

 

Sulle tracce dei medici lombardi in ArgentinaRoberto Alhadeff nacque a

Milano nel 1923 ed arrivò in Argentina nel 1956. Frequentò la Facoltà di

Medicina a Milano e poi andò all'Università di Oxford (Inghilterra) dove si

laureò in medicina e si diplomò come docente. Scrisse diverse tesi di

carattere scientifico. Morì a Buenos Aires nel 1973.

 

Giuseppe Bolognini, medico chirurgo diplomato presso l'Università di Pavia.

Giunse in Argentina nel 1878. Esercitò la professione in Uruguay, a Buenos

Aires, Campana e Olavarria (Buenos Aires).

 

Pio Attendolo Bolognini, medico chirurgo diplomato presso l'Università di

Pavia. Giunse in Argentina nel 1886. Esercitò la professione in Uruguay,

Paraguay e Brasile. Si dedicò alla botanica e alla zoologia e fondò un

importante museo.

 

Alessandro Buvoli, medico oculista nato in Provincia di Mantova nel 1840.

Diplomato presso l'Università di Bologna in medicina e chirurgia. Nel 1860

combatté agli ordini di Garibaldi e fu decorato con la Medaglia al Valore

Militare nelle campagne contro il brigantaggio. Giunse a Buenos Aires sul

"Duca di Galiera" il 31 luglio 1898. A La Plata (Buenos Aires) fondò il

Circolo Italiano.

 

Giovanni Carcano, medico chirurgo nato a Milano e diplomato presso

l'Università di Pavia. Giunse in Argentina il 14 febbraio 1890 sul vapore

"Nord America" e si trasferì a Rosario. Esercitò la professione presso la

Sezione Croce Rossa Italiana del Consolato e dell'Ospedale Italiano

Garibaldi di Rosario. Visitò Napoli e lì contrasse la febbre tifoidea che lo

portò alla morte nel 1900.

 

Giuseppe Casari, medico chirurgo diplomato presso l'Università di Modena.

Giunse in Argentina nel 1875 quando eserciva la professione a bordo delle

navi transatlantiche. Poi esercitò la professione a Buenos Aires e Bella

Vista (Corrientes).

 

Francesco Cestini, medico chirurgo e farmacista nato a Vigevano (Pavia) nel

1838. Esercitò la professione, anche se non diplomato, in Provincia di

Buenos Aires. Scrisse il Ensayo Historico sobre la Ensenada de Barragan. Nel

1879 era l'unico farmacista a Ensenada dove morì nel 1899.

 

Augusto Caminada, farmacista nato a Menaggio (Como) nel 1848. A Gravedona

dove risiedeva fu assessore comunale. Giunse in Argentina il 17 febbraio

1889 sul "Ducchesa di Genova". Esercitò la professione a Chivilcoy (Buenos

Aires). Morì a Como.

 

Girolamo Canessa, medico chirurgo diplomato presso l'Università di Modena.

Giunse in Argentina nel 1892. Esercitò la professione a Curuzu Cuatia

(Corrientes) fino alla sua scomparsa.

 

Carlo Guizzetti, farmacista e chimico nato a Bergamo nel 1855. Laureato

presso l'Università di Pavia. Giunse in Argentina il 27 febbraio 1882 sul

"Nord America". Esercitò la professione a San Nicolas (Buenos Aires). Fu

agente consolare d'Italia in loco.

 

Pietro Lasagna, medico chirurgo laureato presso l'Università di Modena. Fu

Tenente dell'Esercito Italiano e giunse in Argentina il 10 dicembre 1898

sulla "Spagne". Esercitò la professione a Buenos Aires y Diamante (Entre

Rios). Nel 1911 risiedeva a Crespo (Entre Rios).

 

Giuseppe Poisa, farmacista e chimico nato a Brescia nel 1851. Laureato

presso l'Università di Pavia. Giunse in Argentina il 2 marzo 1882 sul vapore

"Sudamerica". Esercitò la professione all'Ufficio Chimico di La Plata

(Buenos Aires). Gestiva la Farmacia Demarchi, una delle più note all'epoca.

 

Francesco Rolando, medico chirurgo diplomato presso l'Università di Pavia.

Giunse in Argentina nel 1889. Poi esercitò la professione a Capilla del

Señor (Buenos Aires).

 

Giuseppe Testa, medico chirurgo diplomato presso l'Università di Pavia.

Giunse in Argentina il 24 ottobre 1915 sul "Re Vittorio". Esercitò la

professione a Rosario (Santa Fe) presso l'Ospedale Italiano Garibaldi. In

seguito ad Arequito e Armstrong.

 

Vladimiro Zawerthal, medico chirurgo nato a Milano nel 1852. Diplomato

presso l'Università di Pavia. Nel 1879 fu nominato Cavaliere d'Italia e tre

anni dopo Ufficiale della Corona Italiana. Giunse in Argentina nel 1890. Poi

esercitò la professione a Buenos Aires.

 

 

Jorge Garrappa Albani - Redazione Argentina

jgarrappa@hotmail.com - www.lombardinelmondo.org

 

 

 

 

 

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L'oreficeria coloniale

 

 

Negli anni in cui Angelo Maria Camponeschi viveva e lavorava a Buenos Aires, altri italiani partivano dall'Europa per approdare sul suolo americano. Tra loro vi erano due fratelli nati nel  Ducato di Parma: José e Abdòn Boqui . Il loro cognome italiano era Bocchi, ma fu successivamente ispanizzato in Boqui, e con il cognome spagnolo vengono sempre ricordati. La data del loro arrivo a Buenos Aires è incerta.

La maggior parte delle fonti indica come data presumibile i primi anni dell'800, ma alcuni lavori di oreficeria realizzati a Buenos Aires alla fine del XVIII secolo, e  attribuiti a uno dei fratelli, sembrano confermare come data di arrivo quella proposta da Vicente Gesualdo che la colloca nell'ultima decade del '700.

Sempre secondo lo storico Vicente Gesualdo i due arrivarono in compagnia del romano Martino de Petris di cui abbiamo precedentemente accennato una breve biografia.

A confermare questa data, oltre alle già citate opere di oreficeria, vi è anche il resoconto di una perizia tecnica effettuata a Buenos Aires nel 1796 a cui parteciparono i due fratelli.

Una cronaca del tempo riporta infatti che i due fratelli Boqui, assieme a Martino de Pretis ed altri periti, valutarono la collezione di macchine di fisica sperimentale di Don Martìn de Altolaguirre . In quell'occasione José Boqui, in qualità di perito, si fregiò del titolo di: "Don José Boqui maestro titulado en Madrid del arte de platerìa, de fundiciones, tirado a kilo, làmina, torno, buril, cincel y pulimentos è inventor y fabricante de matrices de bronce para fundir dibujo, vaso, roscas y tuercas..fundidor de cadenas..." .

In questa ricerca biografica ci occuperemo soltanto di José Boqui, visto che del fratello Abdòn niente si sa oltre queste poche e frammentarie notizie.

José nacque a Parma nel 1770 con il nome di Giuseppe e giovanissimo si impiegò presso la bottega orafa di Paolo Bocchi. Sempre giovanissimo, lasciò l'Italia per trasferirsi in Spagna , dove proseguì gli studi artistici presso il collegio di Madrid e iniziò a lavorare, dividendosi tra Barcellona e Madrid. Nel suo periodo spagnolo realizzò come argentiere, vari ostensori e arredi liturgici.

Dopo aver vissuto per alcuni anni in terra iberica, José, assieme al fratello, decise di trasferirsi in America. La ragione di questa decisione ci è ignota. Arrivò a Buenos Aires tra il 1793 e il 1795. Nella città intraprese nuovamente la carriera di argentiere e di cesellatore realizzando numerose opere anche di pregevole valore, tanto che lo scrittore gesuita Guillermo Cardiff Furlong, autore di molti saggi storici, lo considera il più abile orafo della capitale nei primi anni dell'Ottocento .

Del primo periodo argentino di Boqui si conserva ancora oggi nella collezione Hèctor Schenone y S.ra un'aureola in argento e bronzo, che probabilmente era collocata sopra la testa di un santo domenicano e che nella sua parte interna, oltre alla decorazione di un pentagramma con note musicali, porta una sibillina scritta: Jph Boqui Parmensis Inv fet ano 1799 / Ad Solum de Sto Benemerendi Causa / Si me quieres desarmar / Pìensalo para no errar.

Nel 1801 Giuseppe Boqui realizzò, per il convento di San Domenico di Buenos Aires, due ostensori, che furono valutati 9.000 pesos quello grande e 2.000 quello piccolo . Purtroppo durante la seconda invasione inglese di Buenos Aires i due oggetti furono trafugati dai soldati britannici che per un periodo occuparono il convento.

Tra il 1803 e il 1809 il parmense lavorò ancora ad un ostensorio, che poi portò con se in Perù e che oggi si trova nella cattedrale di Trujillo. Sul piedistallo si può leggere ancora la firma e la piccola dedica: "Joseph Boqui, Aurifex Parmensis et Collegi Matritensis invenit et Coepit Bonis Auribus a. 1803 atque ipse unus impensis suis eam venditurus perfecit a.1809" .

La caratteristica principale di questo ostensorio è un'altra scritta nel piedistallo, che invita l'osservatore a cercare un piccolo cassetto, nascosto nell'ostensorio stesso, che contiene la spiegazione per aprire la teca dove è custodito il Santissimo Sacramento. La scritta dice: "Un cajoncito en la peana / encierra la explicaciòn / que te enseña a desarmarme / leyendo con atenciòn".

L'attività porteña del Boqui non si limitò soltanto alla realizzazione di opere di oreficeria o di incisione. La prima lanterna magica (una sorta di proiettore per diapositive) che fu ammirata a Buenos Aires fu portata dalla Francia proprio dall'argentiere italiano che l'aveva acquistata in Europa. La lanterna fu poi venduta nel 1795 al sacerdote Juan Bautista Goiburu, direttore della cappella musicale della cattedrale .

Dopo pochi anni dal suo arrivo a Buenos Aires José si iscrisse alla loggia massonica San Giovanni di Gerusalemme. In quell'ambiente, dove si stava sviluppando il seme della rivoluzione, incontrò José de San Martìn, che forse aveva precedentemente conosciuto a Cadice quando l'eroe argentino, arruolato nelle truppe spagnole, combatteva Napoleone. Boqui conobbe qui anche altri rivoluzionari, tra cui il poeta cordobese Josè Antonio Miralla, a cui lo legherà una profondissima amicizia. Così, oramai a contatto con i settori repubblicani della società porteña, si arruolò nella milizia cittadina a difesa della città durante la prima invasione inglese del 1806-07. Il suo ingegno e la sua abilità di fonditore, gli permisero di realizzare cannoni con un nuovo sistema di puntamento che furono utilizzati con successo nella difesa di Buenos Aires.

Nel 1810 a causa della delusione per la mancata vendita di un ostensorio che aveva realizzato, decise di abbandonare l'Argentina e di trasferirsi in Perù assieme alla famiglia e all'amico Miralla .

Boqui costruì delle resistentissime custodie in legno, vi ripose l'ostensorio smembrato e partì con una colonna di muli alla volta di Lima. Arrivati il 20 luglio del 1810 in città, furono presto coinvolti nella fallita cospirazione contro il Viceré Fernando de Abascal, cospirazione detta "dei porteños" per il fatto che la maggioranza degli affiliati erano di origine argentina. I cospiratori furono  arrestati, ma vennero successivamente assolti dall'accusa di tradimento (per la quale vigeva la pena di morte), anche se nel settembre dello stesso anno, furono costretti a lasciare il paese. Nel 1815, alla partenza del Viceré Abascal, Boqui tornò a Lima riprendendo la sua attività di argentiere. Le difficoltà economiche in cui versava lo costrinsero a dedicarsi anche ad altri lavori come quello di inventore di macchine per il pompaggio dell'acqua dai pozzi minerari. In cambio della somma di 40.000 pesos che gli furono prestati dalla camera di commercio di Lima per realizzare questi progetti, fu costretto ad impegnare il suo ostensorio, che fu depositato sotto custodia nella fortezza militare del Callao. La macchina per il pompaggio dell'acqua fu un completo fallimento e l'italiano si trovò in una posizione molto scomoda nei confronti dei creditori e delle autorità locali che avevano creduto in lui .

A salvarlo da questa difficile situazione arrivò José de San Martin a capo dei rivoluzionari.

Secondo lo storico cileno Vicuña Mackenna , Boqui agì nel territorio peruviano come agente segreto dello stesso San Martìn e grazie ai suoi servigi fu da San Martìn stesso insignito  "Benemérito de la orden del Sol".

Dopo pochi mesi dalla proclamazione dell'indipendenza, l'argentiere italiano venne nominato direttore della zecca dello stato. La sua nomina, vista la non cristallina reputazione, fece scalpore negli ambienti della città peruviana, ma in una lettera datata 19 novembre 1821, San Martìn scrisse: "reconociendo el celo infatigable de vuestra señorìa y su interès y desvelos por la felicidad de los peruanos." .

Grazie alla nuova carica, Boqui elaborò alcuni progetti per la creazione di una banca di emissione e di una di sconto, presentò diverse proposte circa l'organizzazione delle finanze dell'epoca e collaborò con il ministro del tesoro Hìpolito Unanue. I progetti sono ancora conservati in 187 documenti presso l'Archivio storico del Ministero dell'Economia del Perù . Continuò allo stesso tempo anche la sua attività di orafo, trasformando molti oggetti preziosi confiscati alle famiglie realiste, in altrettanti oggetti preziosi che finirono in mano ai membri dell'ordine del Sol.

Le truppe repubblicane, scarse come numero e mezzi rimasero poco tempo a Lima e furono costrette ad abbandonare la città all'arrivo delle truppe realiste. Boqui, compromesso con i rivoluzionari, scappò da Lima. Si impossessò di un cospicuo numero di opere di oreficeria, si fece riconsegnare il prezioso ostensorio  e partì dal porto di Callao alla volta di Genova.

Rientrò così dopo moltissimi anni in Italia dove rimase fino alla morte nel 1848.

Il governo peruviano, intentò negli anni successivi alla fuga dal Perù, una causa contro Giuseppe Bocchi e successivamente contro i suoi eredi per la restituzione degli oggetti trafugati e di alcune somme di denaro che l'italiano doveva allo stato. Della causa se ne occupò il tribunale di Genova anche se sia la corte spagnola che quella del regno di Sardegna cercarono di influenzare il verdetto. La causa, con la nascita della repubblica Peruviana, terminò con un giudizio di non colpevolezza, ma dell'ostensorio, che era custodito nei depositi o neto di Genova, si persero le tracce. Quando le casse furono aperte il contenuto era sparito.

La misteriosa e improvvisa partenza da Lima del parmense e le custodie che contenevano il prezioso ostensorio hanno suscitato la curiosità e gli interrogativi di molti.

Ricardo Palma nel suo libro "tradiciones Peruanas" dedica un intero capitolo alla vicenda della fuga dell'orefice intitolandolo proprio "la custodia de Boqui".

 

Da "L'emigrazione di artisti e artigiani italiani nelle Repubbliche del Plata"

di Gabriele Cappelli

 

Le prime scuole di disegno, inizio XIX secoloCon l'inizio del secolo XVIII, le tensioni anti-spagnole della borghesia creola argentina trovarono nella situazione politica europea una sponda legittimista. La rivoluzione americana e successivamente quella francese, con tutto quello che ne conseguì, indicarono ai sudamericani la via per l'emancipazione politica.

 

L'apertura al commercio internazionale dei porti e una politica più liberale attenuarono, ma non per molto, le tensioni rivendicative della borghesia.

I figli dei ricchi signori, che avevano frequentato le migliori scuole europee, portarono dal vecchio continente nuove idee e anche nelle attività artistiche il vento del cambiamento cominciò a soffiare. La pittura di quel periodo era infatti regolata dalle autorità regie al pari di tutte le altre arti liberali. A Còrdoba, già nel 1600, esisteva una corporazione dei pittori del tutto simile a quella degli argentieri, dei fabbri o degli ebanisti.

Una cronaca del 1789 ci racconta di come in quel periodo fosse necessario, da parte dell'autorità pubblica, un controllo sulle botteghe dei pittori, per difendere i clienti che troppo spesso venivano frodati da sedicenti pittori. Il pittore che desiderava aprire un negozio o una bottega, doveva così richiedere il permesso alle autorità e dimostrare attraverso una prova manuale le sue capacità e l'idoneità all'esercizio della professione. La prova si teneva alla presenza del "Maestro Mayor", che rappresentava la massima autorità della corporazione e che era eletto ogni primo dell'anno direttamente dal cabildo della città. Oltre all'affiliazione dei pittori alla corporazione, le autorità regolavano, attraverso un tariffario, anche il prezzo massimo per la realizzazione delle opere, così come era regolato l'impiego degli apprendisti nelle botteghe.

Il controllo da parte delle autorità consentiva anche di valutare la qualità delle opere prodotte e di impedire la diffusione delle "pinturas indecentes". Le autorità spagnole, con la collaborazione del commissario del santo uffizio di Buenos Aires, controllavano le opere prodotte nel paese o arrivate dall'Europa, censurandole qualora presentassero scene di nudi o fossero troppo contrarie alla "morale" .

Il controllo censorio e capillare delle autorità rendeva perciò il mercato artistico argentino ingessato e poche erano le opere di un certo livello che venivano realizzate. Il primo tentativo di aprire una scuola di disegno nella capitale lo si deve a Emanuele Belgrano, discendente da una famiglia di commercianti di o neglia, paese in provincia di Genova, emigrati in Argentina.

Emanuele, dopo aver studiato vari anni in Spagna, nel 1799 fece ritorno a Buenos Aires, e trovò presto lavoro come segretario del consolato spagnolo per il commercio. Con questo incarico si dedicò all'istituzione di corsi scolastici sulla navigazione, sull'agricoltura, sul commercio e sul disegno .

La scuola del consolato rimase aperta fino al 1803, e fu chiusa con un ingiunzione delle autorità, che videro in questa istituzione un focolaio del malcontento contro la Spagna. Dovranno passare 12 anni prima che un'esperienza simile sia nuovamente riproposta nella capitale. Le vicende politiche dei primi anni del secolo cambiarono radicalmente il panorama delle colonie.

Il 25 maggio del 1810 una giunta composta da nove membri (tra cui vi era anche Belgrano) dichiarò decaduta l'autorità spagnola sulla regione. Fu l'inizio della rivoluzione, durata sei anni, che portò nel 1816 alla definitiva proclamazione della repubblica Argentina. Il sentimento anti-spagnolo durante l'epoca rivoluzionaria si diffuse in tutta la società, influenzandone i gusti e le aspettative. Questo sentimento portò al rifiuto di tutto quello che aveva rappresentato il potere coloniale negli ultimi tempi, compresa l'arte. La vecchia tradizione artistica coloniale, fatta principalmente di immagini religiose, subì la nuova "censura" culturale questa volta di senso rivoluzionario.

Nel volume di memorie di Faustino Sarmiento, vi è un commento all'epoca rivoluzionaria. Il politico argentino ricorda la rivoluzione, e gli influssi che questa ebbe nei confronti della vecchia arte coloniale: "...la revoluciòn venìa ensañàndose contra los emblemas religiosos. Ignorante y ciega en sus antipatìas, habìa tomado entre ojos la pintura, que sabìa a España, a colonia a cosa antigua e inconciliable con las buenas ideas. Familias devotìsimas escondìan sus cuadros de santos por no dar muestras de mal gusto en conservarlos."

Questa caccia iconoclastica alle opere religiose avvenne anche a dispetto della maggioranza della popolazione che rimase sempre fedele al cattolicesimo e alle sue manifestazioni artistiche.

Le nuove tendenze artistiche vennero rappresentate da un nuovo genere pittorico: il ritratto, che sostituì la vecchia iconografia religiosa.

Come avvenne in quegli anni nella "vecchia" Europa, i ricchi porteños passarono sempre più tempo davanti al cavalletto del pittore, riempiendo le loro case di ritratti individuali e collettivi, con scene equestri o di normale vita quotidiana.

Tutti i più famosi pittori di questo periodo si dedicarono a questo genere pittorico, che in tanti casi, rappresentò la loro unica fonte di guadagno. La vivacità artistica, dettata dai fatti rivoluzionari permise lo sviluppo anche di altri generi pittorici quali: il paesaggio, la natura morta, le pitture con scene di marina, la pittura di costume e il disegno. Anche la scenografia, con l'apertura dei nuovi teatri, richi 


       


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