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04 Marzo, 2005
Nuove droge e vecchi merletti e Educare alla vita dentro il carcere di V. Andraous
Cocaina e spinelli, nuove droghe e vecchi merletti-Sulla condizione del carcere italiano, ognuno indica le cause.....

NUOVE DROGHE E VECCHI MERLETTI

Cocaina e spinelli, nuove droghe e vecchi merletti, sembra questo il leit motiv con cui i giovani si distinguono a scuola, nella strada, nella vita. 

E nonostante il mondo dei grandi, degli educatori, dei genitori, sia consapevole del proprio passato, ci si dimentica che forse o semplicemente siamo cambiati noi nel frattempo.

Droga si, droga no, punire non punire, in carcere, no in comunità, un coacervo di brutte e belle intenzioni, di mappature pedagogiche, di prosa della sordità, ognuno a elevare il proprio ruolo e la propria competenza sopra il disagio che imperversa nei ragazzi.

Disagio, trasgressione, devianza, droga, un modo autistico di interpretare le emozioni, disuniti dall’inganno delle parole adulte, dagli agguati predisposti dalle casate educative, prosopopee e dubitosità senza misure, in una sorta di consueta delegittimazione, di malanno intellettuale.

E ’ proprio un bel vedere e un bel sentire per cercare di evitare contatti devastanti con droghe sempre nuove che invadono il mercato,  la pratica sta nell’ addomesticare le “ curiosità e gli obblighi gruppali” dei più giovani, sino al momento dell’accidente che non consente uscite di emergenza. Ma nonostante la sofferenza che trasuda ogni singola esperienza di dipendenza da sostanze, da uno sniffing, da una striscia cocaina, da un buco di eroina, o da lacche e colla di ultimissimo grido, regna incontrastata la regina della conflittualità dialettica, della dialogica furbesca, di una nuova destinazione all’inferno delle speranze, attraverso la menzogna elargita senza alcun dettaglio a tutela, affermando che esistono droghe alternative, droghe che non sono considerate tali, droghe normali.

E’ un dialogo generazionale defraudato di o nestà e valori condivisi, a fronte di una produttività che non ammette casse mutue né una dimensione del tempo fruibile, affinché sia possibile generare una reciprocità di maturazione culturale e affettiva.

Sul fronte delle prime linee contro l’uso e l’abuso delle sostanze, c’è davvero molto da dire e fare, soprattutto c’è da non accasciarsi sui fallimenti che la vita ci occasiona senza preavvisi, c’è da fare i conti con il proprio vissuto e con quello di tante altre persone anonime, che aggiungono ragioni e intensità sufficienti a proporre riflessioni che contengono le risposte mancanti.

A 13 o 14 anni la canna tra le dita, il fumo nelle narici, uno stile di vita appena iniziato, salire su un’auto lasciata incostudita, prenderne possesso e con normale divertimento partire all’avventura.

In tre ragazzi sopra quella macchina a fumare e ridere, a calare giù di gusto, a pensare di non essere fatti, anzi di stare bene e lontano dai guai.

Tre ragazzi e la strada che diventa stretta, la notte scambiata per il giorno, d’improvviso la musica è finita, il rumore del motore spento, le risate smorzate in gola, i pensieri paurosamente interrotti.

A 13 o 14 anni ci si esprime con l’esibizione di qualche scaltra giustificazione, di scuse zoppe, per non accollarsi una responsabilità precisa, ma forse, quell’albero non sarebbe  passato inosservato, forse quell’ostacolo così ovvio non sarebbe stato interpretato come un semplice impedimento, forse se non ci fossero state le canne a fumarsi il residuo di cervello, forse da quella  macchina  non ci saremmo trascinati fuori soltanto in due, perdendo per sempre, per tutto il tempo che rimarrà da vivere, un pezzo importante di noi stessi.

 

EDUCARE ALLA VITA DENTRO IL CARCERE

 

Rimbomba un silenzio che fa baccano, ma nessuno intende farsene carico,  neppure della pietà della morte, quella che dovrebbe indignare le coscienze, perché ingiustificata, spettacolarizzata, dimenticata.

Sulla condizione del carcere italiano, ognuno indica le cause, le deficienze, le cure e gli interventi da apportare, le urgenze non più procrastinabili per tentare di riconsegnare al carcere la propria utilità.

Eppure rimane sempre più incancrenito l’isolamento a cui è costretto, l’emarginazione a cui non si riesce a dare un senso, come se circondare il tempio del castigo con un incessante sequestro dei bisogni, primo tra tutti il non rispettare la dignità della persona, fosse il metodo meno costoso in termini di investimenti finanziari e di professionalità umane. 

Il carcere non è un universo chiuso in se stesso, infatti un esercito di volontari varca ogni giorno quei cancelli per dare conforto e assistenza, poco importa se ciò avviene mantenendo inalterato il meccanismo perverso che il sistema penitenziario riproduce quotidianamente.

Il carcere è opposto e contrario a quanto auspicato dalla nostra carta magna nell’art. 27, perché in una condizione di morte e di abbandono affettivo e culturale, non è possibile generare rieducazione né risocializzazione, tanto meno consolidare il valore della pazienza della speranza, annullando la pazienza della disperazione.

Un mero contenitore da fare rotolare sopra gli ammanchi intellettuali, in queste restrizioni solidaristiche, dovrebbe comunque assolvere alla richiesta di sicurezza della società, contrastare subculture, autismi istituzionali che partoriscono cittadinanze disperanti.

Non è lecito contemplare pietà, né carità, dentro una pena che passa avanti sulla morte di tanti ragazzi-cittadini detenuti, dall’inizio dell’anno quanti sono stati i decessi per suicidio e connessi, una moltiplicazione da non potere passare inosservata, eppure è quello che accade tra cecità e sordità dei numeri, soprattutto dei silenzi colpevoli.

Forse sul mondo capovolto del carcere, delle sue celle stracolme, a intorbidire oltremodo il disagio,  c’è una letteratura grossolana, che avvolge quella sorta di terra di nessuno e la popolazione detenuta, rendendo impossibile “uscire” dalle menzogne costruite a arte, “uscire “  dalla ideologia mascherata di giustizia, “uscire” da un giustizialismo di periferia, “uscire” dalla costrizione a sopravvivere violentemente e miserabilmente.

Forse il metodo da adottare e portare avanti per riuscire ad accettare le prove della vita, anche le più dure, sta nel tentare di delineare progetti futuri, che vedano il detenuto impegnato in prima persona. Infatti è al detenuto ( giustamente ) che si chiede di fare autocritica, di accettare l’accompagnamento in un tragitto di vita privo di libertà, a causa delle proprie azioni sbagliate.

C’è bisogno di educare alla vita, senza falsi moralismi, ma attraverso una relazione, un rapporto con la società, perché è solo nell’incontro con l’altro che esiste possibilità di uscire dal proprio sé.

Chissà non ci aiuti un po’ il pensare che occorre riparare al male fatto, continuando a sopravvivere, e magari tentando di  diventare migliori di quando siamo entrati, nonostante il carcere e  le sue inaccettabilità, intendendo questa sfida una conquista di coscienza, non certamente una disattenzione statuale.

 

Vincenzo Andraous

 

 


       


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