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 Da Milano

04 Marzo, 2005
Rubrica NEODEM di Pier Luigi Mantini
I NODI DELLA POLITICA ESTERA NON SI SCIOLGONO A PALAZZO GRAZIOLI

L’articolo -I NODI DELLA POLITICA ESTERA NON SI SCIOLGONO A PALAZZO GRAZIOLI- è consultabile anche al seguente indirizzo:

http://www.pierluigimantini.it/comunicati.php?id_comunicato=438

 

L’articolo -UN COMITATO NAZIONALE PER L’ETICA PUBBLICA E LA PREFERENZA- è consultabile anche al seguente indirizzo:

http://www.pierluigimantini.it/comunicati.php?id_comunicato=439

Rubrica NEODEM

I NODI DELLA POLITICA ESTERA NON SI SCIOLGONO A PALAZZO GRAZIOLI

di Pierluigi Mantini

 

Con il fiato sospeso, in attesa delle elezioni americane di novembre, la politica estera dell’Italia cerca a fatica una sua consistenza.

Il ruolo del premier Berlusconi, così ingombrante nell’esaltazione delle relazioni di tipo personale tra leaders, sta spostando il focus dalla Farnesina a Palazzo Chigi e, ancor più, a Palazzo Grazioli, generando una comprensibile sofferenza nei nostri ambienti diplomatici.

Lo stile close personal friends ha avuto due momenti significativi nei casi della conclusione dell’accordo con Gheddafi e nella stessa posizione italiana sulla crisi in Georgia.

Nel primo caso non è neppure chiaro se un impegno politico, da ratificare in parlamento, sia stato definito oppure no. L’annunciata storica conclusione della nostra controversia con la Libia si baserebbe sull’offerta di ben cinque miliardi di euro, da corrispondere in 25 anni, per la costruzione dell’autostrada che attraverserebbe l’intero territorio libico.

Non il finanziamento di un’opera realizzata da imprese italiane, a quel che è dato capire, ma una sorta di elargizione a fondo perduto, gestita da libici, accompagnata per di più da un impegno a risarcire eventuali danni derivanti dalla guerra che fu.

C’è un atto siglato, si può vedere?

L’impegno finanziario assunto dall’Italia è enorme soprattutto se si considera la modesta contropartita che consisterebbe nel maggior controllo comune delle coste e dei confini nei confronti dell’immigrazione, essendo noto che sia a Sud, con le regioni sub-sahariane, e sia con l’Egitto, i confini praticamente non esistono.

Ma la foto con la stretta di mano c’è e tanto sembra bastare per ora.

In realtà, e non solo per il rispetto delle tasche degli italiani, l’accordo, se c’è, deve essere valutato seriamente perché perderebbe di credibilità, oltre che il ruolo dell’Italia, la stessa faticosa politica europea volta a far crescere l’Unione per il Mediterraneo, che è stata accelerata dalla presidenza francese, ma ci coinvolge assai direttamente.

Autostrade del mare, progetto Fintecna per la comunicazione e la sicurezza delle coste, azioni di disinquinamento del mediterraneo, sviluppo delle P.M.I. (con la partnership della Spagna) sono i principali progetti, in cerca di sponsor privati, su cui l’Italia è coinvolta e può giocare un ruolo significativo.

Anche la gestione della delicata e complessa crisi georgiana è sembrata dipanarsi più sul filo dell’equilibrio tra relazioni personali, tra l’ “amico Putin” e un innegabile assenso a Cheney, che sulla base di una meditata interpretazione dell’intricato dossier.

Qui però occorre riconoscere che una certa ipocrisia è diffusa, in Europa e oltre. Che senso ha che gli osservatori OSCE, duecento di cui quaranta carabinieri italiani, ovviamente disarmati, siano destinati a stazionare solo sui confini della Georgia e non possano accedere in Ossezia del Sud e in Abkhazia se non “previa autorizzazione delle parti”, essendo la Federazione russa dichiaratamente contraria? E non sarebbe il caso di sollevare l’inadeguatezza di forze di peacekeaping o nU composte solo da militari russi?

La diplomazia, soprattutto se non è sorretta da una politica internazionale efficace, si sa che ha i suoi tempi.

Ma tra breve, ad ottobre, dovrà essere discussa presso l’ONU la mozione della Serbia sull’illegittimo riconoscimento dell’indipendenza del Kossovo, già denunciato in sede di Tribunale internazionale.

Solo 46 Paesi, tra cui l’Italia, hanno riconosciuto lo stato indipendente del Kossovo, 46 su 182 ed è altamente prevedibile che la posizione della Serbia sarà approvata. Peraltro un inasprimento delle relazioni con la Serbia non corrisponde agli interessi dell’Italia e dell’Europa che giustamente vuole includere gli stati ex iugoslavi dei Balcani nel processo di integrazione europea.

Come voterà in quella occasione l’Italia? E gli altri Paesi europei? Si riconoscerà l’errore o si insisterà, legittimando il nazionalismo nel Caucaso e la posizione della Russia?

Come si vede c’è qualcosa di importante e di urgente da discutere. In parlamento, non a Palazzo Grazioli o a Villa Certosa.


ItaliaOggi

Martedì 16 settembre 2008

 

 

Rubrica NEODEM

 

UN COMITATO NAZIONALE PER L’ETICA PUBBLICA E LA PREFERENZA

di Pierluigi Mantini

 

E’ presto per dire se la riforma della legge elettorale per le europee, confermata in collegamento telefonico con la platea di Gubbio dallo stesso Berlusconi, sarà quella annunciata (soglia del 5% e abolizione delle preferenze).

Ma è molto probabile che le conseguenze siano politicamente di grande rilievo.

Innanzitutto è doveroso rendere omaggio alla coraggiosa reazione di Casini e dell’UDC che sono il vero bersaglio della riforma.

L’UDC ha addirittura cambiato il proprio simbolo, sostituendo la scritta “Casini presidente” con quella  “SI alla preferenza”.

Dopo l’avvio della campagna estiva, sulla spiaggia di Otranto, per il ripristino delle preferenze nella legge elettorale nazionale, l’UDC reagisce con decisione all’annuncio della maggioranza, intestandosi la battaglia “anticasta”.

Curioso e notevole destino per un partito moderato, istituzionale, con accreditate propensioni ministeriali, che invece ha dimostrato di preferire la scomoda difesa della propria identità al più agevole accomodamento nella maggioranza di cui pure faceva parte.

E certamente coraggiosa è la sfida di resistenza alla provocazione berlusconiana che tende a dividere, a spaccare il partito di Casini, attraendo nel PdL i dubbiosi sul salto dell’asticella posta al 5%.

Il Partito Democratico è ufficialmente per una soglia del 3% e per il mantenimento delle preferenze.

Tuttavia c’è chi sussurra che l’opposizione sarà tiepida perchè, tutto sommato, la prospettata riforma risolverebbe due problemi al P.D: eviterebbe la guerra interna delle preferenze, assai incresciosa in presenza di possibili divisioni sulla collocazione politica in Europa; consentirebbe al P.D. di “recuperare” il voto utile delle formazioni minori e delle sinistre radicali, a forte rischio con una tale soglia.

Ma, se ciò fosse, se il P.D. si orientasse a candidare alcuni esponenti di altre formazioni (sinistra democratica, verdi, S.D.I., Vendola(?), allora avrebbe di fatto ragione Parisi, sarebbe un ritorno alla logica dell’Ulivo.

Ciò che è però utile chiedersi è se una tale riforma corrisponda o meno agli interessi del Paese e al recupero di efficienza e di credibilità del sistema politico.

Occorre rilevare che, rispetto ai primi anni Novanta, in cui si affermò il referendum che abolì le preferenze, è notevolmente mutato il contesto.

Allora la partitocrazia dilagante trovava nelle cordate sulle preferenze uno strumento di “lottizzazione” del consenso spesso a valle di altre lottizzazioni clientelari.

Ma in seguito si è affermata, anche ad opera dei media e della televisione, una più forte personalizzazione della e nella politica, in senso a volte deteriore, ma anche in senso positivo, come attenzione nuova sulle qualità delle persone da eleggere nelle istituzioni, sulle doti di competenza ed anche indipendenza di giudizio.

La stagione del maggioritario ha prodotto dei mutamenti apprezzati dai cittadini elettori che resistono nelle elezioni dei “governatori” delle regioni e dei sindaci.

La sostituzione del Mattarellum con il Calderolum (o “porcellum”, secondo la celebre definizione del suo stesso autore), ha interrotto bruscamente questo percorso consegnando alle sole segreterie dei partiti la nomina, de facto, dei parlamentari.

Nominati, non eletti, figli e membri della “casta”, con una accentuazione del discredito delle istituzioni e della politica.

Si è rilanciato allora lo strumento innovativo delle primarie, in particolare da parte del P.D., ma non sulla scelta dei parlamentari nazionali.

Manca comunque una legge sui partiti politici che generalizzi questo strumento.

Ora è chiaro che i (soliti!) tempi ristretti e sopratutto l’ampiezza delle circoscrizioni europee impediranno che si possano svolgere le primarie per i candidati al parlamento europeo.

Dunque? La “casta” sarà ancor più potente e la democrazia più povera.

Ci sono ottime ragioni per non lasciare sola l’UDC nella battaglia per le preferenze e per rilanciare le riforme per l’etica pubblica e la democrazia (legge sui partiti, regolamenti parlamentari, finanziamento, incandidabilità, garanzie ecc.).

Non una piccola battaglia di resistenza ma un grande Comitato Nazionale per l’Etica Pubblica e la Preferenza.

 

 


       


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