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 Sociale

04 Marzo, 2005
35 anni fa nasceva lo Statuto dei Lavoratori
Un anniversario importante funestato da uno scenario di precarietà, incertezze e assenza di diritti per i parasubordinati del nuovo millennio post-fordista

Ieri il 35°anniversario della grande legge 30.

Nasce lo Statuto dei Lavoratori: è il 20 maggio 1970 e il Parlamento legifera la grande conquista sociale e sindacale del movimento operaio italiano. Dopo anni di battaglie, mobilitazioni, scioperi e rivendicazioni, spesso represse dalla polizia e dal governo poco propenso al cambiamento e incline al mantenimento della situazione di immobilismo amministrativistico, un ulteriore passo verso una democrazia reale e progressiva è compiuto. Una compagine fortemente unita in Parlamento vota un progetto che è di grande valore riformatore e che definisce finalmente la Repubblica essere basata su uno stato che non è solamente "di diritto" ma che è "sociale e interventista", ossia pronto a rimuovere gli ostacoli economici e redditizi in vista di un'eguaglianza delle cittadine e dei cittadini concreta e non solo utopica.

A qualche anno di distanza da questo momento di elevata importanza politica e storica l'Italia si trova, oggi, in una stagione di crisi economica e produttivo industriale di dimensioni ponderali consistenti e si trova a dover rivivere scenari di repressione dei diritti sociali, sindacali e di partecipazione alla politica di rivendicazione salariale e dei diritti compromessi dallo sviluppo imprenditoriale, che sembravano appartenere a teatri ottocentesco fordisti.. Il popolo delle partite IVA, i lavoratori a tempo determinato, la schiera di collaboratori a progetto o coordinatori continuativi, ormai rimpiazzati dai primi, la massa di parasubordinati che sembrano più essere individui prestatori d'opera al servizio esclusivo di un caporalato, affittuario a basso prezzo delle prestazioni dei propri parasubordinati alle ditte che offrono ricompense più elevate per arricchire i propri profitti, si trovano a dover imbattersi in una giungla contrattualistica atomizzata senza, però, avere certezze sociali e previdenziali per il proprio futuro. I sindacati non sono più rappresentativi della vasta categoria di lavoratori atipici, anche se possiamo ormai considerarli tipici e normalizzati nell'epoca post-fordista dello sviluppo finanziario dell'economia globale: non hanno perso la propria "autorevolezza" storica di soggetti rappresentativi delle lotte rivendicative, ma non possono giuridicamente essere messi nelle condizioni politiche di tutelare e rappresentare le istanze di queste nuove fasce di lavoratori, ormai definibili come "mente d'opera" a basso costo per le imprese erogatrici di servizi. I lavoratori non sono più considerabili, quindi, come "pars debolis" e , quindi, tutelata e garantita nel rapporto contrattualistico, essendoci la totale parcellizzazione dei settori di azienda e la liberalizzazione della creazione di poli aziendali subordinati alla grande azienda per eludere l'applicazione della stessa legge 30.

Diminuisce quindi l'aspetto istituzionale socialmente garantista dei diritti futuri del lavoratore e viene compressa una letteratura giuslavoristica che ha reperito nella consuetudine contrattuale forme di forte attribuzione di tutele per il dipendente: dai giorni di malattia retribuiti, alla possibilità di mantenimento del posto di lavoro in caso di maternità; dal periodo di ferie garantite e quantizzate secondo un minimo rilevante, al minimum retributivo non derogabile a livello di contratto nazionale.

Aumenta, pertanto, una politica governativa lassista in campo di controllo dell'andamento inflazionistico e di garanzia della qualità contrattualistica del rapporto di lavoro definito dalle parti a livello locale e distrettuale, e si delineano precedenti che inclinano le persistenza di quei diritti statutari, in quanto concepiscono legittimo non rinnovare i contratti nazionali alla scadenza dei medesimi. Così avviene per molte categorie, che attendono invano da mesi l'accordo tra le parti per l'inerzia irresponsabile del governo, che nega nuovi fondi disponibili per gli aumenti salari, mentre assicura tagli dell'Irpef, fonte principale di finanziamento per lo stato sociale a livello regionale e municipale. Si leggono storie drammatiche di sfruttamento e il ritorno del lavoro minorile e dell'aumento di soggetti che, in fase scolare, sono schiavizzati e sottoposti a prestazioni d'opera senza garanzie e senza misure di sicurezza. Si evincono, ultimamente, situazioni di alienazione sociale senza precedenti, che rieccheggiano alla memoria le vicende dei minatori nell'Irlanda dei primi del 900 o del Belgio tra le due guerre mondiali: i cosidetti operatori dei servizi di call center che vedono negli ultimi rinnovi contrattuali dilatate le ore di lavoro, dimunuite le proprie prosepttive retributive, ripristinando una riedizione del cottimo salariale, compressi i tempi disponibili per malattia e per ferie e, infine, cancellati in gran parte i diritti previdenziali maturati nel periodo antecedente alla messa in vigore dell'accordo. Che cosa dire, per finire, del fatto che non sia ancora stata varata una legge riformatrice della rappresentanza sindacale in senso pluralista e maggiormente comprendente le diverse forme aggregative sociali, ormai attrici a pieno titolo nelle politiche sindacali del nuovo millennio della precarietà diffusa.

Questo scenario dalle dimensioni drammatiche è lo sfondo sociologico e politico in cui la legge 300/70, la legge Giugni, concepisce il suo 35° anno di vita, in piena agonia per le vessazioni, le violazioni e lo svuotamento di contenuto a cui essa ha dovuto sottporsi: è uno scenario che grida allo scandalo e che invita a mobilitarsi per richiedere l'estensione delle garanzie e dei diritti previsti per i subordinati delle aziende sopra i 15 dipendenti, al tempo maggioranza assoluta nel Paese, a tutti i soggetti che sono sottoposti a contratti e a forme contrattuali atipiche e di nuova coniazione, grazie alle conseguenze devastanti dell'ultima legge 30, già preannunciate in modo generico dalla legge Treu.

Occorre, infine, a fronte di un aumento di un taglio poderoso del costo del lavoro e della dequalificazione del contenuto della prestazione, investire sulle aziende che non permettono che questo scempio, ormai quasi prassi consuetudinaria, venga attuato e che preferiscono incentivare l'innovazione tecnologica e l'investimento nel campo produttivo, senza comprimere le garanzie sociali e i costi della formazione professionale permanente. La ricerca scientifica applicata tramite accordi tra poli industriali e poli universitari, che può dare un afflato più deontologicamente elevato in termini qualitativi e una stabilità sicura della prestazione da parte del lavoratore, deve essere, infine, elemento scriminante al fine di valutare il merito per le aziende di accreditarsi un credito d'imposta.

Certamente è necessario ipotizzare una mobilitazione sociale di massa che possa indurre ad accogliere queste misure che possono essere le uniche finalizzate a garantire una forma di "compromesso" in positivo tra sviluppo produttivo, tutela delle garanzie e progresso sociale e civile nei limiti del rispetto della dignità e dei diritti dei lavoratori: questo cambiamento parte da presupposti antitetici rispetto all'impostazione neoliberista e affarista di un governo che reprime le tutele per i lavoratori per favorire le rendite e per favorire una ristretta classe di potentati economico-finanziari. Occorre cambiare rotta per salvare la democrazia repubblicana fondata sul lavoro e sulla partecipazione dei lavoratori al concorso dello sviluppo del Paese e alla redistribuzione delle risorse e delle ricchezze.

Alessandro Rizzo 

 


       


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