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 Da Milano2

04 Marzo, 2005
Milano. Il testamento spirituale di un Eroe del Comunismo.
«O vaca boia d’un mond lèder! Li sistemo io adesso questi traditori frazionisti menscevichi!!!».

mercoledì 30 maggio 2007

Il testamento spirituale di un Eroe del Comunismo

«O vaca boia d’un mond lèder! Li sistemo io adesso questi traditori frazionisti menscevichi!!!».

Così, fuori di sé dalla rabbia, l’Uomo nuovo, l’Uomo d’acciaio, l’Uomo indomabile urlava quella sera del lontano 28 maggio 2007, quando ormai le armate barbariche dei Celti, la Guardia nera e le Camicie Azzurre guidate dal generale Von Bellomo stavano prendendo d’assalto alla baionetta le ultime barricate ancora difese nel ridotto del Cremlino/Broletto.

No, a parlare non era il vecchio compagno Koba, non era Stàlin. Parlava, anzi schiumava rabbia Maurizio “Stalì” Margutti. Dopo 15 anni di battaglie di avanguardia alla testa del Comunismo internazionale, in quelle ore “Stalì”, il vicesindaco georgiano/melegnanese dal baffo inossidabile temprato alla fabbrica “Barricata Broggi-Izar” vedeva incombere su di sé l’ombra ormai inevitabile della sconfitta. Ma non poteva, non voleva, non sapeva accettarla!

Come poteva accettare la catastrofe? Dov’era il risultato, il raccolto atteso e vagheggiato dopo tre lustri passati a governare con pugno di ferro nel guanto di velluto? Per cosa aveva sacrificato i giorni e le notti, la giovinezza, gli amici più cari, i compagni di sempre? Perché aveva emanato ordini draconiani, purgato spietatamente i traditori, disposto senza riguardi delle vite e degli affetti di uomini e donne, compagne e compagni, mandato giovani innocenti e protesi all’ideale del “sol dell’avvenire” a spendersi sino all’ultimo barlume per lui nei più remoti e selvaggi angoli del suo dominio?

No, non per questo! Non per vedere il proprio volere corrodersi nell’impotenza, la propria sedia vacillante sotto i colpi di maglio di un terremoto, non per fissare uno sguardo d’addio sul potere ricevuto e disperso!

Era forse stata la sua una battaglia davvero senza senso? Era forse stata la sua una purga veramente fratricida? No! Così non era, così non poteva essere!

Come evadere allora, almeno per un momento, dalla tenaglia della storia? Come spiegare alle generazioni future la causa e l’effetto, il motivo e la visione che lo avevano condotto a quelle scelte gravi e irrevocabili, a quelle decisioni fulminee e gravide di conseguenze che ormai si erano dimostrate devastanti?

Se la volontà non poteva più soccorrerlo, serviva allora almeno un’ultima voce: un grido che si librasse nel vuoto grigio e freddo della sconfitta, che potesse colmare per lui le distanze e il tempo e arrivasse a scuotere le coscienze dei compagni del futuro!

Dal fondo del bunker, dove stava ormai per irrompere la foga barbarica delle armate di Von Bellomo, “Stalì” Margutti meditava immobile su un epitaffio glorioso da lasciare quale ultimo richiamo ai fedeli, pronti al sacrificio pur di non perdere l’onore. «Una frase memorabile, un periodo da incidere nel bronzo ed esporre allo sguardo degli uomini e delle donne, come la legge delle dodici tavole, a memoria perenne e monito eterno delle generazioni venture. Un grido di battaglia che chiami alle armi per la rivoluzione i comunisti di domani: questo ci vuole», pensò “Stalì” Margutti.

Fissando gli occhi sul volto serafico e imperscrutabile del suo padre spirituale, dell’altro Uomo (meno) nuovo al quale doveva tutto, il compagno e vecchio sindaco, il fondatore della dinastia Vladimir Il'ič Ul'janov, “Mézzin”, il primo leader del bolscevismo internazionale (che lui, “Stalì” Margutti aveva fatto imbalsamare ed esporre al Cremlino/Broletto, immerso in una immarcescibile melassa rossoverde ritrovata da squadre attrezzate per la guerra chimica negli antichi scantinati della Saronio), ammirando la perfezione del baffo originale di Vladimir “Mézzin” (baffo che lui aveva sempre pedissequamente imitato, sin nella tempratura e nella zincatura inossidabile alla fabbrica “Barricata Broggi-Izar”, trasformandolo nella vera base della sua ideologìa), “Stalì” Margutti ebbe alla fine la folgorante ispirazione e trovò l’epitaffio finale, il commiato definitivo, il testamento spirituale di tre lustri trascorsi nelle stanze del Cremlino/Broletto a donare sé stesso alla causa e al mondo, a quel mondo ingrato che ora non lo voleva, non lo amava più.

Mentre già nel corridoio risuonavano i primi spari, mentre già si sentiva rimbombare nell’androne del Cremlino/Broletto l’ululato dei Celti, della Guardia nera e delle Camicie Azzurre che alla bersagliera, guidate da Von Bellomo, sbaragliavano le ultime difese ancora tenute dai fedelissimi della Guardia Rossa, i kamikaze votati al sacrificio di Rifondazione Comunista, che per lui avevano gettato nella pugna sino l’ultima goccia di sangue, “Stalì” Margutti alzò lo sguardo sulle rovine del bunker e del suo potere e, al terreo corrispondente di un giornale, dettò quelle fulgide parole che la storia ci ha consegnato come il momento più alto della sua autocritica per la propria responsabilità politica, sociale, amministrativa, come la definitiva consacrazione nell’empireo degli Statisti di un uomo, di un Eroe del Comunismo che a tutto aveva saputo rinunciare, ormai anche al potere, ma che non aveva perso la saggezza e la capacità di discernere, di valutare, di spiegare e spiegarsi al mondo.

Con un ultimo sorriso di disprezzo nei confronti del destino, da sotto quel baffo temprato e inox, un attimo prima di ricevere in petto i colpi degli scherani di Von Bellomo, il vicesindaco di lungo corso “Stalì” Margutti disse così:

«In primis abbiamo pagato la lontananza dai cittadini dell’amministrazione guidata da Nino Dolcini, che in questi anni non si è dimostrata all’altezza della situazione».

 

Nicola Borzi

nicolaborzi@gmail.com

 

dal sito http://nicolaborzi.blogspot.com/

 

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