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 Lettere a WL

04 Marzo, 2005
Paese che vai. segnaletica che trovi …
L’opinione di Vittorio Olivari

Scrivono i giornali di questi giorni che nel bresciano, e siamo nel profondo nord, una giovane pakistana viene uccisa dal padre aiutato, forse, dai parenti. Movente dell’efferato omicidio: la giovane pakistana aveva abbandonato religione, usi e costumi del paese di origine ed aveva sposato lo stile di vita occidentale, osando convivere con un ragazzo della zona. Il fatto e le modalità attraverso cui è stato compiuto il terribile omicidio scuotono fortemente sia le sonnecchianti cronache di Ferragosto, sia le coscienze dei più.

Se la vicenda aveva già in sé abbondanti elementi per turbare gli animi, ancora più inquietanti sono state le prime dichiarazioni fornite da membri della comunità pakistana in Italia.

Intervistati al TG un paio di questi signori, dopo aver condannato il gesto del padre di Hina, aggiungevano più o meno, che “comunque il padre doveva aver avuto una buona ragione” e che “vivere in una comunità è come quando si va in automobile sulla strada: se si rispettano i semafori e la segnaletica non succede nulla, ma se non ci si ferma ad un rosso si corre il rischio di investire o di essere investiti”.

Udite queste parole ho avuto un momento di smarrimento: possibile che io abbia sentito ciò che ho sentito?

Possibile che nel XXI secolo si possano ancora ricercare delle “buone ragioni” che giustifichino il gesto di un padre che uccide la figlia perché di idee diverse dalle sue?

Eppure era proprio vero: quelle frasi erano state pronunciate e sparse nell’etere dalla forza dei media.

Nei giorni successivi l’omicidio altri importanti rappresentanti della comunità pakistana condannavano senza riserve il gesto del padre di Hina e lamentavano la “strumentalizzazione di un dramma familiare”, strumentalizzazione volta a “criminalizzare la comunità pakistana intera” come se “la tremenda morte di Hina fosse la sola morte consumata all’interno delle mura domestiche”.

Tutto molto triste e tutto molto vero: insegnano i criminologi che la maggior parte degli omicidi coinvolge proprio i membri di una stessa famiglia e basta sfogliare i quotidiani degli ultimi mesi per trovare esempi “nostrani” che dimostrano e confermano quanto sostenuto dai criminologi.

Ed allora perché la vicenda di Hina ha scosso così tanto le coscienze degli italiani tanto da occupare le prime pagine dei quotidiani per molti giorni e da portare il nostro Governo a costituirsi parte civile nel processo contro il padre (sono in corso le verifiche con l’Avvocatura dello Stato)?

Forse perché siamo tutti maledettamente razzisti? O forse perché ce l’abbiamo con chi conduce uno stile di vita diverso dal nostro? O magari perché abbiamo paura dell’invasione dell’Islam?

Niente di tutto questo. Io penso che quello italiano sia un popolo che sa accogliere con generosità e con bontà chi ha bisogno o chi è in difficoltà, semplicemente perché sa cosa significa la sofferenza, il vivere lontano dai propri affetti, l’essere sfruttato fuori confine, l’essere tollerato dai paesi più o meno vicini e più o meno amici. Ed allora? Allora occorre avere il coraggio di guardare la realtà per quello che è, e non ci vuol molto a capire che l’attenzione e la reazione alla tristissima fine di Hina siano legate semplicemente al fatto che … noi viaggiamo a destra! Mi spiego.

E’ verissimo che, come avevo sentito nell’intervista al TG, se non ci si ferma ai semafori e non si rispetta la segnaletica si finisce male, ma è altrettanto vero che i semafori e la segnaletica che occorre rispettare è quella del Paese in ci si trova!!! In Pakistan, come per altro in Gran Bretagna, le automobili viaggiano tenendo la sinistra, ma nel Vecchio Continente tutti gli automobilisti, indipendentemente dal paese di origine, devono tenere la destra, altrimenti sono guai seri.

Ecco dunque il motivo della reazione dell’opinione pubblica alla morte di Hina: non solo il gesto efferato del padre, ma anche, e soprattutto, la violazione del nostro “codice della strada”, figlio di secoli di storia sofferta, combattuta ed intensa. Ci abbiamo messo più di 20 secoli per cominciare a capire cose che ci erano state rivelate chiaramente un paio di millenni fa, forse potremmo essere accusati di essere un po’ lenti di comprendonio, ma ora siamo sulla buona strada e ci siamo dati un “codice stradale” in base al quale:

- la vita è sacra e nessuno, ma proprio nessuno, ha il diritto alzare la mano contro un proprio simile;
- le donne e gli uomini hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri;
- gli uomini e le donne sono tutti liberi;
- la libertà di ogni uomo e di ogni donna finisce dove comincia quella dall’altro;
- la pace è un valore assoluto, sia nei rapporti quotidiani tra uomini, sia nelle relazioni tra stati sovrani;
- la giustizia è “condizione necessaria e sufficiente” per costruire la pace;
- il rispetto dei diritti umani è “condizione necessaria e sufficiente” perché prevalga la giustizia.

Questi sono i nostri semafori e questi sono i nostri segnali stradali: chiunque sia disposto a rispettarli è benvenuto sulle nostre strade, potremo viaggiare liberamene e tranquillamente insieme, ma non possiamo e non dobbiamo permettere che qualcuno viaggi … contromano.

Vittorio Olivari, Lodi 


       


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