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 Dall' Italia

04 Marzo, 2005
Marco Rovelli: Lager italiani
di Rosanna Rota. «Non puoi più essere lo stesso, dopo aver letto questo libro»

Marco Rovelli, Lager italiani, Bur
C’è una frase che mi sgorga spontanea e mi martella continuamente, mentre scorro le pagine: “Non possiamo dire di non sapere”.

C’è come un filo invisibile, nelle cose. Pochi giorni fa ero ad Amsterdam, nella casa di Anna Frank. Le emozioni di quando, ragazzina, ho letto il diario di questa coetanea a cui è stato strappato il diritto di crescere, sono ritornate tutte in frotta. Insieme alle due domande di sempre: Come si poteva dire di non sapere? Come può continuare ad accadere tutto questo, ai danni di altri popoli, dopo che è stato smascherato una volta?
Lo so, sono un’ingenua. Ci sono risposte politiche, a tutto questo. Ma io cerco le risposte umane, e non le trovo.

Non voglio fare come i tanti Tedeschi che hanno dichiarato di non sapere dei lager. Che credevano che fossero veramente campi di lavoro. Che tutto sommato pensavano fossero una buona cosa, in nome dell’ordine sociale.
Anche noi abbiamo i nostri lager. Facciamo finta di non saperlo. Vogliamo credere che siano veramente campi di accoglienza. Pensiamo che l’ordine sociale abbia bisogno di strutture come quelle.
Poi leggiamo le storie. E lo stomaco si ribella. No, non si può trattare così un essere umano.

E’ un libro che chiede di trasformarsi in azione. Lo grida: non si può stare con le mani in mano, mentre nel nostro stato c’è gente che viene messa in galera senza aver fatto del male a nessuno. Anzi, le testimonianze dicono che è peggio della galera. Lì ti resta la tua umanità, mentre nei Centri di Permanenza Temporanea ti tolgono il nome, diventi un numero, ti annullano. Distribuiscono barbiturici per farti dormire, per non farti pensare. E tu non sai più chi sei.

Non sono ammessi giornalisti, quindi tutta l’inchiesta si basa su testimonianze di stranieri che l’hanno vissuta sulla propria pelle, la realtà dei lager italiani, e di volontari, fra cui alcuni avvocati, che li hanno aiutati a venirne fuori.
La cosa che colpisce di più è che la legalità non esiste, in queste situazioni fuori da ogni regola. Tu non sei una persona, sei un numero, quindi non hai diritti. Sei in attesa di diritti, ma nel frattempo ti può capitare di tutto.
Non è un caso se Amnesty International e Medici Senza Frontiere ci tengono d’occhio.

Il libro è costituito da tre parti: nella prima si raccontano le storie di tanti “ospiti” di CPT italiani. Con uno stile secco, tutto cose. Ogni frase è un graffio nell’anima, senza una parola di troppo.
Nella seconda parte, la visuale si allarga ad una panoramica su tutti i centri italiani (sia quelli di permanenza temporanea che quelli di identificazione), offrendo il quadro generale ad oggi. Lo stile si fa appena più disteso, ma è ancora estremamente sobrio, pulito. Si sente lo sforzo di limitarsi ai fatti, di evitare di rompere l’argine al fiume dei commenti, delle opinioni personali, che potrebbe diventare una piena dilagante e melmosa, aprire la strada al buonismo. Non è questo che vuole, l’autore. Si capisce nella terza parte, qualificata come appendice ma in realtà essenziale nell’economia del testo. Il titolo di quest’appendice spiega tutto: “Il campo come forma della modernità”. Il linguaggio si fa complesso, le citazioni dotte. In poche pagine, Marco Rovelli ci spiega come la forma del campo sia sintomo di una logica che pervade tutti gli stati moderni, in cui si vive nell’ossessione di un’emergenza permanente, sia nei confronti del nuovo sottoproletariato migrante, visto come pericolo sociale, sia nei confronti dell’esterno, visto come teatro di guerre contro il terrorismo globale.

E’ questa visione del mondo che va combattuta.
Perché non possiamo dire di non sapere.

 

Il libro continua sul blog lageritaliani.splinder.com. [vedi link in fondo pagina – red.]

Fonte: http://www.vibrissebollettino.net 


       CommentoLager italiani. Il blog personale di Marco Rovelli


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