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04 Marzo, 2005
A colloquio con le famiglie nonviolente gandhiane
Viaggio per l'Italia alla ricerca di famiglie che vivono qui ed ora il sogno di Gandhi, nel silenzio della preghiera, nell'umile sobrietà di vita e con il lavoro delle mani...

A colloquio con le famiglie nonviolente gandhiane

Viaggio per l'Italia alla ricerca di famiglie che vivono qui ed ora il sogno di Gandhi, nel silenzio della preghiera, nell'umile sobrietà di vita e con il lavoro delle mani...

"La nostra azione politica primaria è la nostra vita quotidiana. Chi non capisce le implicazioni politiche e sociali delle nostre scelte non le comprende". (Brigitte e Josef)

Matteo e Mariella Della Torre

Fonte: Il grido dei poveri

17 aprile 2005

Famiglie nonviolente: note a margine di un'esperienza di viaggio

Mentre ci organizzavamo per la partenza abbiamo avuto la netta sensazione di viaggiare verso l'ignoto che sconvolge e lascia segni profondi e indelebili mentre si rivela. Abbiamo avuto la percezione di dover spalancare lo sguardo su orizzonti scomodi, quelli che mozzano il fiato, che fanno vacillare ogni baldanza, smuovere gli equilibri e costringono alla ricerca di punti nuovi per restare in bilico.

Sapevamo che, varcata la soglia dell'universo da esplorare, bisognava scrollarsi di dosso ogni illusoria volontà di osservazione artefatta. Lo sguardo asettico dell'approccio scientifico, ora più che mai, sarebbe parso mistificatorio. Meglio smascherare agli albori un tale presupposto. Meglio giocare a carte scoperte e decidere consapevolmente di "guardare con l'anima". A volte gli occhi dello spirito possono rivelare un acume maggiore.

Le quattro famiglie che si sono rese disponibili per un'intervista sono casualmente dislocate su punti indicativi del territorio nazionale: Trentino, Piemonte, Lazio, Puglia. Ciò ci ha consentito, pur senza la pretesa di avere a disposizione un campione rappresentativo, di verificare eventuali differenze rilevanti legate alla località e alla cultura di riferimento.

La prima tappa è stata in Trentino Alto Adige. Qui ci attendevano Brigitte e Josef, con Elias e il piccolo Daniel, un bimbo di otto mesi. La Val Venosta ospita i nostri amici in un paesaggio tinto dal verde intenso degli ampi frutteti di melo che la costeggiano. Mele di ogni varietà troneggiano nella valle e regalano allo sguardo del visitatore una vasta gamma di sfumature dal verde acido, al giallo, al rosso intenso. E' ottobre, tempo di raccolta. C'è un andirivieni operoso di piccoli trattori che trasportano mele nei loro rimorchi quasi debordanti. Frutti che accompagneranno i pasti degli italiani per tutto il lungo inverno. La casa di Brigitte e Josef è situata ai piedi di un'abbazia benedettina. Intorno all'abitazione c'è una modesta distesa d'erba, poi lo sguardo si perde nel mare di conifere che circonda la zona.

Da lontano scorgiamo Josef e suo padre che lavorano nei campi. Già ci pevade una sensazione ancestrale di piacevole lentezza.

Le mucche e i vitelli vi contribuiscono con i loro movimenti pacati, la masticazione dal ritmo uniforme, quasi sonnacchioso, il rumore del fieno che scompigliano delicatamente con la bocca.

Ci accoglie Brigitte col piccolo Elias. Sta preparando il pranzo. Brigitte è una giovane donna sui trent'anni. Bionda, viso abbronzato, sguardo dolce. E' snella, asciutta ma tonica, energica. E' lei ad occuparsi dell'orto.

La cucina, come il resto del loro maso alpino, è modesta, austera. Ricorda le case rurali del passato. C'è una cucina economica, di quelle che, per intenderci, funzionano a legna. Pochi mobili di legno scuro che raccontano storie antiche di gente semplice. Elias gioca con una carota e un tappo. E' un bambino molto socievole, a dispetto della famosa "paura dell'estraneo" che a otto mesi circa sviluppa diffidenza nei bambini.

Apprendo da sua madre che non ha mai mangiato carne, neanche nel grembo materno. E' il ritratto della salute. Le guance rubizze sono di un delizioso rosa intenso. Sorride. E' un bimbo felice.

Josef nel frattempo è tornato dai campi. Mi saluta. Ha trentacinque anni, i capelli scuri e ricci, la fronte spaziosa, un viso sveglio, un'intelligenza tranquilla che lascia trasparire lunghe meditazioni silenziose.

Entrambi come tutte le persone forti e decise, ispirate da una grande carica interiore, hanno lasciato ogni sicurezza per abbracciare scelte coraggiose: la casa, il lavoro, un futuro economico certo e gratificante.

Sembrano decisioni folli, ma sono il germe della speranza, di un'umanità che non si accontenta di vivere "di solo pane".

Josef e Brigitte hanno vissuto per alcuni mesi nella comunità nonviolenta dell'Arca di Massafra, in provincia di Taranto. Si sono sposati nella loro piccola fattoria, in semplicità. Brigitte è arrivata all'altare su un carro pieno di fiori.

Hanno festeggiato nel fienile mangiando dolci biologici preparati dai loro amici. Vivono del lavoro delle loro mani, proprio come voleva Gandhi.

Utilizzano tecnologie appropriate. Hanno mucche, un cavallo da tiro, pecore e galline. Cercano di salvare alcune razze animali in via d'estinzione.

Possiedono anche un piccolo caseificio aziendale. Nella loro fattoria a ciclo chiuso, producono con orgoglio cibi rigorosamente biologici, che vendono, secondo i principi dell'economia locale, ad una ristretta cerchia di amici.

La casa è aperta a chiunque desideri condividere le scelte di vita e gli ideali di Josef e Brigitte. In estate, il maso offre ospitalità a chi partecipa ai campi scuola organizzati dal Movimento Nonviolento e dal Movimento Internazionale per la Riconciliazione (MIR). Ci dicono che è difficile per loro restare soli.

E' quasi ora di pranzo. Li aiutiamo ad ultimarne la preparazione: tagliare la verdura, sistemarla a tavola. Tutto è semplice e bello. La bellezza autentica, quella che vince le mode e il tempo, è essenziale, discreta. Si prega prima di cominciare. Pochi minuti di canto in cui due diverse voci si fondono in armonia. Il cibo è ottimo. A tavola si parla. Scopriamo di avere molte idee comuni.

Ci trasferiamo in cantina per l'intervista. Josef non si ferma mai, come Gandhi. Bisogna selezionare le patate raccolte: le più grandi per il consumo familiare e la vendita, le medie per la prossima semina, le piccole per le galline. Si respira un clima familiare, informale. Brigitte e Josef danno prova di profondità, cultura e saggezza. L'intervista dura fino a sera. Si continua a parlare a cena. Brigitte ci delizia con una squisita torta di mele.

Ci invitano a restare per la notte, ma il nostro ritmo di marcia è serrato. A malincuore ci accomiatiamo. Sentiamo che il nostro rapporto è appena cominciato. Brigitte e Josef sono un universo da scoprire, fonte di ricchezze impareggiabili. Ci allontaniamo felici. Tutto ciò che sembrava chimera è possibile, oggi. Siamo grati a questi amici per aver dato luogo all'utopia. Con gente come loro si può tornare a sperare.

 

La prossima sosta sarà in Piemonte. Nel cuore dell'Alta Langa saremo ospiti di Giovanni e Graziella . Anche loro vivono in campagna, in cima ad una collina. Immersi in una natura rude, dove l'impronta dell'uomo è impercettibile, quasi inesistente. Giovanni e Graziella sembrano appartenere ad un luogo senza tempo, nel quale la vita coincide con l'essenziale.

Per raggiungerli abbiamo attraversato una splendida e affascinante campagna di vigneti spettacolari. E' la zona del famoso Dolcetto d'Alba, il vino delle Langhe. Qui lo sguardo si satura di pampini verde scuro. Ci sono vigneti ovunque, a perdita d'occhio.

Tutt'intorno è silenzio. Questo rende il luogo suggestivo, ma inquietante. Ciò che tace fa sempre un po' paura, perché dà spazio alle voci che promanano dall'intimo. Di tanto in tanto affiorano delle abitazioni, solitarie o in piccoli gruppi, per poi lasciare ancora parlare solo la natura silenziosa.

L'appuntamento è vicino una chiesetta dall'aspetto diroccato. C'è tutt'intorno uno spazio erboso dove tre curiose mucche bianche si destano per un po' dal loro torpore e guardano la nostra macchina. Sembrano delle vecchie comari intente a scrutare chiunque entri nel loro campo visivo. Sapremo qualche ora dopo che si trattava delle mucche di Giovanni e Graziella, lasciate giù a pascolare. Avevano uno sguardo sveglio, non come quello inebetito delle mucche d'allevamento intensivo.

In bicicletta vediamo arrivare Giovanni. E' un uomo sulla sessantina, alto, magro, dai capelli ancora scuri, ma radi. Tutto in lui è calma. Il modo di parlare, gesticolare, muoversi lascia trasparire profondità e saggezza.

Ci lascia per andare in paese. Intanto raggiungiamo Graziella. Ci accoglie col fare di una cara zia. E' una donna affabile, sulla sessantina. I capelli color argento, il fisico rotondetto e una fragorosa risata, contagiosa.

Parliamo per un po' in attesa che torni Giovanni. Sta raccogliendo delle carote dall'orto. Le chiediamo informazioni sulle piante. Solo qualche giorno dopo, da Nadah e Giorgio (i coniugi intervistati successivamente) apprenderemo che Graziella e Giovanni sono degli esperti botanici. Conoscono tantissime piante spontanee e radici commestibili, tanto che a Massafra, dove anche loro hanno vissuto, sono riusciti a sopravvivere in un periodo di crisi, grazie a questo loro sapere pratico.

Arrivato Giovanni ci mettiamo in marcia verso casa. Ci inoltriamo in un sentiero impervio dalla vegetazione rustica e lussureggiate. Per strada raccogliamo delle piccole mele selvatiche croccanti e gustose. Giunti all'abitazione abbiamo l'impressione di aver compiuto un viaggio a ritroso nei secoli. Il tempo qui è come sospeso. Sono occorsi tre lunghi anni per edificare pietra su pietra la loro casa di campagna. Nel frattempo Giovanni, Graziella e il loro figlio Michele hanno vissuto in una vecchia roulotte.

Nessuna porta all'ingresso. I ladri avrebbero vita facile, ma alcunché da rubare. Prorompe incontenibile in noi l'immagine stridente delle soglie protette da pesanti porte blindate, poste a difesa delle nostre abitazioni stipate all'inverosimile di oggetti superflui e costosi.

Facciamo un giro intorno alla casa. Non c'è corrente elettrica, tranne quella, alimentata da due pannelli fotovoltaici, necessaria alla recinzione del loro magnifico cavallo da tiro. Tutto ciò che cresce viene lasciato libero di svilupparsi secondo la sua natura: la strana vigna alta diversi metri, le galline che dimorano tra i rovi e vi depongono le uova, rendendo difficile la raccolta.

Giovanni e Graziella hanno un concetto di bellezza che è possibile ritrovare in San Francesco. Quello che ad uno sguardo non aduso può sembrare disordine è in realtà armonia. Una pianta infestante è parte di un tutto estetico, non va estirpata, la si lascia convivere con la lattuga o i pomodori. D'altra parte, una conoscenza più attenta della natura insegnerebbe che non esiste nulla di inutile nel creato.

Raggiungiamo la cucina, spartana ma dignitosa, ricca di calore e delle allegre risate di Graziella. Il pranzo è frugale e gustoso. Il pane e il formaggio sono fatti in casa. Graziella ci invita ad assaggiare delle erbe spontanee dal sapore delizioso. Pensiamo alla direzione della conoscenza imboccata dalla civiltà moderna, che ha reciso ogni legame con la natura.

Sappiamo cos'è un server, un chip, un byte o un modem, ma abbiamo dimenticato cosa siano la calendula, l'arnica, l'iperico, la borragine o la cascara, piante umili e discrete che in molti casi sostituirebbero egregiamente i farmaci sintetici, senza produrre alcun danno alla sanità e all'equilibrio dell'ecosfera.

Nel frattempo rincasa Michele, un ragazzo di diciassette anni, il figlio più piccolo. E' gentile, tranquillo, semplice e bonario. Non condivide le scelte dei suoi genitori, ma sembra rispettarle e conviverci al momento con naturalezza.

L'intervista comincia poco dopo, mentre si monda dell'uva nera dai raspi per farne del succo. Tra un acino e l'altro Giovanni e Graziella ci fanno dono del loro incredibile sapere. Al termine del lavoro gironzoliamo fuori ancora un po', ascoltiamo con attenzione Giovanni che parla del grano, delle sementi, di una tecnica antica per fare i covoni, dei suoi cani che, da quando non mangiano più carne, come loro, sono meno aggressivi. Staremmo delle ore ad ascoltare, ma occorre riprendere il viaggio.

Non riusciamo a fare commenti questa volta. E' evidente la difficoltà a tradurre in pensieri e parole ciò che abbaimo visto. Non è un film agiografico. Sono delle persone in carne ed ossa. La santità è dunque alla portata di tutti? Graziella e Giovanni ci dicono che è così. Non c'è da aspettare.

 

Adesso partiremo alla volta del Lazio. In un paesino della Sabina, Toffia, ad attenderci ci sono Nadah, Giorgio e tanti bambini. Varcato il cancello della loro fattoria ci accorgiamo che tutto intorno è splendido: gli alberi, la casa, la stalla. Coloratissimi animali da cortile razzolano ovunque. La stalla è in legno, senza pareti, con la paglia sul lato posteriore. C'è un cavallo da tiro magnifico, "Lango". Lo affiancano delle mucche. Anche qui c'è un piccolo caseificio aziendale. L'abitazione è in pietra, costruita pian piano da Giorgio e Nadah. Ha l'aspetto di una chiesetta. Sul muro frontale c'è persino un rosone con un vetro istoriato. All'interno regna un'atmosfera calda e confortevole. Giorgio e Nadah hanno quattro figli e ne aspettano un altro. In più hanno in affidamento dei bambini con vari problemi. La loro vita è fatta di duro lavoro, nei campi, in stalla, nell'orto, ai mercati per vendere i formaggi e i prodotti in esubero. Sono felici della loro scelta fatta quando, ancora liceali, sono partiti alla ricerca di risposte pregnanti ai loro interrogativi. Le hanno trovate nell'Arca, dopo aver vagato e sperimentato altre realtà che non hanno saputo offrirgli, come l'Arca, un'indicazione di marcia rispondente alle loro domande di senso.

Al nostro ingresso in casa veniamo assaliti dagli sguardi curiosi dei bambini. Ci sono dappertutto occhietti che ci scrutano, soprattutto le bambine. Poi cominciano le domande indiscrete, ma i più piccoli hanno molto savoir-faire, perciò nessuna richiesta sembra invadente. Sono allegri. Non c'è niente di meglio per loro della vita di campagna, lontana dal trambusto urbano, ricca di stimoli e di infinite possibilità di gioco.

Nadah non sembra molto in forma, per via della gravidanza. E' una donna giovane, castana, capace di parlarti per ore di argomenti interessanti. Nell'intervista ha profuso con semplicità innumerevoli spunti riflessivi di notevole spessore. Giorgio è esile, bruno, capelli ricci, barbuto. Non è molto loquace, ma la sua ricchezza interiore non sfugge ad uno sguardo attento.

Nadah confermerà più tardi questa sensazione parlando del marito come sua fonte di saggezza e conoscenza. E' una di quelle coppie che si guardano con piacere. Innamorati come agli inizi.

Pur tra le numerose interruzioni dei bambini, Nadah e Giorgio ci regalano fiumi di sapienza. E' la prova tangibile che il lavoro delle mani, quello che fa entrare in contatto con la terra e i suoi elementi, partorisce pensieri elevati. Accade che, nella misura in cui ci si abbassa, si dà forma a ciò che è alto e sublime. E' sera ormai. Dopo ore di intervista, lasciamo la famiglia libera di riunirsi per la cena. E' buio, il chiarore della luna ci accompagna alla macchina. Ancora una lezione di vita. Ancora un barlume di speranza. Troppo tenue? Forse. Ma il bene non è chiassoso, non suona trombe al suo incedere.

 

Ci resta un'ultima fermata: da Pasqualina, Giovanni e Anna Maria,a Massafra, in Puglia. In una landa brulla conosceremo un altro frammento di nonviolenza. Incontriamo all'imbocco del sentiero tortuoso che conduce alla casa di campagna Anna Maria, la più piccola della famiglia. Ha diciotto anni, bionda, occhi cerulei. Sembra una ragazza come tante, tranne che per quel quid in più comune a tutti i figli dei nonviolenti. Sono, in fondo, i figli che tutti vorremmo, ma che non ci è dato di avere, perché in loro si riflette il nostro essere. Ciò che siamo, non quello che suggeriamo. Anna Maria è come Pasqualina e Giovanni: dolce, semplice, limpida, autentica.

In seguito Pasqualina ci riferirà che Anna Maria è per i suoi amici un punto di riferimento importante, perché apporta prospettive profonde che attinge da un vissuto familiare fatto di scelte di campo decise, coerenti e coraggiose. Sono le esigenze più riposte, spesso inespresse e inconsapevoli, di chi è giovane. Istanze eluse dagli adulti in maniera quasi sistematica. All'arrivo mi viene incontro Pasqualina. Accanto alla casa notiamo subito una piccola falegnameria, dove Giovanni costruisce mobili con arte paziente. Prima di entrare in casa sostiamo su una veranda con un piccolo pergolato. Sentiamo già il profumo avvolgente del pane che sta cuocendo.

Anche qui il pane si fa in casa. Giovanni e Pasqualina ottengono la farina da un mulino con macina in pietra, il miglior sistema per conservare inalterate tutte le proprietà organolettiche e nutritive del grano. La casa è accogliente. Quasi tutti i mobili sono stati costruiti da Giovanni. Sono massicci, fatti per durare, in legno di pino, tipico delle case rurali, povero e modesto, ma dall'effetto riposante.

Parliamo a lungo di arte e scienza della panificazione, della complessa procedura del pane lievitato naturalmente che preparavano all'Arca. Sono informazioni preziose, di "nicchia", che si muovono su lunghezze d'onda diverse. E' un sapere con un valore aggiunto: le relazioni umane immediate, dirette. Esso non viaggia via etere. Si muove lento e tesse una trama pregevole di rapporti umani che, in un breve arco temporale, possono cementarsi più di tante consuetudini amicali vissute all'insegna della frivolezza e del divertimento.

Pasqualina ci rivela più tardi come fare il sapone. Poi ci mostra una profumata crema alla calendula fatta da lei. E' impressionante la maniera in cui siamo asserviti al mercato, che sforna per il nostro consumo quantità abnormi di prodotti scadenti, inutili e spesso nocivi.

Giovanni, un uomo schivo, dallo sguardo sensibile mi parla dei suoi progetti di lavoro. Attualmente insegna religione nell'Istituto di Agraria a Massafra. E' un lavoro sicuro, ma Giovanni non pensa di poter reggere a lungo un'attività che gli consente di vivere solo al suo termine. Forse riprenderà il suo lavoro di artigiano. Ultimata l'intervista continuiamo a parlare ancora un po'. Ci salutiamo con la promessa di vederci ancora.

Il tour è finito. Abbiamo tanto materiale a disposizione, adesso. Ma quel che più conta è che abbiamo conosciuto modelli di vera umanità, quella che nel silenzio della preghiera e del lavoro delle mani fa nuova la storia e la solleva dal vortice della violenza e del nonsenso.

 

 

A colloquio con le famiglie nonviolente gandhiane

 

 

 

"La nostra azione politica primaria è la nostra vita quotidiana. Chi non capisce le implicazioni politiche e sociali delle nostre scelte, non le comprende". (Josef e Brigitte)

 

 

FAMIGLIA, LA PRIMA COMUNITA' EDUCANTE

 

D1 - Presupposto fondamentale della pedagogia gandhiana è una rigorosa vita spirituale animata da una profonda fede in Dio. Come trasmettere i fondamenti religiosi alla luce dei principi della nonviolenza?

 

- Josef e Brigitte (Val Venosta) - "Per noi la spiritualità ovvero la ricerca spirituale ha un certo ruolo nella vita familiare. Attualmente non ha una forma molto definita. Ci sono dei momenti di spiritualità quotidiana, ad esempio, la preghiera prima dei pasti che per noi è un momento di meditazione. Quando vengono gli amici a trovarci, cogliamo quest'occasione per concederci degli attimi collettivi di riflessione, di silenzio, oppure di canto. Sono forme di spiritualità molto dolci, che fanno sentire a suo agio anche chi non ha una religiosità praticante. E' una spiritualità di orientamento più ecumenico, come quella di Gandhi. Sicuramente più ecumenica di quello che intendono i cattolici, perché noi seguiamo l'esempio delle comunità dell'Arca e cerchiamo di conoscere altre tradizioni religiose. Infatti ci siamo procurati dei libri, che approfondiscono altre religioni, da cui per un lungo periodo quotidianamente leggevamo un brano, come fanno alle comunità dell'Arca".

 

- Giovanni e Graziella (Alta Langa) - "I nostri figli hanno partecipato alle preghiere che facevamo in casa che poi erano le preghiere della comunità dell'Arca, a mezzogiorno e alla sera. Leggevamo La Bibbia per ragazzi ed altri libri religiosi. Pur facendo queste cose, oggi i nostri figli (Laura, Luca, Michele) non sembrano aver recepito molto: in chiesa non ci vanno e spiritualmente sembra che non abbiano accolto le nostre stimolazioni. Viviamo in un tempo in cui gli stimoli esterni ai ragazzi, l'ambiente, l'educazione, gli stessi mezzi di comunicazione, sono usati come controvalori. Il fatto che possano essere usati come valori e come controvalori è già il segno del loro limite. La società ha creato questi mezzi per usarli come controvalori, per perseguire i suoi fini.

Oggi, a nostro avviso, l'educazione ai valori religiosi si può trasmettere più con l'esempio personale che con le parole, con i catechismi, fatti di lezioni e di formule. Il Vangelo ci dice di 'gettare il seme' e di aspettare, sperando che porti frutto. Non sta a noi vedere quando e quanto germina. Noi non siamo stati capaci con i nostri figli di fare lezioni, di trasmettere concetti con metodo pedagogico. Se abbiamo trasmesso qualcosa lo abbiamo fatto con l'esempio, cercando di vivere nel modo più possibilmente coerente con i nostri valori, con ciò che riteniamo giusto".

 

- Giorgio e Nadah (Toffia) - "Vi possiamo raccontare delle nostre esperienze di vita. Viviamo un momento intenso di vita familiare con otto bambini di età compresa tra i 5 e i 15 anni e mezzo. Il nostro è un continuo confronto con la realtà. Anni fa avevamo tempo di leggere libri, di documentarci; oggi, invece, ci risulta difficile trovare tempo da dedicare alla lettura. In questa fase della nostra vita, le soluzioni ai problemi che incontriamo dobbiamo trovarle più che nei libri nel quotidiano.

Qualcosa ci sarà rimasto delle letture, qualcosa che è cresciuto in noi in una scelta di vita. In fondo è 17 anni che viviamo insieme in campagna e cerchiamo di praticare la nonviolenza. Ma questo forse è troppo, più corretto sarebbe dire che cerchiamo di cambiare noi stessi per ricercare insieme ad altri un modello di vita più giusto.

Con i primi due bambini avevamo una vita familiare molto raccolta in campagna, senza luce, senza macchina, niente televisione. Con questi due bambini siamo stati molto insieme, per cui si pregava anche insieme. Adesso è rimasta la preghiera prima dei pasti, però prima c'era di più: si parlava delle cose di Dio. Noi abbracciamo la nostra tradizione religiosa, il cristianesimo. Siamo, però, anche aperti alle altre religioni.

Con i nostri bambini leggevamo il Vangelo, recitavamo le preghiere del mattino e della sera. Con i primi due figli è andata molto bene, non c'è mai stato bisogno di imporre niente. La domenica si andava a Messa.

Per i bambini era un'occasione di festa. Adesso Lucia, la nostra figlia grande che ha quindici anni, a 11 anni ha iniziato il catechismo per la cresima e dopo qualche mese ha detto: "mamma, io non voglio fare la cresima!". Le abbiamo chiesto il perché. Lucia ci ha risposto: "Le mie amiche atee fanno la cresima: è questo il problema. Io adesso non so più se sto facendo la cresima come tutti, perché bisogna farla - io non so se voglio farla - oppure se la sto facendo solo perché voi mi avete detto che credo in Dio. Voglio sapere se sono io che credo in Dio. Siccome oggi non lo so, non posso fare la cresima". E' stato scioccante che una bambina di undici anni ci avesse detto questo. Le argomentazioni che aveva portato erano più che lecite e quindi le abbiamo accolte.

L'unica cosa che abbiamo risposto è che come genitori non potevamo garantirle che c'è questo Dio di cui gli avevamo parlato. Una cosa però volevamo garantirle, che da quando le avevamo dato la vita lei aveva in sé uno spirito, una dimensione spirituale, che va ben oltre la materialità terrena. Certo, abbiamo cercato di nutrirla, ma anche di nutrire il suo spirito. Quindi anche se non voleva fare la cresima era necessario continuare questo cammino spirituale. Dopo le inevitabili difficoltà tipiche della sua età, adesso che ha 15 anni e mezzo inizia a riparlare di argomenti spirituali. C'è stato, però, un buio non indifferente durante il quale noi genitori ci domandavamo se avevamo sbagliato a permetterle troppo. Oggi pensiamo che sia andata bene così. Oggi, nostra figlia sta frequentando un gruppo d'ispirazione cristiana, denominato Operazione Mato Grosso.

L'altro figlio di 13 anni, invece, è molto più ligio. Ha un altro temperamento. Per ora non sta facendo obiezioni. Fa il suo catechismo. Ci auguriamo che riesca ad essere altrettanto profondo come la sorella.

I piccoli, oggi si rifiutano di venire a Messa. Tecla (8 anni) ci dice che non vuole venire a Messa perché non riesce a capire niente di quello che si dice. Ieri, però, siamo andati ad una Messa solenne, con incenso, canti: per un bel periodo i bambini sono stati rapiti dalla simbologia. I bambini d'oggi chiedono molto di più, anche a causa degli stimoli che hanno. Ad esempio, ci chiedono: "Perché non possiamo fare la comunione?". Noi gli spieghiamo il catechismo. "Ma allora perché devo venire a Messa se poi non siamo abbastanza grandi per fare la comunione?". E allora abbiamo deciso di non imporre la frequenza alla Messa. Ai figli che fanno i sacramenti cerchiamo di dire che il fatto di capire non è sempre l'obiettivo della Santa Messa, ma è anche aver dato quell'ora di tempo a Colui in cui diciamo di credere.

Per quanto riguarda la spiritualità in casa, durante le solennità leggiamo il Vangelo e lo commentiamo. Nella quotidianità della vita cerchiamo di far capire ai nostri figli che la nostra famiglia procede in una direzione e trasmette i fondamenti della nostra tradizione religiosa. Adesso ci siamo concessi un lettore video e il sabato pomeriggio guardiamo una videocassetta: è l'evento cinematografo. Ci siamo fatti dare una videocassetta sulla Bibbia ed è stata un'occasione per commentare insieme quello che avevamo visto".

 

D2 - Gandhi sosteneva che la professione e la pratica religiosa siano assolutamente inscindibili. Nelle famiglie di oggi lo scollamento tra teoria e pratica religiosa è sempre più la norma. Qual' è il vostro giudizio in merito?

 

- Josef e Brigitte - "Siamo cristiani e per noi la sequela di Gesù è una cosa seria. Non ha alcun valore, e non è auspicabile, una fede che non ha i suoi riscontri nella prassi di vita. Ed è per questo che noi abbiamo un rapporto di disaffezione alle tante vuote forme, ormai prive di senso, della religiosità cattolica. Ci è difficile partecipare a delle forme di religiosità di fatto slegate dalla realtà concreta".

 

- Giorgio e Nadah - "Il fenomeno è tipico di questa società, che produce nell'adulto distrazione e un vistoso scollamento tra fede e vita.

I bambini se vedono questo scollamento tra fede e vita dell'adulto inevitabilmente considerano la religione un rito vuoto che non ha un interesse, che non ha veramente a che fare con la vita, una cosa burocratica che va fatta. Tutto questo non aiuta la spiritualità del bambino".

 

D3 - I figli rimangono affascinati più dalla vita vissuta virtuosamente che dalle parole dei genitori. Potete raccontarci un episodio in cui avete toccato con mano questa affermazione?

 

- Josef e Brigitte - "Su questo non abbiamo nessun dubbio. Crediamo che le parole servano quando i figli ci chiedono una spiegazione. Però per il resto siamo di poche parole. Guardando un po' indietro, ci accorgiamo di parlare sempre meno soprattutto con persone che non la pensano come noi. A volte evitiamo di avviare certe discussioni. Con il lavoro in campagna sono le cose pratiche che stanno al centro. Ciò sarà vero anche quando nostro figlio crescerà, soprattutto per l'aspetto spirituale. E' ovvio che alcune delle nostre scelte avranno bisogno di una spiegazione particolare. Quando i figli si accorgeranno che, rispetto alle altre famiglie, noi viviamo in modo così strano, faranno di sicuro delle domande. Queste domande richiedono una spiegazione. Dato che le nostre scelte non sono casuali, non avremo difficoltà a spiegargliele. Se poi i figli accetteranno o meno queste scelte è un'altra cosa".

 

- Giovanni e Graziella - "Come persone, acquisiamo senso nella misura in cui cerchiamo di realizzare in noi l'unità. Infatti, l'uomo non ha delle manifestazioni materiali e delle manifestazioni spirituali. Come persone siamo qualcosa di complesso che abbraccia il materiale e lo spirituale. Pertanto, l'uomo non può dissociare il suo comportamento materiale da quello spirituale: sono una cosa sola".

 

- Giorgio e Nadah - "Tempo fa, nel tentativo di creare un gruppo qui in zona, era nata l'idea di dire il rosario insieme ad altre famiglie. I nostri bambini hanno partecipato con un certo entusiasmo. Sono subentrati dei problemi quando - nel periodo della Guerra nel Golfo - nostra figlia grande, Lucia, propose che, in luogo della meditazione dei vari misteri, si meditasse sulla pace nel mondo e proponeva di cercare sul Vangelo delle frasi di Gesù sulla pace. Purtroppo, le altre famiglie non sono state d'accordo perché il rosario andava detto nel modo classico. Da quel giorno i nostri figli non hanno partecipato più al rosario.

Ad esempio, notiamo che i nostri figli a scuola vanno molto bene in religione: i loro quaderni sono ricchi di disegni, di illustrazioni e le maestre dicono che sono molto interessati, che fanno domande. Pensiamo che questo accada perché i nostri figli vedono che anche a casa ci poniamo delle domande sulla fede".

 

D4 - Quali sono le condizioni che favoriscono l'apertura e il dialogo in famiglia?

 

- Giovanni e Graziella - "Per esempio, l'esperienza di scuola che abbiamo fatto in casa con nostro figlio minore. E' stata un'enorme possibilità di dialogo. E' stata una vera scuola, che fa progredire sia colui che insegna che colui che impara. Quest'opportunità di trascorrere così tanto tempo con tuo figlio è sempre più rara nelle famiglie moderne in cui si lavora in due, con i figli sempre fuori, parcheggiati o all'asilo nido o alla scuola o alla danza o al nuoto, con i genitori ridotti al ruolo di posteggiatori di bambini. Un figlio che passa molto tempo fuori dalla famiglia è più esposto ai disvalori della società. E' chiaro che per esserci un'alternativa è necessario che i genitori sappiano comunicare ai figli dei valori. Una famiglia esposta al vento dei modelli dominanti e della pubblicità è difficile che risulti coesa. Al contrario, una famiglia in cui i genitori vanno d'accordo costituisce un bell'esempio di unione. Questa famiglia che produce una spiritualità e dei pensieri propri è una minaccia per la società dominante, è una presenza antagonista che va bombardata con tutte le sollecitazioni che il moderno consumismo ha saputo escogitare".

 

- Giorgio e Nadah - "Iniziare a dialogare con il figlio dalla nascita, anzi prima. Non interrompere mai il dialogo. Questo è un presupposto fondamentale anche nei rapporti tra moglie e marito. E' importante dirsi le cose piacevoli e spiacevoli. Certo, è vero che alle volte per carità si tace, talvolta però non siamo così forti. Allenarsi sempre al dialogo. Poi costruire intorno a sé un ambiente sereno, non troppo affollato, di idee, di impegni. Noi abbiamo scelto di vivere in campagna anche perché ci sembrava ideale per una famiglia. Siamo sempre qui, viviamo e lavoriamo in campagna e siamo a disposizione dei figli. Poi a noi viene naturale essere spontanei con loro, sapere cosa pensano, perché pensano in modo così diverso dal nostro ed è sempre una novità scoprirlo.

Per contro bisogna anche non soffocare i figli per eccesso di dialogo, soprattutto quando i figli arrivano all'adolescenza. Riuscire a lasciare dei tempi sufficienti di silenzio perché sia l'altro a sentire per primo la necessità del dialogo".

 

D5 - Quali le relazioni coniugali alla luce della nonviolenza?

 

- Josef e Brigitte - "A livello decisionale di coppia si tratta di trovare delle forme che vadano bene ad entrambi e, nei limiti del possibile, rispettando un certo livello di competenze. Ad esempio, nelle comunità dell'Arca abbiamo notato una suddivisione del lavoro secondo un modello classico dei lavori tipicamente maschili ed altri tipicamente femminili. Non sempre deve essere così. Dei lavori pesanti in campagna me ne occupo io, mentre Brigitte cura l'orto. Personalmente quando mi libero da un certo lavoro vado in cucina ed aiutare mia moglie. Per me è una cosa normalissima pulire, spazzare, rassettare, ecc.

Quindi anche a livello decisionale è ovvio che chi ha la competenza e la responsabilità di una parte del lavoro comune abbia voce in capitolo, ma crediamo che l'importante è che nelle decisioni ci sia una linea comune. Se la nostra linea comune è quella di evitare gli sprechi, o di limitare i danni che rechiamo all'ambiente, se questa linea fondamentale ci accomuna, allora io so che Brigitte compra solo sementi biologiche, perché su questo punto non facciamo eccezioni, e lei sa che anch'io seguo questi criteri, senza eccezioni, soprattutto quando si tratta di alimenti. Noi abbiamo una quindicina di famiglie che comprano ciò che noi produciamo in eccedenza dopo aver soddisfatto i nostri bisogni: latticini, formaggi, verdure, cereali, carne, ecc, con la certezza assoluta che il nostro prodotto sia biologico. Con quello che ricaviamo paghiamo l'affitto della casa e del trattore ai monaci benedettini, le tasse, ecc.".

 

- Giovanni e Graziella - "Ogni coppia deve cercare il suo equilibrio, senza consigliare o imporre ricette precostituite. E' necessario partire da quello in cui si crede, dalle forti convinzioni comuni e poi escogitare insieme il modo più idoneo per metterle in pratica. Ogni coppia deve trovare la sua strada".

 

D6 - Qual è il ruolo svolto dal gioco nell'impostazione educativa nonviolenta?

 

- Josef e Brigitte - "Il gioco è molto importante. ll gioco è un'occasione per conoscere l'ambiente, le persone, di entrare in relazione con loro in modo creativo e rispettoso. Per questo aspetto noi siamo molto fortunati a vivere in un maso di montagna, perché così Elias avrà occasione di conoscere gli animali, l'ambiente e di istaurare un rapporto diretto con i nostri amici e i nostri ospiti. I nostri ospiti hanno una particolarità perché condividono con noi la casa, il cibo, hanno a disposizione tutto ciò che abbiamo noi, però condividono con noi anche il lavoro e questo Elias lo vedrà. Già da ora ci poniamo il problema dei giocattoli. I nostri parenti ed amici sanno che non abbiamo bisogno di giocattoli. Se però capita che qualcuno ci vuole regalare per forza un giocattolo questo deve essere in legno oppure in materiale biodegradabile e che quindi possa essere bruciato, o sotterrato oppure regalato a qualcun altro, insomma un giocattolo di qualità; giochi scadenti, di plastica non ne accettiamo. Fino ad ora i parenti gli amici hanno rispettato la nostra scelta. I giocattoli di Elias, attualmente, sono gli arnesi da cucina, un barattolo, un ortaggio, ecc. Non appena comincerà a camminare nella fattoria potrà avere a disposizione una miriade di giocattoli con i quali entrare in contatto creativo. Noi non gli daremo dei giochi preconfezionati con i quali l'unica creatività che gli resta è quella di distruggerli".

 

- Giovanni e Graziella - "Nelle comunità dell'Arca il gioco era importante, ma anche i canti, le danze, la preparazione delle feste, dove ognuno sviluppa la sua fantasia. E' importante che i bambini giochino non con giocattoli industriali dei quali si stancano dopo poco tempo, ma con giocattoli autocostruiti che stimolino la loro fantasia. I nostri figli hanno giocato per anni con delle cassette per la birra con cui costruivano dei castelli. Hanno giocato per tutta l'estate con una pietra, che la loro fantasia ha trasformato in un magnifico tesoro da nascondere".

 

- Giorgio e Nadah - "Non facciamo una grande distinzione fra il gioco e la vita. Adesso, con la casa famiglia, coi bambini in affido è entrato il concetto di gioco, come giocattolo, come un momento in cui io sto solo giocando. Con i nostri figli si faceva tutto insieme, la logica sottesa era: si va nell'orto, allora papà zappa, io faccio i buchetti, l'altro mette i piselli. E' un gioco! Anche per loro era un gioco. Adesso sanno seminare perfettamente. Poi si isolavano un attimo e se lo inventano loro con dei legni e oggetti vari... il gioco. Il giocattolo non è stata una cosa né chiesta, né sfruttata dai nostri figli. E' bello vivere con i bambini, anche perché conduciamo questa vita in campagna. Il lavoro, la mucca, mungerla, fare il formaggio, fare il pane; quando faccio il pane ognuno ha il suo compito. Questo è il loro gioco, è ciò che non è la scuola. Per loro qualsiasi cosa è gioco. E' una prova di ciò che sarà la vita che gestiranno da soli, adesso insieme a noi. Poi sono arrivati i bambini della casa famiglia ed è subentrato il concetto che questo è lavoro, questo è gioco. Prima spontaneamente non si era sviluppato questo concetto in casa nostra. Da quando ci sono i bambini in affidamento loro hanno apportato questo concetto e ogni tanto dobbiamo districarci un po', spiegare, perché loro hanno avuto degli input diversi. I loro genitori vanno al lavoro e lì faticano ed è brutto, e se possono mettersi in malattia o andare in ferie sono felici. Poi vengono a casa, il papà si sdraia sul divano davanti alla tv e lì sta bene. Loro hanno avuto questo di modello. Invece, noi non abbiamo dei momenti così diversi, a parte la domenica, che abbiamo scelto di non lavorare, e questo per rispettare la domenica, non perché gli altri giorni siano brutti".

 

D7 - Alcuni sostengono che una "sculacciata" sia necessaria o nde evitare di dover ricorrere a violenze più grandi. Le punizioni (fisiche e non) sono una soluzione ai problemi oppure li acuiscono?

 

- Josef e Brigitte - "Crediamo che se una sculacciata è molto ben meditata a volte si rende necessaria quando il bambino fa delle cose troppo pericolose per lui. E' un metodo per infondergli l'idea del pericolo, perché alcune cose le puoi rischiare una volta sola. Se Elias va a finire in certi posti qui nel maso dove rischia di non andarci una seconda volta, per esempio dietro le zampe posteriori del cavallo, allora una sculacciata è necessaria. Questa è l'unica giustificazione alle sculacciate che ci viene in mente".

 

- Giovanni e Graziella - "La politica delle punizioni deve essere gestita da ogni famiglia da sé. In merito le opinioni sono discordanti. Una sculacciata può assumere un carattere violento, ma può diventare anche nonviolenta. Dipende da come la faccio, da come la doso, da come riesco a controllare le mie reazioni. Il bambino ha bisogno di sapere che alcune cose si possono fare e certe altre non si possono fare".

 

- Giorgio e Nadah - "Una falsa cultura della nonviolenza è incapace di usare la forza sui bambini, la forza che serve per educarli a crescere.

Tutti i bambini hanno bisogno di contenimento. Il bambino nasce e si affida totalmente a te. Immagina questo bel puledrino libero in una grande prateria che è il mondo in cui tu l'hai messo. Questo bambino che vede il mondo così grande, lui così piccolo, potrebbe angosciarsi per tutto questo spazio che dovrà esplorare. Allora, se per esempio, gli fai una staccionata e sei tu questa staccionata intorno che lo contiene, da questa staccionata può vedere e poi ogni tanto apri il cancello ed insieme si va ad esplorare, un po' per volta questa staccionata si amplia.

Noi abbiamo amici che hanno bambini con grosse difficoltà di comportamento e non a caso sono persone del Movimento Nonviolento. Essi intendendono come educazione nonviolenta il lasciare questa libertà: "io sono qui a tua disposizione, tu vai dove vuoi". Il bambino non regge questa responsabilità. Tu puoi dire: 'io sono qui, ti aspetto, puoi andare fino lì e poi torni'. Abbiamo conosciuto gente che fino all'adolescenza sembrava avere un rapporto ottimo con il figlio, magari figlio unico. Poi si ribaltava la situazione in modi incredibili, anche drammatici. Ne abbiamo diversi di amici così. Allora il sentirsi troppo libero per il bambino può essere motivo di paura, di angoscia.

Ma se gli dico categoricamente no, divento violento? Alcuni genitori a volte nel dire no ad un bambino hanno paura di essere violenti. Il concetto è che quando c'è un abuso della forza da parte dell'adulto, questi approfitta di una sua posizione di vantaggio per risolvere i suoi problemi personali, per sfogare le sue ansie. Se la necessità invece è del bambino, e l'adulto non abusa della forza, il contenimento ha una valenza positiva. Molte volte può servire un no, una costrizione. Se è il caso, anche una sculacciata. Il bambino ha bisogno di sentire l'adulto forte. Quando una mamma mi ha parlato della sua esperienza diceva: 'io così non l'avevo mai visto, gridava, sbavava, lacrime, mi picchiava... a fatica l'ho rimesso in macchina e poi lì l'ho scosso e gli ho detto: 'ma cos'è che non va?'. In questo caso il bambino aveva bisogno di un maggiore contenimento perché gli era esplosa una valvola di tanti problemi. Se è la mamma che addirittura chiede al bambino che cosa sta succedendo, il bambino diventa ancora più disperato. Poi magari se ne può parlare, ma in quel momento tu, anche se non capisci niente, devi scegliere una posizione di forza, perché il tuo bambino ha bisogno di forza, perché lui non ce l'ha più, si è perso e allora ci vuole forza. A volte il genitore ha paura, a volte si sbaglia reagendo con irruenza, ma anche scegliendo di non reagire. Noi scegliamo in questi casi sempre l'attività, cioè una reazione, preferiamo sbagliare per eccesso di forza che per non sufficiente forza. E' una fatica per un genitore prendere sempre, in ogni situazione, una propria posizione; a volte è più comodo far finta di niente, anche perché siamo stanchi; però tutto sommato il nostro dovere, anche se magari non siamo sempre perfetti, ci chiama a dare una testimonianza di una nostra volontà di prendere posizione di fronte ai fatti dei bambini".

 

D8 - Qual è l'ambiente più idoneo per far crescere i figli secondo i principi della nonviolenza?

 

- Giovanni e Graziella - "La natura che ti offre la campagna, l'essere e sentirsi vicini alla campagna. In campagna rispetto alle città ci sono indubbiamente meno problemi".

 

- Giorgio e Nadah - "La famiglia che deve dare uno stile, indipendentemente dal fatto che viva in campagna o altrove. Siamo felicissimi di stare in campagna, per i bambini è una grande ricchezza, anche se poi da adolescenti brontolano perché sono un po' tagliati fuori, ma poi imparano a gestirsi i mezzi e quindi si muovono. L'importante è dargli la possibilità di farlo. Non tutti possono vivere in campagna, quindi la famiglia deve creare un ambiente. La proposta della vita in campagna, pur essendo l'ambiente ideale per una famiglia, non la si può fare dall'oggi al domani. Crediamo che una società possa ribaltarsi completamente da come si presenta oggi. Però a volte è necessario mediare un po'; perché quello che abbiamo constatato dalla nostra esperienza di relazioni in paese è che se parli troppo direttamente del tuo grande ideale la gente può rimanere spaventata, perché lo vede troppo lontano da se stessa; allora, a volte, cerchiamo di immaginare anche delle altre possibilità per chi, al momento, non sta già vivendo una situazione di questo genere, non ha fatto una scelta. Comunque noi crediamo che tutti possano vivere in campagna, crediamo che questa forma di vita sia proponibile su vasta scala. E' importante che l'uomo non si discosti mai troppo dalla natura. Noi abbiamo constatato che i bambini, nella prima fase della crescita, prediligono il contatto con la natura".

 

D9 - Come applicare all'educazione dei bambini l'idea gandhiana dell'imprescindibilità della verità? Bisogna sempre dire tutto ai bambini?

 

- Josef e Brigitte - "La concezione della verità di un bambino non corrisponde a quello che hanno gli adulti, che per verità intendono soltanto il dire con parole reali una cosa. Bisogna essere o nesti, ma, con attente valutazioni, non superare i limiti del sopportabile per il bambino.

Alcune cose devono anche maturare, allora, quando sono mature basterà loro solo un accenno. E' inutile dire delle cose quando i tempi del bambino non sono maturi. Mentire? Quello no! E' meglio dire: 'adesso non ti possiamo spiegare, lo faremo in seguito'".

 

- Giovanni e Graziella - "Rispondere a quello che i figli ti chiedono, anche se i nostri figli non hanno mai chiesto cose strane. Poi crediamo che per ogni età ci siano delle richieste e delle risposte da dare, una piccola dose di verità adattata ai bisogni del bambino. Ognuno di noi ha la sua verità, quindi ai nostri figli diciamo quello che a noi sembra la verità, una verità che è in continua evoluzione. Trasmettiamo quindi ai nostri figli la nostra verità relativa ben sapendo che questa è solo una scintilla di Dio che è in noi ed è il solo ad essere Verità assoluta".

 

- Giorgio e Nadah - "Nell'Arca si recita: 'a meno che prudenza carità o rispetto d'altri non ci obbligano a tacere'. In alcuni casi si può non dire tutta la verità perché, appunto, ci può essere un'impossibilità a capire. Se hai iniziato ad informare il bambino dalla nascita ad oggi delle cose non ti capiterà di dover dire una grossa verità di colpo. La verità della vita gli sarà svelata mano a mano. E' importante rispondere senza avere la pretesa di chissà quale risposta dare, con semplicità. Essere semplici, non voler dire niente di più di quello che ti hanno chiesto.

Perché a volte rischi di dire 'prendo l'occasione e spiego tutto'. A volte i bambini ti hanno fatto solo una domanda. Se vogliono l'approfondiscono rifacendola, sennò gli basta. La verità ad un bambino viene data man mano che la chiede. Intanto viene data con la testimonianza. Se tu cerchi di vivere una vita giusta nel rispetto della verità gli stai già dando un'informazione sulla verità. Quando ti fa una domanda basta rispondere con semplicità. Gli approfondimenti eventuali sarà il bambino a richiederli. A volte rischiamo di adultizzare i bambini".

 

D10 - Quali sono i valori che volete trasmettere ai figli attraverso il vostro lavoro?

 

- Josef e Brigitte - "Sono praticamente le motivazioni che hanno guidato le nostre scelte: il lavoro, la nonviolenza, la pace attraverso la giustizia, la tutela dell'ambiente naturale. E' un discorso di giustizia nei confronti dell'umanità che, attraverso le nostre scelte, andrà spiegato a nostro figlio. Più le scelte sono nette, chiare, evidenti ed anche semplici, più sarà facile trasmetterle ai figli. Ciò non significherà che nostro figlio infine le condividerà. Nostro figlio, però, dovrà condividere le scelte dei genitori finché vivrà in casa e chiederà certi servizi".

 

D11 - Come giudicare l'immagine ormai dominante di famiglia con entrambi i coniugi impegnati in un'attività lavorativa? Quanto secondo voi questa prassi largamente diffusa influisce sull'equilibrio psichico dei figli?

 

- Josef e Brigitte - "E' un problema se alcuni compiti educativi li devono assumere persone esterne, oppure se nei momenti importanti della vita del figlio i genitori non ci sono. E' molto difficile conciliare le esigenze della famiglia con le esigenze lavorative se i due genitori devono andare via di casa, perché i momenti decisivi, i momenti chiave nella vita dei figli non possono essere rimandati. Se tuo figlio vuole una risposta ad una sua domanda e la vuole ora, non puoi dirgli te la potrò dare solo alle nove di sera quando torno dal lavoro. Nel nostro caso, vivendo in campagna, non c'è questo rischio perché siamo entrambi più o meno a disposizione perché lavoriamo o in casa o nei campi circostanti".

 

- Giorgio e Nadah - "Per noi è assolutamente deleterea sennò non avremmo fatto della campagna una scelta così radicale. Viviamo in una condizione ottimale per certi ideali. E' possibile dare però anche delle chances a chi non arriva a fare una scelta così radicale. Io penso innanzitutto che quando lavorano tutti e due il motivo principale che viene addotto è 'perché sennò non ce la faremo'. Anche noi certe volte pensiamo di non farcela. Ma è proprio vero che non ce la si farebbe?

Oppure è questo modello sociale che ci sta convincendo? La società siamo noi. Si dovrebbe provare a mettere in crisi questo modello di società. Fare delle proposte alternative. Ad esempio, gruppi di famiglie che si uniscano in città, cioè abbiano una relazione di reciproco aiuto".

 

D12 - Che uso fate della tecnologia? In che misura la tecnologia moderna (es. lavatrice, frigorifero, computer...) entra nelle vostre case?

 

- Josef e Brigitte - "Cerchiamo il più possibile di evitare l'uso di motori a scoppio per un discorso di giustizia sociale e di tutela dell'ambiente. Se utilizziamo dei macchinari che sono prodotti a condizioni alle quali noi non saremmo disposti a lavorare, allora dobbiamo cercare di limitarne il loro uso. La nostra vita in campagna ci permette di ridurne abbastanza l'uso. La lavatrice ce l'abbiamo, ma l'automobile non ci serve. Il trattore lo abbiamo in affitto dai monaci, perché senza trattore non saremmo in grado di gestire l'azienda. Per altri aspetti la gestione della fattoria, rispetto ad altre aziende agricole, può essere considerata arretrata, se non addirittura medioevale. Sia l'attrezzatura che la qualità del lavoro sono diverse da quelle di un'azienda moderna. Per produrre i cereali facciamo tutto a mano: l'aratura col cavallo, la semina, la mietitura, la ventilazione. L'unica cosa che non facciamo a mano è la macinazione. Nel fienile lavoriamo senza macchinari.

 

- Giovanni e Graziella - "L'uso della tecnologia affonda le sue radici nel rifiuto del lavoro da parte dell'uomo. L'uomo furbo, l'uomo civile è quello che cerca di rifiutare il più possibile il comando di Dio: 'lavorerai col sudore della fronte. Quest'uomo cerca, per dirla con Shantidas (Lanza del Vasto), di 'sudare con il sudore della fronte del vicino'. Questa tecnologia nasce dallo sviluppo della civiltà basato sull'egoismo, cioè dalla necessità di coprirsi dal freddo presente per tutti anche con le coperte dei vicini. Siccome le coperte sono in numero limitato c'è chi starà al caldo, mentre un numero ben maggiore resterà scoperto, al freddo. La nonviolenza di Gandhi e di Lanza del Vasto ci insegna, invece, l'accettazione volontaria del lavoro come mezzo di conoscenza, possesso e dono. Da questo deriva come conseguenza diretta che noi utilizziamo mezzi tecnici alla portata di tutte le persone che vivono sulla terra e non solo della parte più avvantaggiata e ricca. Questi strumenti semplici costano poco, non richiedono sprechi di energie e non generano sfruttamento dei paesi poveri".

 

- Giorgio e Nadah - "Quindici anni fa vivevamo radicalmente. Il primo anno non avevamo neanche un soldo, in una casa che era una cascina senza servizi: acqua, luce, gas, niente. Abbiamo vissuto per un anno solo del lavoro delle nostre mani e ci siamo vestiti solo di quello che potevamo fare. E' stata un'esperienza forte verso l'autosufficienza, ma che è servita a maturare qualcos'altro dentro: la gratitudine, per esempio verso ogni minima cosa: un frutto, una mela matura che si è formata, è un dono! L'autosufficienza ti serve per confrontarti con una realtà più vera della vita.

Oggi siamo passati a quella che può essere definita una vita attenta ma ordinaria. Abbiamo la corrente elettrica che originariamente ci serviva per pompare l'acqua di un pozzo, poi abbiamo un'automobile nostra. Abbiamo un frigorifero che serve più per il latte e per i formaggi, abbiamo un televisore che usiamo con delle videocassette per l'evento cinematografico del sabato. Abbiamo la lavatrice senza la quale saremmo per ora perduti.

Nell'ambito produttivo agricolo siamo un po' più in fase di riscoperta di quella che è la possibilità di lavorare la terra senza strumenti sofisticati. Abbiamo sempre lavorato la terra con gli animali, solo che ultimamente eravamo stati presi da troppi impegni e quindi abbiamo dovuto anche delegare. Adesso stiamo riappropriandoci delle mansioni che abbiamo sempre svolto con il cavallo e con le mucche. Il discorso è che questo tipo di tecnologie richiede tutta una serie di documentazioni, di ricerche, di attenzioni maggiori e meno comode rispetto all'acquisto dei prodotti offerti dal commercio. Anche di fronte agli altri che quando capiscono che lavori con il cavallo ti danno del matto nonostante dimostri che stai lavorando meno di loro e guadagnando di più. Per quanto riguarda le tecnologie domestiche ci sono i famosi sogni nel cassetto che potrebbero riemergere. Fino a due anni fa noi abbiamo vissuto del lavoro della terra, per cui vendevamo i nostri prodotti. I primi tempi facevamo tutto qui in cucina; poi abbiamo dovuto costruire i laboratori a norma di legge, aprire la partita Iva, tenere la contabilità. Questo ci ha imposto dei ritmi di lavoro eccessivi, perché se prima vivevamo con 500-700 mila lire al mese, di colpo ci siamo trovati a fare mercati per 3 milioni al mese, di cui più della metà andavano alla la gestione di queste cose imposte e lavoravamo di più. Le tasse, l'ammortamento dei materiali. Ogni anno aumentavano le attrezzature che poi dovevamo mantenere e che oltretutto noi cercavamo di realizzare rispetto al nostro modo di credere.

La burocrazia impone di metterti in regola e non offre alternative. Per metterti in regola, se vuoi rimanere piccolo rischi di non farcela.

Adesso abbiamo deciso di mangiare quello che produciamo e quindi di produrre con più varietà e di farlo magari con i bambini ritrovando così un po' di tempo in più per stare con loro. In origine, quando andavamo ai mercati vendevamo anche il sapone, le creme, gli unguenti; cercavamo di fare tutto per la casa perché abbiamo delle risorse enormi intorno a noi, solo che non lo sappiamo. Ma siccome poi per ogni prodotto dovevamo avere un'autorizzazione li abbiamo dovuti selezionare. Le tecnologie hanno sminuito l'uomo, gli hanno tolto la fiducia in se stesso. Mia figlia ha raccontato a scuola che la crema per le scottature non la compriamo perché la facciamo noi. E gli hanno detto che è impossibile perché quelle cose le fa solo la farmacia. Tecla è rimasta un po' perplessa. Io le ho fatto notare che lei era fortunata perché i suoi amici sono così abituati a comprare la crema solo in farmacia che non lo sanno che la possono fare loro da soli. Metti che un giorno si scottano e la farmacia è chiusa, cosa fanno? Le ho detto. A volte a scuola quello che facciamo glielo fanno passare come una povertà: voi fate il pane fatto in casa. E' successo anche che i nostri figli siano stati considerati poveri e allora la maestra comprava loro la pizza perché erano poveri.

Allora la crema è stata un'occasione per spiegare che noi non la facciamo perché siamo poveri, anzi, siamo più ricchi perché in qualsiasi momento sappiamo come farci delle creme o delle medicine".

 

D13 - La nonviolenza può prescindere dallo stile di vita povero? Se no, come educare alla semplicità e povertà?

 

- Josef e Brigitte - "No, crediamo di no! Una delle qualità della scelta nonviolenta è la disponibilità a porsi dei limiti, anche se questi limiti vanno adattati alle esigenze di ognuno. Nella nostra società manca il senso del limite, e questo crea un'infinità di problemi ai nostri fratelli contemporanei. Sarebbe bello poter dire che di molte cose non abbiamo bisogno e dire con Madre Teresa di Calcutta: 'tutto ciò che non mi serve mi sarebbe solo di peso'. E questa non è neanche povertà, ma sobrietà, che consiste nel non farsi distrarre dalle cose. Si può tentare di andare contro la corrente delle mode e dopo un po' ci si accorge che questi bisogni indotti vengono a galla. Per esempio, l'automobile: noi non sapevamo venendo a vivere qui se potevamo abitarci tutto l'anno senza avere un'automobile. Abbiamo fatto la prova, essendo molto motivati a fare questo esperimento, questo è chiaro, ed abbiamo constatato che non ne abbiamo bisogno. Lo stesso discorso vale per la televisione: a volte sarebbe comoda, lo sarebbe anche il computer, ma sono talmente rare queste occasioni che preferiamo non accumulare i loro effetti negativi".

 

- Giovanni e Graziella - "Cominciamo col riconsiderare il concetto di povertà. A nostro avviso è povero chi è distante dal creato, chi non si rende conto delle bellezze della natura, del canto degli uccelli, del susseguirsi delle stagioni e di tutte le bellezze che ci circondano. Questa persona può essere anche ricca di denaro, può ricoprire anche posti di prestigio nella società, ma è povera di spiritualità e per tutto il tempo della sua vita serve il ruolo che è riuscito a ritagliarsi nella società. Noi siamo vicini all'insegnamento di Gandhi e di Lanza del Vasto che consiglia una povertà laboriosa, non questuante come quella dei francescani, bensì una povertà che vive di ciò che con il proprio lavoro può produrre in relazione a quello che la bocca o le altre esigenze possono richiedere. Chi è ricco di mezzi non può definirsi nonviolento perché quello che ha in più corrisponde esattamente a quello che manca agli altri. Due soli sono i sistemi per arricchirsi: sfruttare altre persone oppure avere degli antenati che li hanno sfruttati. Uno dei voti dell'Arca è quello della povertà".

 

- Giorgio e Nadah - "Diremmo di no. In occidente lo standard di vita cui siamo abituati è ben difficilmente sostenibile per tutto il pianeta".

 

- Pasqualina e Giovanni (Massafra) - "Noi pensiamo che la ricchezza sia di per se stessa una violenza. Se si accumula ricchezza si rischia di rimanere dipendenti dalla ricchezza stessa. La ricchezza va condivisa con chi versa in uno stato di bisogno. Il nostro discorso sulla povertà è relativo, perché la nostra povertà è diversa da quella di una famiglia africana. Per noi significa vivere con quel minimo di beni materiali sufficienti ad una vita dignitosa, soddisfacendo i bisogni essenziali.

Qualche volta si è portati a desiderare qualche cosa in più. Siamo abituati a non scindere la vita dai valori di riferimento. Dunque la povertà o la si vive nella quotidianità della vita oppure per noi, come ideale astratto, perde ogni importanza. Ed è per questo che sto cercando (Giovanni) di ridurre il mio impegno nella scuola per dedicarmi al mio lavoro artigianale come falegname. Mi sono accorto col tempo di essere diventato prigioniero del sistema scolastico. Una parte del mio tempo se ne va in cose che non hanno alcun riflesso con la mia vita, né alcuna incidenza sulla vita degli altri. Preferisco ritornare al mio vecchio lavoro artigianale, anche se è più incerto, ma che mi permette di soddisfare anche il mio spirito. E' chiaro che per far questo bisogna rinunziare a certe abitudini.

Per noi non è concepibile l'obiettivo di perseguire la ricchezza per poi utilizzare la ricchezza a fin di bene. E' un giro vizioso che rischia di farti rimanere intrappolato".

 

D14 - Per Gandhi nell'educazione non si deve separare il livello familiare da quello sociale. In che modo come genitori educate i vostri figli all'apertura agli altri, ai bisogni del prossimo e, attraverso essi, all'intera umanità?

 

- Josef e Brigitte - "Crediamo che i nostri figli, leggendo la nostra storia (non siamo mica figli di contadini) capiranno ben presto che le motivazioni che ci hanno indotto ad abitare qui sono generate dall'attenzione alle esigenze egli altri, dal rispetto per i bisogni di popoli lontani, con uno sguardo privilegiato ai poveri, ma anche al vicino di casa. Col tempo si renderanno conto che noi facciamo parte di alcune associazioni che si impegnano per la tutela dei diritti umani e dell'ambiente. Ogni tanto scendiamo a valle in autobus per partecipare agli incontri associativi. Abbiamo spesso ospiti, tirocinanti, le associazioni possono usufruire di casa nostra per fare degli incontri di uno o più giorni, spesso abbiamo con noi degli extracomunitari e chi vive con noi percepisce che la nostra famiglia è 'aperta' ai bisogni del prossimo. Però la nostra azione politica primaria è la nostra vita quotidiana. Chi non capisce le implicazioni politiche e sociali delle nostre scelte, non le comprende".

 

Comunità dell'Arca

 

D15 - Qual è (o è stato) il vostro ruolo all'interno dell'Arca?

 

- Josef e Brigitte (Val Venosta) - "Nessun ruolo. Alcuni membri dell'Arca sono stati qui, anche noi siamo andati nelle comunità dell'Arca in Francia per qualche tempo. Loro sanno che viviamo e lavoriamo in un certo modo, però non abbiamo un rapporto formalizzato con loro".

 

- Giovanni e Graziella (Alta Langa) - "Siamo Amici dell'Arca. Abbiamo dedicato una parte della nostra vita alla comunità dell'Arca, siamo contenti di averlo fatto".

 

- Giorgio e Nadah (Toffia) - "Siamo Alleati. Rinnoviamo ogni anno la promessa. In passato abbiamo vissuto in comunità. Siamo stati in tre comunità, sempre pensando di diventare compagni. Abbiamo fatto il noviziato, ma succedeva sempre qualcosa per cui, non per una scelta nostra, ma per circostanze esterne non siamo mai divenuti compagni. Noi siamo a Toffia perché convinti che ci ha portato qui il Signore per un disegno suo che non riusciamo a scorgere. Abbiamo provato tre volte ad andare via da Toffia. Abbiamo fatto anche un corso per andare in Africa come volontari ma, prima che partissimo l'Italia ha sospeso i fondi. Qualcosa ci respinge come un'onda verso Toffia. Attualmente nell'Arca è in corso una revisione del concetto di comunità. Dovete sapere che i compagni vivono strettamente in comunità. Il concetto di comunità che c'era nel dopoguerra, quello dell'ashram gandhiano, era tipico di quel periodo, ma c'è stata in cinquant'anni una tale evoluzione della società, per cui nascono nuovi tipi o modelli di esperienze comunitarie che non sono per forza la vita in quel modo. L'Arca rischia di chiudere di fatto, e quindi deve aggiornarsi, dare delle proposte al passo con i tempi".

 

- Pasqualina e Giovanni (Massafra) - "Nel momento in cui abbiamo chiuso l'esperienza della vita comunitaria, non abbiamo conservato nessun rapporto di tipo formale con l'Arca, pur continuando a condividerne i valori".

 

D16 - Come definireste l'Arca?

 

- Josef e Brigitte - "L'Arca per noi è un'esperienza di contrasto rispetto alla società, che è molto valida e ricca di spunti anche se, a nostro avviso, bisognosa di qualche aggiornamento. Noi abbiamo visitato tante comunità prima di fare questa scelta, anche in Francia, dove siamo rimasti alcuni mesi. Un problema nelle comunità dell'Arca francesi era la presenza di gente non del posto. A nostro avviso una testimonianza fatta nel posto in cui si vive fa più effetto sulla gente. Chi, fuori dal suo ambiente d'origine va a fare le scelte rigorose in capo al mondo, attutisce, in un ambiente a lui estraneo, l'attrito positivo, lo 'scandalo' veicolato dalla sua testimonianza. Qui da noi non resta che prenderci sul serio perché ci conoscono da una vita e in un certo senso le nostre scelte sono più 'provocatorie'".

 

- Giovanni e Graziella - "L'Arca è un Ordine gandhiano fondato su voti religiosi: servizio, lavoro, nonviolenza, obbedienza, purificazione, povertà, responsabilità. Quello che abbiamo apprezzato di più nell'Arca è la sua unità di vita. In città c'è la tua vita di famiglia, la tua famiglia precedente, il lavoro, gli amici, insomma una vita a comparti stagni. Nella comunità dell'Arca invece la tua vita di famiglia è in comunità, il tuo lavoro è lì, i coniugi stanno insieme, tutto va in una direzione e c'è unità di vita. Se guardiamo alla nostra esperienza passata nella comunità di Massafra pensiamo di aver vissuto una vita completa, che ci ha dato tantissimo e ci ha tolto anche tanto".

 

D17 - Qual è l'elemento che distingue l'Arca da og 


       


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• Sondrio.Gravedona: raccolti 35 quintali di lana grazie agli allevatori del Lario e del Ceresio
• Varese. Esordio per due nuovi assessori.





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