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 Welfare

04 Marzo, 2005
Quando lavoro vuol dire precariato
Bruno Milone: «Tale duttilità è pubblicizzata come moderna e progressista contro il conservatorismo di chi pretende ‘un posto fisso’.»

Il mondo del lavoro, sia nei Paesi ricchi, sia in quelli non sviluppati, è attraversato da processi di crescente frammentazione, che moltiplicano le forme di impiego e le figure contrattuali, riducono le tutele del Welfare e, infine, stabilizzano una struttura duale del mercato del lavoro tra coloro che hanno un contratto a tempo indeterminato e coloro che sono provvisori, flessibili e part-time, con scarse possibilità di vedere confermata la propria occupazione. Queste trasformazioni hanno creato una categoria di lavoratori forzatamente autonomi e a tempo determinato, di cui fanno parte soprattutto i giovani fino ai 30 anni, che i sociologi chiamano, data la durata della loro condizione, la “generazione precaria”. Secondo l’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) la caratteristica essenziale della loro situazione è l’alternanza di periodi di inattività con periodi in cui accettano qualsiasi lavoro proposto, indipendentemente dalla loro formazione e dalle loro aspettative, quindi anche in settori diversi da quello in cui i giovani hanno studiato e si sono specializzati. Tale duttilità è pubblicizzata come moderna e progressista contro il conservatorismo di chi pretende “un posto fisso”. Il Presidente della BCE (Banca Centrale Europea), Jean Claude Trichet, infatti, ritiene che “una maggiore flessibilità” sul mercato del lavoro serva a combattere “la disoccupazione di massa”. Così la BCE incoraggia i Parlamenti dei Paesi della zona euro a ricercare una maggiore “duttilità” nelle regole dei licenziamenti e delle assunzioni. Le economie, spiega Trichet, “che non sono in grado di cambiare rapidamente, che sono poco flessibili, sono gravemente penalizzate.
Al contrario, coloro che intendono conservare il diritto del lavoro acquisito contribuiscono, con la loro sclerosi, all’aumento della disoccupazione”.
La precarietà nel lavoro si trasforma in precarietà nella vita. Salari bassi e discontinui impediscono ai precari di raggiungere l’indipendenza economica necessaria per allontanarsi dalla famiglia e costruirne una propria.
L’importanza della famiglia
Il reddito o le pensioni dei genitori sono indispensabili per sostenere i consumi e mantenere un tenore di vita mediamente agiato. Se poi bisogna continuare a studiare o ad aggiornarsi nel settore di propria competenza, la famiglia è l’unica fonte di aiuto non potendo rivolgersi ad altre istituzioni per ottenere del credito. La nostra società si dichiara liberale e meritocratica, ma in realtà permette che abbiano ancora un peso determinante per il futuro degli individui la ricchezza e le relazioni familiari.
In tutti gli anni Sessanta, il tasso di disoccupazione nei Paesi occidentali si è mantenuto molto basso e si è rasentata in alcune aree la piena occupazione. Se non c’era lavoro le genti dell’Europa meridionale (Spagna, Grecia e Italia) erano disposte a trasferirsi in Inghilterra, Germania, Belgio e Francia. I salari, anche per la pressione delle organizzazioni sindacali, aumentavano tendenzialmente, mentre i figli del proletariato accedevano all’istruzione superiore grazie al potenziamento della scuola pubblica.

 

Potrete leggere la continuazione di questo intervento nel numero di giugno in edicola oppure chiedercela mediante e-mail al seguente indirizzo: redazione@viator.it

[vedi link in fondo pagina – red.]

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