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 Dal Mondo

04 Marzo, 2005
Beirut 2006
Enzo Mangini / carta.org: Non è la «solita» crisi mediorientale…

Non è la «solita» crisi mediorientale, quella che da una settimana sta strangolando Gaza. La cattura del caporale Shalit, la successiva reazione violenta di Israele, il fatalismo indifferente con cui il mondo ha brevemente dato mostra di un';indignazione quasi di maniera, hanno provocato finora 68 morti, in gran parte civili, nella Striscia di Gaza.

Il salto di qualità è arrivato sotto forma dei razzi katjusha, sparati sulla città israeliana di Shlomi e sulle postazioni dell’esercito israeliano nell’area delle Shebaa Farm, al confine con il Libano, dai guerriglieri di Hezbollah, il movimento di resistenza islamica libanese che ha costretto Israele a ritirarsi dal Libano del sud nel 2000, dopo diciotto anni di occupazione. Non è chiaro se sia stato un commando di Hezbollah a violare le difese militari israeliane nelle Shebaa Farm, l’ultimo lembo di territorio libanese ancora occupato, per catturare altri due soldati di T’sahal o se viceversa sia stato un commando israeliano ad essere intercettato da Hezbollah. Gli sconfinamenti, in quella zona all’incrocio tra Libano, Siria e Israele, sono frequenti, anche se quasi sempre incruenti. Quasi un rituale, il rituale della resistenza, il rituale della minaccia.

Israele, dimenticandosi della ritirata di sei anni fa, stavolta ha reagito entrando in Libano. Un carro armato è saltato su una mina. Altro fuoco, altri morti, sette soldati israeliani. Ehud Olmert, il primo ministro israeliano, sta dimostrando di essere davvero erede di Ariel Sharon, tanto nella strategia di costante demolizione delle già molto precarie strutture di autogoverno palestinesi, quanto nel «pallino del Libano». A poche ore dal botta e risposta sul confine, Olmert ha annunciato la mobilitazione di alcune migliaia di riservisti, da schierare lungo la frontiera con il Libano. Dan Halutz, capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, ha detto di essere pronto a «riportare indietro l’orologio libanese di venti anni». Beirut 1986. La fase terminale della guerra che segnò la fine di molti sogni per il futuro del Medio Oriente.

Israele considera il governo libanese responsabile dell’azione di Hezbollah, visto che Hezbollah ha un ministro in quel governo. È lo stesso assioma per cui il governo palestinese è responsabile delle azioni delle brigate Martiri di al Aqsa. Specularmente, Israele sarebbe responsabile per ogni azione dei coloni, oltre che del suo esercito. Come si vede, non c’è via d’uscita.

L’azione di Hezbollah è, a suo modo, un tentativo di rompere l’isolamento di Gaza. Il mondo non ha fatto nulla per evitare i raid e i bombardamenti degli ultimi giorni, forse farà ora qualcosa per evitare che la minaccia di Halutz diventi realtà. Se questo è il ragionamento dei guerriglieri libanesi, l’azzardo è davvero grande. Le conseguenze potenziali, immense.

Hezbollah sa provocare. L’Europa sa rispondere? E i cittadini europei? E noi? Sul confine tra Israele e Libano c’è una missione di osservatori dell’Onu. C’è anche un piccolo gruppo di elicotteristi italiani. In teoria, è una delle poche missioni militari che sarebbe il caso di finanziare e magari di rafforzare. In pratica, è il segnale del fallimento di qualsiasi ipotesi di legalità internazionale «rinforzata» dalla presenza dei caschi blu.

Proprio con l’intervento multinazionale in Libano si tenne a battesimo la stagione della polizia internazionale, ridotta oggi a «coalizione dei volenterosi».

Beirut è un terminale nervoso del mondo arabo, uno dei più sensibili. Beirut è in bilico.  


       Commentowww.carta.org


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