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 Attualità

04 Marzo, 2005
La Regione ostaggio di un generale ambizioso di A.Rizzo
Ma allora si candida? Non si candida?

La Regione ostaggio di un generale ambizioso

 

Ma allora si candida? Non si candida? Si candida ma opta per rimanere a Milano, oppure per andare a Roma, in prima fila nelle schiere di coloro che detengono il potere di voto nella stanza dei bottoni? Non sono interessato alle questioni private che attengono all’organizzazione di un trasloco di residenza di un uomo, molto lontano per cultura e per valori dal sottoscritto, ma il caso di Roberto Formigoni, attuale governatore lombardo diventa un caso politico e istituzionale senza precedenti: le sue incertezze e ambizioni rischiano veramente di generare un ulteriore periodo di stasi politica e di stallo consiliare, alla già inesistente attività del consiglio del Pirellone.

Il centrosinistra accusa giustamente il patron di Comunione e Liberazione di aver ostacolato con i suoi comportamenti, la sua smania di mantenere il potere, l’attività istituzionale, aderendo perfettamente all’espressione della classica frase la moglie ubriaca, cioè la guida della giunta, e la botte piena, ossia guidare una coalizione con tutte le forze possibili e inimmaginabili, contraddittorie al loro interno e tra loro medesime. Ricordate la crisi che si paventava all’alba dei primi giorni dell’attuale legislatura? Eravamo appena andati al rinnovo del Consiglio Regionale, con risultato dignitoso per L’Unione, una rimonta sul centrodestra totalmente superiore rispetto a quella precedente, dove si era catalizzato metà dei consensi rispetto alla Casa delle Libertà, e già si presentavano minacciose nuvole sull’orizzonte della Regione: le nuvole provenivano dalle Alpi, o meglio dalle Prealpi bergamasche, terra devota al secessionismo irriverente leghista, che con azioni folcloristiche aveva espresso la propria intenzione di imporre un proprio nome per l’assessorato alla sanità. Questo dipartimento, come sappiamo, era stato promesso da Formigoni alla sua referenza sociale e corporativa per antonomasia, Comunione e Liberazione: il braccio di ferro, però, ha fatto cadere sul tavolo il polso del regnante, perdonatemi governatore quasi eterno, per il terzo mandato alla guida della Lombardia, imponendo la destinazione di questo opulento assessorato alla Lega. Settimane passate senza convocare consigli, settimane passate senza convocare commissioni, settimane di paralisi dell’attività legislativa regionale, con ingenti danni all’attività regionale, perché al Pirellone l’uomo devoto doveva sciogliere la propria matassa creata da lui medesimo come ripicca per la non riuscita della presentazione della Lista del Presidente, da lui tanto agognata, ma osteggiata fortemente dalla Lega con la benedizione di Arcore, del re dei re.

Il governatore doveva essere ridimensionato, considerato alla pari degli altri suoi colleghi, molti dei quali, oggi, capifila delle opposizioni nei rispettivi propri vecchi feudi spodestati. Era pericolosa anche per lo stesso signor B. “la vergine lombarda”, da quanto si dichiara, non essendo interessato neppure all’attività intima del governatore attuale, perché poteva mettere in discussione la propria persona nel ruolo di unica e incontestabile figura di dominus eterno inter dispares, signorotto di un feudo con i propri ascari e fedeli servitori di diverso grado e livello. Formigoni poteva diventare in futuro un po’ come Giovanni per il Re Riccardo: il fratello di ventura che disarciona il proprio familiare alla prima opportunità. Un caso simile non è così lontano in Europa: lo troviamo in Baviera, dove Stoiber è riuscito da umile presidente di regione a imporsi come leader della CDU, iniziando la scalata verso Berlino e competendo con i propri colleghi di partito, mettendo questi ultimi in secondo piano rispetto al proprio “splendore” di politicante navigato e abile. Formigoni vuole imitare il proprio amico d’oltralpe e vuole ambire a ruoli più significativi e più influenti a livello nazionale. La sua intenzione è quella di oltrepassare il Rubicone e annientare i propri competitori, ponendosi come apparente uomo componente del centrodestra, ma autonomo nelle idee, nelle proposte e nel genoma genetico culturale e sociale. Si è sempre parlato di modello formigoniano: ossia il modello della cooperazione sociale del terzo settore come opportunità di business, di affarismo corporativo e consociativo, elargente alle varie associazioni amiche finanziamenti lauti, provenienti soprattutto dall’Europa per progetti di formazione professionale o collocamento lavorativo e impiegatizio. In Lombardia si è parlato sotto l’era formigoniana di sussidareità, ossia la totale delega delle istituzioni a soggetti terzi, magari o nlus o cooperative, privati di interessarsi e disporre a proprio piacimento di settori che dovrebbero essere competenza esclusiva delle prime: dalla sanità all’istruzione, dalla formazione al collocamento lavorativo e all’incontro tra domanda e offerta di lavoro. La solidarietà caritatevole del modello confessionalista lombardo è ormai patrimonio della figura politica di Formigoni, il quale si sente stretto in eterno esilio nella pianura padana senza possibilità di sbocco altrove, in quell’altrove dove le scelte politiche incidono a livello nazionale e internazionale. Le partite istituzionali a Roma sono molte, sono aperte e sono tutte molto accattivanti per chi ambisce a fare il salto di livello territoriale, ponendosi come autonoma figura, futuro costitutore di laboratori ancora poco specificati, ma abbastanza ipotizzabili: oggi vuole candidarsi al Senato, la “camera dei senex”, dei vecchi, qui si tratta vecchio in furbizia e in capacità di tessere le tele dell’eterno compromesso e delle eterne manovre tattichistiche. La volpe del Pirellone vuole ancora adottare la politica della moglie ubriaca e la botte piena: da una parte candidarsi per il Senato, in quanto alla Camera, dice il fedele figliolo, vi è la presenza di Berlusconi in tutti i collegi, e Giovanni d’Inghilterra non vuole porsi così evidentemente in antagonismo rispetto al proprio Re Riccardo di Arcore; dall’altra lasciare un proprio vassallo alla guida della Regione, considerando la Regione essere parte di un patrimonio privato lasciato dal de cuius tramite donazione o come un terreno feudale donato al proprio ascaro che si è distinto per fedeltà e per dedizione ampia verso il signorotto. Il dilemma schakesperiano rischia di diventare causa di una nuova, ulteriore e ultranea, paralisi istituzionale, proseguendo almeno per i prossimi quattro mesi. Dopo il 9 aprile il Re Giovanni del Pirellone deve decidere entro 3 mesi se optare per il Senato, in caso di elezione, e, quindi incominciare a pesare seriamente, o rimanere nel proprio possedimento terriero padano, cercando di finire il lungo dominio. L’Unione insorge giustamente e considera grave la mancanza totale di senso di responsabilità istituzionale del governatore e dei suoi alleati, dato che questo fatto determinerebbe un’impossibilità di governare la regione adempiendo alle responsabilità per le quali l’attuale consiglio e l’attuale giunta sono state rispettivamente elette e nominate. E’ una presa in giro per le elettrici e gli elettori che, invece di risposte alle questioni politiche quotidiane, si vedono private di una rappresentanza istituzionale regionale efficiente, al massimo che in passato lo fosse stata, in quanto il proprio governatore è indeciso se fare il salto oltre il Rubicone, o rimanere nelle terre natie. Il colloquio di oggi con il proprio Re Riccardo di Ardore dovrebbe analizzare il paradossale caso: da una parte Riccardo di Arcore ha compreso che Giovanni del Pirellone vuole ambire a ruoli prevalenti e rilevanti a livello nazionale, ponendosi, a sua volta, come primus inter dispares rispetto agli altri due colleghi governatori del Polo. A Roma si dovrà decidere dopo il 9 aprile la carica di Presidente del Senato, oppure della Camera, e si dovrà votare in Parlamento il prossimo Presidente della Repubblica: perché non pensare di fare baracche e burattini e trasferirsi addirittura e definitivamente al Colle. Sarebbe un grande colpo per Re Riccardo e ridimensionerebbe il proprio ruolo di dominus di una squadra di condottieri senza ruolo e senza titolo, componenti di una grande armata Brancaleone del centrodestra. La questione è aperta, ma la Regione rimane in stallo perpetuo per le smanie di potere assoluto del proprio regnante. Il quale, come un adolescente ambizioso, non vuole cedere senza avere conseguenze sul piano locale, ossia il ritorno logico alle urne e la possibilità di rimettere in discussione la vittoria, già ridimensionata, della maggioranza. Botte piena e moglie ubriaca: ossia andare a Roma come esponente nazionale in competizione autonoma rispetto alle altre tre punte, un po’ sfinite, del centrodestra, ambire a ruoli istituzionali rilevanti, tipico di chi ha giocato in trincea fino a oggi e adesso vuole richiedere l’onore al merito, ponendosi sul proprio giaccone le medagliette e le stelline da graduato passato di livello e di ruolo, e delegare un proprio sodale di guidare l’armata appostata nei campi militari del Pirellone, come in un castro preso sotto assedio dell’antica Roma, contro i possibili invasori e i possibili futuri vincitori della battaglia. Ma come si dice: la moglie piena e la botte ubriaca non è logicamente possibile: il termine “voglio” non esiste neanche nel giardino del Re.

 

Alessandro Rizzo

 

 

 


       


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