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 Politica

04 Marzo, 2005
L'analisi del voto di Enrico Boselli
Dal voto regionale è venuta una sconfitta clamorosa del centro destra che è incontestata ed incontestabile.

L'analisi del voto di Enrico Boselli

Dal voto regionale è venuta una sconfitta clamorosa del centro destra che è incontestata ed incontestabile. Si è trattato di qualche cosa di più di un disincanto rispetto alla leadership di Berlusconi che da tempo si è logorata e appare destinata, salvo sorprese oggi poco probabili, ad un inevitabile declino. Quello che c’e stato è un vero crollo di fiducia verso il governo attualmente in carica, in una dimensione che è stata persino superiore alle pur ottimistiche attese. Le mancate promesse hanno sicuramente provocato una caduta verticale di credibilità. Gli annunci mirabolanti di cose "detto e fatto", e che invece si sono rivelati pure illusioni pubblicitarie, non sono bastati ad arginare lo scontento e la delusione da tempo dilaganti. Ciò che ha colpito l’opinione pubblica sono soprattutto stati i clamorosi fallimenti sul piano economico. Non si può evocare continuamente l’avvento di un nuovo miracolo economico, come è stato fatto prima e dopo le elezioni, per poi dimostrarsi persino incapaci di gestire l’ordinaria amministrazione. Certo – e nessuno lo ha mai negato – l’Italia ha subito le conseguenze di un andamento negativo della congiuntura internazionale. E tuttavia il nostro Paese è riuscito a fare peggio degli altri paesi conquistandosi, come è stato detto, la maglia nera in Europa. Non c’è un dato riguardante l’Italia che sia positivo né sul piano della crescita, né su quello della competitività, né su quello della finanza pubblica. Ciò che si è fatto è un capolavoro alla rovescia: anno dopo anno la spesa corrente è rimasta senza controllo, senza che cittadini e imprese ne traessero alcun giovamento.

Alla fine si è arrivati a fare tagli che hanno penalizzato le autonomie locali e il Mezzogiorno. Gli sgravi fiscali a pioggia, che hanno avvantaggiato i redditi più alti, non hanno dato alcun impulso alla crescita, come era facile prevedere.

Bisognava, invece, come ha indicato il centro sinistra, alleggerire il peso degli o neri fiscali e previdenziali sulle imprese e sui lavoratori per dare un contributo al recupero di competitività internazionale. Ma non lo si è fatto.

Bisognava investire in innovazione, ricerca e informazione. Ma non lo si è fatto. La nuova frontiera, indicata dalla strategia europea di Lisbona, che punta a fare dell’Europa l’area nella quale maggiore è l’innovazione è scomparsa dall’orizzonte del governo. Il Paese è rimasto senza bussola, mentre il carovita è diventato uno spettro quotidiano. Di fronte alla perdita di potere di acquisto di salari e stipendi il governo è rimasto attonito, immobile. Non è stato in grado neppure di mettere in atto le misure che pure si proponeva, sempre a parole, di varare. Si poteva, infatti, condurre una più efficace azione antitrust, favorire le liberalizzazioni e agire severamente sul piano dei controlli e degli accertamenti fiscali per cercare di frenare l’aumento dei prezzi in settori, come i servizi e in particolare la rete distributiva, largamente al riparo dalla concorrenza internazionale.

Dopo quattro anni di governo Berlusconi tutti hanno avvertito, salvo i più ricchi, di stare peggio e senza più la speranza di migliorare. Ciò è stato esemplificato dicendo, e non a torto, che moltissime famiglie con bilanci sempre più assottigliati, non riescono più ad affrontare serenamente l’ultima settimana del mese. Con l’aggravante che sempre le famiglie, sono diventate l’unico ammortizzatore sociale per quei giovani che, facendo lavori precari e avendo redditi intermittenti, si trovano spesso a corto di quattrini. Certo, sarà duro e difficile risalire la china. Sarebbe un errore contrapporre ai miracoli evocati e mai realizzati da Berlusconi la possibilità di risolvere tutti e subito i gravi problemi aperti nel Paese con una bacchetta magica, magari agitata da un leader più competente ed affidabile, com’è Romano Prodi. Al contrario il centro sinistra deve offrire un’alternativa di governo credibile, parlando il linguaggio della verità al di fuori di qualsiasi demagogia alla Berlusconi. È questa la strada da seguire senza enfasi: il riformismo si deve presentare con le sue tradizionali caratteristiche di gradualità e di concretezza. Questo è il compito della Federazione dell’Ulivo che ha contribuito a realizzare un’unità del centro sinistra sempre più estesa e coesa.

L’unità è stata la carta vincente che ci ha consentito di arrivare ad una vittoria piena e incontestabile: vale la pena di dire che il risultato che è stato conseguito è stato un vero e proprio trionfo politico per tutti. L’elezione di Nichi Vendola in Puglia ha dimostrato, e non è cosa di poco conto, che Rifondazione Comunista non è un handicap per la nostra coalizione ma una risorsa dalla quale attingere per arrivare a sconfiggere il centro destra. Ha pagato la linea di Fausto Bertinotti che di Rifondazione Comunista vuol fare un partito radicale, libertario e di governo sempre più distante da una formazione comunista di tipo tradizionale. Anche questa novità è stata colta dalle elettrici e dagli elettori. Nell’Unione di centro sinistra la lista Uniti nell’Ulivo deve costituire sempre più il timone riformista che è indispensabile per assicurare stabilità e innovazione al governo che dovrà scaturire dalle elezioni politiche, se il centro sinistra si affermerà come dicono i pronostici.

In questa fase politica decisiva, lo SDI ha fatto in pieno la sua parte. I socialisti sono definitivamente usciti dal cono d’ombra nel quale per troppo tempo erano rimasti confinati. Lo hanno potuto fare perché non si sono limitati a valorizzare – come è giusto che sia – una grande storia ma sono anche diventati assieme ai DS alla Margherita e ai Repubblicani europei gli artefici di un progetto che è quello della costruzione in Italia, e per la prima volta, di una grande forza riformista. Ha pagato il lavoro fatto da tutti noi in anni difficili. L’elezione di Ottaviano Del Turco a presidente della regione Abruzzo, oltre a rappresentare un suo vero e proprio successo personale, ha mostrato visibilmente il nostro ruolo di primo piano nell’alleanza di centro sinistra. Come SDI dobbiamo tuttavia continuare a dare impulso al progetto della costruzione di un nuovo partito riformista che è la chiave di volta del rinnovamento italiano. Non dobbiamo però perdere mai di vista che il rafforzamento politico elettorale dello SDI, scaturito dal voto regionale, è fondamentale per far avanzare la prospettiva riformista. Dobbiamo riprendere anche le riflessioni critiche che all’avvio della campagna elettorale Roberto Villetti ha fatto, proprio sull’Avanti! della domenica, sul rischio che Uniti nell’Ulivo non si sviluppi verso la creazione di una nuova forza riformista ma, restando immobile, regredisca in una sorta di duopolio DS-Margherita. La mancata elezione di un consigliere regionale dello SDI in una regione importante come la Lombardia è a questo proposito un segnale d’allarme che non va sottovalutato, sia pure in un generale risultato per noi tutti positivo. Per questo motivo il processo federativo non va frenato ma accelerato. Dal voto deve svilupparsi una strategia sempre più coraggiosa. Occorre che si vada almeno alla creazione di gruppi consiliari regionali federati, dotati di un portavoce unico, sia dove si è realizzata la lista "Uniti nell’Ulivo", sia dove ci si è presentati con liste separate di partito, come massimo comune denominatore accettato da tutti. Noi daremo, per quanto ci sarà possibile, un contributo affinché si continui a percorrere questa strada con coerenza e con determinazione, senza inutili soste o peggio tentazioni di tornare indietro. Sarà di notevole rilievo il terreno progettuale con l’elaborazione del programma che avverrà contestualmente nella Federazione dell’Ulivo e nell’Unione.

Il programma del centro sinistra non potrà che essere presentato pochi mesi prima delle elezioni politiche poiché solo allora sapremo quali saranno le reali condizioni nelle quali il centro destra lascerà il nostro Paese, con particolare riferimento all’andamento dei conti pubblici. A questo scopo già oggi, per dare il nostro contributo, possiamo contare su un lavoro che si sta facendo e che è coordinato da Salvo Andò. Sul piano parlamentare i gruppi dello Sdi, guidati da Ugo Intini alla Camera e da Cesare Marini al Senato, stanno svolgendo un lavoro che a questo proposito è di grande utilità. Dobbiamo, quindi, saper operare su diversi fronti, da quello politico a quello programmatico. Lo SDI è più forte perché ha un progetto, come quello rivolto alla costruzione di una nuova forza riformista, mentre altri, che pure vengono dal Psi e dal Psdi e che si sono lanciati in diverse avventure, sono deboli e divisi perché non hanno alcuna prospettiva per l’avvenire, per non parlare di quelli che si sono collocati innaturalmente nel centro destra. È in questo contesto favorevole che vanno raccolti senza esitazione e con grande apertura tutti i compagni e le compagne che vogliono riprendere un cammino comune nella collocazione di sinistra che è stata sempre quella dei socialisti. Noi li accoglieremo a braccia aperte. Noi non abbiamo mai ammainato la bandiera dell’unità socialista. Siamo, però, da tempo convinti che questa unità non si realizza con un ritorno nostalgico al passato, ma attraverso la nostra capacità di rendere viva e vitale la secolare tradizione socialista in un progetto strategico che guardi al futuro. Con il voto si è aperta una pagina diversa e nuova per tutti noi come Sdi. Ora possiamo guardare con fiducia al lavoro che ci attende: contribuire al cambio di direzione politica del Paese, che non è affatto scontato dopo il voto regionale ma che, e possiamo dirlo dopo il voto regionale, è probabile e a portata di mano, a condizione però che riusciamo con una forte unità ad impegnarci come abbiamo fatto sino ad oggi e forse ancor meglio.

Dall'Avanti! della domenica del 10 aprile 2005

 


       


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