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 Dall'Europa

04 Marzo, 2005
austerity nei paesi dell'Unione Europea
Ci sarà una manifestazione a Bruxelles, in occasione del Consiglio dei ministri delle finanze europei e sono previste azioni a livello nazionale

Nota Europea sui piani di austerity nei paesi dell'Unione Europea e sulle rispettive reazioni sindacali
Mentre in Italia il governo ha previsto una manovra di “lacrime e sangue”, dopo aver negato per mesi l'esistenza stessa della crisi e la CGIL, da sola, si è mobilitata con lo sciopero generale del 25 giugno, in Europa si osservano numerosi piani di austerità e azioni sindacali che ne contestano i contenuti di ulteriore riduzione dei diritti e dello stato sociale.
La Confederazione Europea dei Sindacati, di fronte a questi attacchi “sincronizzati” di tutti o quasi i paesi membri dell'UE ai salari, alle pensioni e alla sicurezza sociale, ha indetto una giornata di mobilitazione europea per la giornata del 29 settembre. Ci sarà una manifestazione a Bruxelles, in occasione del Consiglio dei ministri delle finanze europei e sono previste azioni a livello nazionale per protestare contro misure che, secondo il movimento sindacale europeo, possono portare ad una recessione analoga a quella del 1931.
Per tale ragione riteniamo opportuno fornire una sintetica panoramica dei piani di austerity e di modifiche al diritto del lavoro decisi da alcuni governi dei paesi membri dell'Unione Europea e delle rispettive reazioni sindacali.

1. Romania.
In Romania, il 19 maggio 50mila manifestanti hanno risposto all'appello dei sindacati per protestare contro i corposi tagli decisi dal governo di centro-destra. Per ridurre il deficit al 6,8% le autorità romene hanno deciso numerosi provvedimenti: diminuzioni del 25% dei salari pubblici; del 15% delle pensioni; del 15% degli assegni famigliari; del 15% delle indennità di disoccupazione; una tassazione supplementare dei buoni mensa; tagli notevoli nei sussidi pubblici specialmente alle campagne; cancellazione di alcuni programmi a sfondo sociale; licenziamento di dipendenti pubblici; la chiusura di decine di scuole ed ospedali; il congelamento dei pensionamenti anticipati ed un giro di vite sulle pensioni di invalidità. Questi tagli sono stati posti dall'FMI come condizione per ricevere la prossima tranche del prestito di 20 miliardi di euro concordato. I sindacati chiedono di poter negoziare e al governo di applicare queste misure di austerity in un modo meno indiscriminato, differenziandone il peso sulla popolazione e senza colpire i pensionati e i redditi bassi.

Si sono tenute ulteriori azioni sindacali il 31 maggio e soprattutto il 15 giugno, in occasione di un voto di sfiducia nel quale il governo di centro-destra è sopravvissuto con un scarto di soli 8 voti (il risultato del voto di sfiducia è stato di 228 a favore e 197 contrari, quando per la caduta del governo ne erano necessari 236). In tale occasione i principali sindacati rumeni (BNS, Cartel Alfa, CNSLR-Fratia e CSDR, tutti affiliati alla CES) hanno manifestato fuori dal parlamento e una delegazione ha anche assistito al voto.

La caduta di un precedente governo, sempre guidato dall'attuale primo ministro Emil Boc, aveva determinato la sospensione dei prestiti da parte dell'FMI fino alla formazione di un nuovo esecutivo.

Le misure adottate, specialmente quelle riguardanti i tagli alle pensioni, sono accusate di incostituzionalità e la corte costituzionale rumena sarà chiamata ad esprimersi in proposito.

I tagli degli stipendi dei dipendenti pubblici non colpiscono tutti i lavoratori allo stesso modo: agli insegnanti, ad esempio, era stato promesso due anni fa un notevole aumento dello stipendio (era ed è tra i più bassi d'Europa) e oggi si vedono umiliati dalle ulteriori riduzioni decise, l'esercito invece, impegnato in Iraq e in Afghanistan, non vedrà ridurre il suo budget.

2. Spagna.
In Spagna il governo socialista di Zapatero ha annunciato un piano di austerity da 15 miliardi di euro con l'obiettivo di ridurre sensibilmente il deficit. Sono previsti una decurtazione del 5% dei salari dei dipendenti pubblici, l'eliminazione del bonus alle coppie per la nascita di un figlio, la soppressione dell'indicizzazione automatica delle pensioni all'inflazione, un taglio di 1,2 miliardi di euro ai finanziamenti alle regioni, un taglio di ben 600 milioni di euro agli aiuti allo sviluppo verso l'estero e perfino un budget ridotto per i medicinali forniti al sistema sanitario pubblico.

Resta il fatto che, da un punto di vista macroeconomico, il problema principale della Spagna è quello della disoccupazione, che raggiunge e supera il 20%, il doppio della media dell'Eurozona e queste misure non ne incentiveranno certamente una diminuzione.

Il sindacato spagnolo Comisiones Obreras (CCOO) ha giudicato i provvedimenti presi dal governo spagnolo come profondamente ingiusti perché concentrano il peso economico della manovra soltanto su pensionati e lavoratori. Non c'è traccia di un aumento delle tasse su determinati redditi, non ci sono soluzioni significative contro l'evasione fiscale né investimenti in settori specifici che possano stimolare la crescita. In effetti le misure decise sono economicamente controproduttive perché avranno l'effetto di determinare ancor più disoccupazione e meno entrate per lo Stato incentivando una spirale in cui debito pubblico e deficit aumentano ancora, ma in un paese sempre più povero.

CCOO si dice convinta che questo cambio di linea politica dei provvedimenti economici e sociali del governo spagnolo sia il frutto dell'imposizione di politiche neoliberiste da parte delle istituzioni europee e dell'FMI.

CCOO e l'altro sindacato spagnolo UGT hanno raggiunto l'accordo per mobilitarsi insieme contro il piano di austerity del governo Zapatero con vari appuntamenti che hanno avuto un passaggio importante nello sciopero generale della funzione pubblica dell'8 giugno.

Zapatero, dopo essere stato costretto a smentire voci circa un piano di aiuti europeo analogo a quello della Grecia, ha dichiarato che queste decisioni sono il risultato di una forte pressione da parte degli organismi internazionali e da parte dei mercati, ma l'FMI le ha giudicate insufficienti e ha “suggerito” una ulteriore liberalizzazione del mercato del lavoro, “indispensabile” per scaricarsi di dosso il peso del debito e del deficit.

Il governo spagnolo ha risposto predisponendo un piano di profonda riforma del mercato del lavoro, che prevede regole più morbide per assumere e licenziare i lavoratori (ricordiamo che la Spagna è già tra i paesi con i più alti tassi di precarietà), incoraggia la crescita del lavoro temporaneo e mette a rischio elementi essenziali della negoziazione collettiva incrementando significativamente il potere discrezionale dei datori di lavoro.

CCOO e UGT hanno reagito immediatamente chiamando i lavoratori allo sciopero generale per la giornata del 29 settembre che coincide, volutamente, con la giornata di mobilitazione a livello europeo promossa dalla CES contro i piani di austerity nei vari paesi.

Prima di tale data, CCOO e UGT promuoveranno raduni e dimostrazioni in tutte le regioni il 30 giugno e una manifestazione di massa si terrà a Madrid il 9 settembre.

"Il progetto di decreto che renderà più facile e meno costoso il licenziamento", ha detto il segretario generale della CCOO Toxo, "rafforzerà la dualità del mercato del lavoro stabile e temporaneo, indebolendo la contrattazione collettiva per rafforzare il potere discrezionale dei datori di lavoro”. Queste misure, inoltre, ritarderanno una ripresa dell'economia e faranno aumentare la disoccupazione. Resta forte la critica nei confronti del governo anche per la mancanza di un impegno contro l'evasione fiscale e l'economia informale e per l'atteggiamento assunto durante le negoziazioni, accondiscendente rispetto alle richieste dei padroni.

Anche ELA – il sindacato del paese basco, affiliato alla CES – ha indetto uno sciopero generale per il 29 giugno per protestare contro la riforma del diritto del lavoro del governo Zapatero.


3. Francia.
Nonostante ad alcuni sembrava che la Francia potesse essere uno dei pochi paesi a non adottare misure di austerity e tagli allo stato sociale, il governo Sarkozy non ha fatto ritardare più di tanto l'annuncio dell'innalzamento dell'età pensionabile da 60 a 62 anni da oggi al 2018 e della contribuzione dai 40 anni attuali a 42 anni. Il ministro del lavoro Eric Woerth ha dichiarato che “lavorare più a lungo è inevitabile. Tutti i nostri partner europei l'hanno già fatto e noi non possiamo evitarlo”.

Force Ouvriere ha tenuto una manifestazione il 15 giugno scorso a Parigi cui hanno partecipato circa 70mila persone e gli altri sindacati (SFDT, CGT, FSU, Solidaires, UNSA) hanno fatto un appello comune ad una nuova giornata di mobilitazione per il 24 giugno. I sindacati, accusando il governo di ignorare le loro proposte, sottolineano che l'innalzamento dell'età pensionabile a 62 anni è inaccettabile e ingiusta e colpisce specialmente i lavoratori che hanno incominciato a lavorare da più giovani e quelli con contratti più precari.

La CGT si sofferma su due elementi: da un parte afferma che il pensionamento, per un lavoratore, è un diritto e non una colpa e se esiste la possibilità di garantire per i lavoratori una vita da pensionati più lunga, tanto meglio; dall'altra parte insiste sulla necessità di affrontare la questione delle pensioni anche da un punto di vista del diritto del lavoro, dal tipo di contratti e di contribuzioni.

4. Regno Unito.
Anche il nuovo governo di coalizione britannico, nel tentativo di ridare fiducia ai mercati attraverso politiche di riduzione del debito, ha inizialmente messo in campo, oltre alla simbolica riduzione del 5% dei compensi dei ministri, la soppressione delle politiche di espansione della spesa (lanciate dal precedente governo), un forte ridimensionamento delle spese dei ministeri e una sospensione delle nuove assunzioni nel pubblico impiego.

Il premier conservatore Cameron, annunciando tagli per 7,5 miliardi di euro (la prima tranche di un piano più corposo), ha affermato che lo stile di vita inglese dovrà inevitabilmente essere messo in discussione.

Il governo ha dichiarato che, essendo la riduzione del deficit la priorità che il Regno Unito deve affrontare e risolvere, il bilancio deve subire tagli di circa il 10% di tutte le spese pubbliche pari a circa 60 miliardi di sterline (cifra destinata ad aumentare, secondo molti commentatori). Cameron afferma che i tagli sono inevitabili e saranno “giusti” e “progressivi” e che possono essere fatti senza ridurre i servizi, danneggiare l'economia o mettere in difficoltà i cittadini più deboli e vulnerabili.

Secondo il TUC, il sindacato britannico, ciò è semplicemente falso perché l'esperienza storica dimostra che questo tipo di tagli danneggia l'economia, il mondo del lavoro e colpisce esattamente i soggetti più vulnerabili della società. Brendan Barber, segretario generale del TUC, ha sottolineato, inoltre che queste notevoli riduzioni di spesa non sortiranno nemmeno l'effetto di rilanciare l'economia, perché andranno invece a colpirla, determinando un aumento della disoccupazione e una diminuzione del gettito fiscale generale e della domanda interna.

In breve, sempre a giudizio del TUC, il piano di tagli sembra essere più che un programma economico, un programma politico che ha il fine di ristrutturare lo Stato, limitandone l'intervento a favore dei più poveri, ma anche ridimensionando fortemente i servizi dai quali il ceto medio britannico dipende.

L'alternativa proposta dal sindacato britannico prevede l'abbandono dei tagli previsti e della scadenza restrittiva del 2014 per il dimezzamento del deficit, un forte impegno per la crescita, un aumento delle tasse per i ricchi, l'introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie e una lotta all'evasione fiscale più efficace.

5. Portogallo.
Anche in Portogallo, il governo del socialista Socrates ha approvato un pacchetto di misure che include, tra le altre cose, un taglio del 5% dei salari dei quadri pubblici e dei politici, un blocco delle assunzioni nel pubblico, ma allo stesso tempo un incremento dell'IVA anche sui beni di sussistenza, delle tasse sui redditi (anche bassi) e sui profitti. Una ricetta parzialmente diversa che include anche un aumento delle tasse e che, secondo il premier portoghese, dovrebbe scongiurare una recessione causata da un calo della domanda.

Il sindacato portoghese CGTP-IN ha valutato attentamente il piano di sacrifici proposto dall'esecutivo portoghese e lo ha giudicato il risultato di scelte politiche prive di una strategia coerente di sviluppo, che aggrava perfino le ragioni di squilibrio sociale che hanno contribuito all'origine della crisi. La crescita delle diseguaglianze sociali, la riduzione degli investimenti pubblici, l'indebolimento dei diritti dei cittadini alla salute, all'educazione e alla sicurezza sociale e l'aumento delle privatizzazioni non faranno altro che peggiorare le condizioni di vita della grande maggioranza della popolazione. Senza sottovalutare l'importanza, per uno Stato, di avere i conti pubblici in ordine, la CGTP-IN ha proposto una serie di soluzioni alternative che puntano a rivedere i criteri del patto di stabilità e crescita, combattere il lavoro nero, la corruzione e l'evasione fiscale, dare una adeguata priorità alle politiche sociali e alle politiche salariali in modo da incentivare l'economia domestica, assicurare l'accesso e la qualità dei servizi pubblici e soprattutto applicare una tassa sui profitti da capitale e da fondi di investimento, introdurre una tassa sui dividendi e tassare i grandi redditi.

Per sostenere tutte queste proposte e contrastare il piano del governo la sola CGTP ha tenuto una grande manifestazione il 29 maggio a Lisbona cui hanno partecipato 300mila persone, una cifra record per il Portogallo democratico.

La CGTP afferma che anche gli aumenti delle tasse annunciati saranno a discapito dei lavoratori e dei redditi bassi perché si tratterà di aumenti delle tasse sui salari, sull'IVA e aumenti dei costi dei trasporti. Per dare continuità alla protesta contro il piano del governo che porterà un aumento della disoccupazione, dei contratti di lavoro precari, dei tagli ai salari, la chiusura di scuole e di altri servizi pubblici indispensabili per la popolazione, la CGTP ha indetto una “giornata nazionale di lotta e protesta” per l'8 luglio che comporterà diverse azioni sindacali nelle diverse città e nei luoghi di lavoro.

6. Germania.
Il governo tedesco, dopo aver dichiarato di avere pronto anche per la Germania un piano di austerità che avrebbe dovuto comportare un risparmio di dieci miliardi di euro annui fino al 2016, ha già rettificato questa stima al rialzo affermando che il risparmio dovrà essere di 81 miliardi entro il 2014 (il che equivale alla cifra di ben 20 miliardi all'anno). Sarà una manovra che colpirà ferocemente lo stato sociale, ad esempio attraverso la soppressione del cosiddetto assegno per il “congedo parentale”, contributo economico che viene erogato al genitore in aspettativa dopo la nascita di un figlio e il licenziamento di 10mila dipendenti pubblici. Nonostante i dettagli del piano non siano ancora stati resi pubblici, la Merkel ha dichiarato che si tratterà di misure “gravose, difficili e necessarie” per il futuro della nostra moneta (l'euro) e del nostro paese.

Il DGB (confederazione dei sindacati tedeschi) accusa il governo di aver mostrato il suo vero volto dopo le recenti elezioni del land del Nord Reno-Westfalia e di prepararsi a colpire in particolare i disoccupati, i lavoratori precari e le famiglie tedesche che spendono il loro denaro interamente nel mercato domestico. Le decisioni in risposta alla crisi dovrebbero, sempre secondo il DGB, rafforzare la coesione sociale e assicurare la crescita e l'occupazione di qualità. Micheal Sommer - segretario generale DGB - ha sottolineato che anche dal punto di vista della tassazione non vi è traccia, nei primi documenti che sono circolati, di ragionevoli aumenti della tassazione sui ricchi. I provvedimenti non faranno altro che indebolire la domanda interna, aumentare la disoccupazione e c'è un forte rischio che anche le esportazioni, elemento fondamentale dell'economia tedesca, subiscano ripercussioni negative.

7. Grecia, Paesi Bassi, Ungheria.
In Grecia i sindacati del settore pubblico (Adedy) e privato (Gsee) hanno indetto un nuovo sciopero generale per il 29 giugno contro la riforma delle pensioni, già annunciata e definita con l'UE e l'FMI. Si tratta del quinto dall'inizio della crisi.

Nei Paesi Bassi, nonostante siano ancora in corso le consultazioni per determinare la nuova coalizione di governo, il partito che ha vinto le recenti elezioni (Partito liberale - Vvd) ha annunciato che anche la spesa pubblica del paese dei mulini a vento dovrà subire un forte ridimensionamento.

In Ungheria, il nuovo governo di destra, nonostante in campagna elettorale uno dei punti fondamentali del suo programma fosse stata la riduzione del peso delle misure imposte dall'FMI e approvate dal precedente governo di centro-sinistra, ha annunciato ulteriori tagli per 120 miliardi di fiorini.

Se si osservano le soluzioni proposte nei vari Stati, indipendentemente dal colore politico degli esecutivi, si intuisce come sia in atto in Europa una vera e propria ristrutturazione generalizzata del ruolo e del peso dello Stato nella società, nel mondo del lavoro e nei servizi. Uno dei pochi attori sociali che, in maniera altrettanto generalizzata, pare opporsi fermamente a tale progetto è il sindacato, che ha anche l'occasione di dimostrare la propria autonomia.

Andrea Albertazzi
fonte: Cgi Nazionale


28/06/2010

 


       


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