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 Cultura

04 Marzo, 2005
La Fondazione Arnaldo Pomodoro ha presentato il volume " Lo sboom"
L'incontro si è svolto presso la Fondazione Pomodoro di Milano il 19 novembre u.s.

La  Fondazione Arnaldo Pomodoro ha  presentato il volume
 "Lo sboom. Il decennio del'arte pazza tra crisi finanziaria e flop concettuale" di Adriana Polveroni, Artkey vi propone l'intervista all'autrice, a cura di Catterina Seia, pubblicata sul numero 12 di ARTKEY novembre dicembre, attualmente in distribuzione.
L'incontro si è svolto presso la  Fondazione Pomodoro di Milano il 19 novembre u.s.   con Angela Vettese, Albero Garutti, Massimo Di Carlo e Pierluigi Sacco.
Un nuovo incontro: Adriana Polveroni, giornalista, autrice di saggi e critica d’arte, segue gli appuntamenti l’economista Pier Luigi Sacco, il Maestro Michelangelo Pistoletto, l’educatrice Anna Pironti.
Guardare oltre Lo sboom
Un nuovo libro di Adriana Polveroni ci porta a riflettere sulla
genesi dell’ultimo anno che ha segnato il mondo economico e tocca
ogni ambito della vita sociale, quindi anche l’arte e segnatamente
l’arte del presente. Come ci dice Sacco nella sua post-fazione, la
carenza endemica di risorse finanziarie ha portato gli investitori a
rivedere i propri programmi, ma nel contempo ci evidenzia che tutto
ciò che gravita intorno a questo mondo non ha mai goduto di un così
alto potere comunicativo. Lo sboom segue un boom determinato dalla
“culturalizzazione” dell’economia, il fenomeno che caratterizza
il nostro tempo e associa in modo crescente i contenuti culturali ai
processi di formazione della catena del valore economico. L’arte
contemporanea, che è legata al cambiamento sociale, è una delle
arene più vitali nella produzione di “cellule di senso”. Ci
troviamo quindi di fronte a una divaricazione tra i flussi economici
disponibili e le percezioni sociali, che mantiene elevata
l’attenzione. La coraggiosa ricerca ci pone con lucidità di fronte
alla vacuità, al masscult, a una domanda a forte carattere
speculativo, al ripensamento del ruolo dei musei, all’acquisto
dell’autore piuttosto dell’opera, a una fragilità di valori prima
che di sistema, a una “veduta corta” che secondo l’economista
Padoa Schioppa ha causato il crollo della piramide rovesciata,
all’affanno continuo verso something new, al proliferare degli
eventi, delle mostre e molto altro. Nel contempo ci invita a uscire
dalla lamentatio per un “Che fare”, davvero, che metta in moto
“il cono di potenza” di ogni attore, per un ridisegno del futuro:
troviamo termini come co-museum, content sharing… Ci dice come la
società abbia necessità, proprio nella crisi, del pensiero
dell’artista, che con lo scambio simbolico mette in campo energie,
costruisce narrazioni, edifica un mondo identitario nel quale
riconoscere e riconoscersi, in cui si riflettono le molte e diverse
dimensioni del nostro vivere: di un’artista libero. Soprattutto ci
ricorda con l’economista Amartya Sen, che il futuro sta nello
sviluppo del potenziale umano, in quelle capabilities, che
l’irrinunciabile esperienza dell’arte è in grado di attivare.

 Catterina Seia UniCredit & Art

 Catterina Seia: Hai scelto un titolo sensazionalistico per il tuo
nuovo libro. Quali le ragioni, gli obiettivi che, proprio ora, ti
spingono su questo terreno, passando dal commento dell’evento a
un’indagine, una ricerca ampia e internazionale, con informazioni
circostanziate, che va oltre la superficie? Cosa intendi per
“sboom”?

 Adriana Polveroni: Vorrei chiarire anzitutto che non è un fatto di
mercato, che questo mondo dove si è registrato lo sgonfiamento di
alcune quotazioni lievitate in maniera parossistica negli ultimi anni,
è solo una lente attraverso la quale osservare un momento più
generale di declino dell’arte e che ha a che fare con la sua perdita
o, per non essere troppo pessimisti, con la marginalizzazione di un
pensiero critico. In breve, la riduzione di qualche zero registrata
dal mercato dell’arte, fatto non preoccupante, visto che rientra
nelle oscillazioni fisiologiche di qualunque mercato, ha rivelato la
mancanza del senso. C.S: Estendi il concetto di sboom su tutti gli
aspetti: dalla produzione, alla distribuzione, dal mercato ai musei,
di cui ti sei occupata con la tua precedente pubblicazione “This is
contemporary!”: musei come luoghi di esperienza autentica, spazi
critici di elaborazione, spazi della complessità, elementi di traino
per lo sviluppo della comunità. Aiutaci a comprendere perché, a tuo
avviso, i musei avrebbero fatto “sboom”. A.P: Qui a “sboomare”
è una certa idea ipertrofica del museo: la grande architettura
firmata, la macchina delle meraviglie che deve incantare per se
stessa, al di là di quello che ospita al suo interno, al di là
dell’arte quindi. Penso che oggi questo modello abbia fatto il suo
tempo, anche se è vero che mantiene una grande capacità attrattiva,
ma soprattutto di ordine turistico e che è una macchina che
contribuisce alla rivalutazione del suolo immobiliare, di esempi ce ne
sono ormai moltissimi, dalla Tate Modern al Guggenheim di Bilbao. È
altrettanto vero che è difficile tracciare una netta linea di
demarcazione tra turismo e cultura e che la produzione di economia non
è un fenomeno di per sé criticabile, ma penso che sia il momento di
tornare a occuparci dell’arte, soprattutto della sua importanza per
la nostra vita, sia per la definizione di griglie concettuali che in
termini di esperienza. Mi colpisce il fatto che improvvisamente si
torni a parlare da più parti della necessità della cultura,
rispolverando questa parola che sembrava desueta e a indicare nella
sua latitanza una delle ragioni del momento non propriamente felice
che stiamo vivendo, specie in Italia. Allora anche al museo occorre
chiedere altro: meno intrattenimento e più senso, meno stupore
architettonico e più arte. Che nel caso della contemporaneità non
significa tanto conservazione di opere ma produzione di pensiero
critico. >>>

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