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 Politica

04 Marzo, 2005
La logica di Karimov
«A sentire gli scarni resoconti dei telegiornali italiani e a leggere le risicate cronache dei giornali … , in Uzbekistan siamo alle solite…»

Di Enzo Mangini. A sentire gli scarni resoconti dei telegiornali italiani e a leggere le risicate cronache dei giornali [fa eccezione, come sempre, Renzo Guolo su Repubblica], in Uzbekistan siamo alle solite. Un qualche gruppo di non meglio identificati "estremisti islamici" ha dato l'assalto agli uffici governativi della città di Andijan per liberare alcuni "terroristi" detenuti nella prigione locale. L'esercito è intervenuto, ha sparato e ha ucciso un numero imprecisato di persone: trenta secondo il governo uzbeko, almeno 500 secondo le organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani. Migliaia di profughi si stanno dirigendo verso il Kirghizistan, dove sono stati allestiti dei campi d'emergenza. L'Uzbekistan è sigillato, i giornalisti non possono arrivare ad Andijan. Sono fortunati se riescono ad arrivare a Tashkent, la capitale di questo stato di 26 milioni di abitanti, la più popolosa delle ex repubbliche sovietiche dell'Asia centrale.

Andijan si trova nella valle di Fergana, uno dei crocevia storici dell'Asia centrale e cuore della peculiare cultura islamica di quella parte del mondo. La valle di Fergana attraversa l'incrocio tra le frontiere di Uzbekistan e Kirghizistan, in un punto in cui anche il Tagikistan è vicinissimo. Dal crollo dell'Urss è uno dei crogiuoli dove le varie anime dell'Islam politico contemporaneo si sono mescolate, confuse, e arricchite con rivendicazioni legate alla sorte politica di questa regione del mondo. Islam Karimov governa l'Uzbekistan dal 1991, con metodi che definire autoritari è dire molto poco. La repressione dell'opposizione è sempre stata feroce e totale e basta leggere un qualsiasi rapporto di Amnesty international o di Human rights watch per farsene un'idea. Dal 2001, però, Karimov ha potuto giocare la carta della posizione strategica dell'Uzbekistan, aprendo il paese ai militari statunitensi proiettati verso l'Afghanistan (e, secondo alcuni analisti verso la Cina). L'opposizione, però, è cresciuta. Al "militare" Movimento islamico uzbeko, legato ai talebani e alle reti wahabite di bin Laden, si è progressivamente sostituito Hizb ut-Tahreer, un partito politico islamista che però ha scelto la via della penetrazione sociale dal basso, senza connotazioni militari. Il suo obiettivo di lungo periodo è la rinascita del Califfato in Asia centrale, con centro la valle di Fergana; l'obiettivo immediato è cacciare Karimov, un despota che mescola nazionalismo uzbeko, richiami alla tradizione e un culto della personalità grottescamente staliniano.

Karimov gode dell'appoggio della Casa bianca e di Putin (che ha liquidato la rivolta di Andijan come una questione interna uzbeka) e ha avuto buon gioco nel presentare gli insorti di Andijan come "estremisti islamici", etichetta che annulla ogni capacità di analisi e seppellisce sotto la propria ipocrisia ogni discorso sulla democratizzazione del mondo musulmano fatto dagli Stati uniti e dai loro ossequiosi alleati.

Ad Andijan vige la pace dei cimiteri, ma la rivolta si è estesa anche a Korasuv, ad est di Andijan, verso il Kirghizistan. Lì le truppe governative sono state cacciate e gli abitanti si starebbero organizzando per decidere come gestire la città, che si affaccia su due ponti che attraversano la frontiera. Gli insorti di Andijan gridavano "giustizia e democrazia", quelli di Koeasuv anche ed entrambe le città accusano Karimov di essere il responsabile della disastrosa situazione economica del paese. Queste rivendicazioni passano attraverso il filtro della religione, e ciò basta a nascondere agli occhi dell'occidente la loro portata. È un limite inscritto nella rappresentazione del mondo costruita dopo l'11 settembre. Ne beneficiano tutti gli screditati regimi autoritari che dal Marocco all'Uzbekistan, passando per Tunisia, Arabia saudita e Pakistan continuano a tenere prigionieri i propri popoli. Ne beneficiano i venditori di paura che da Washington a Roma, da Londra a Mosca hanno deformato il senso della "democrazia" fino a rovesciarla nel suo opposto e pretendere che possa essere esportata con i carri armati. I soldati uzbeki che sparano sulla folla sono il paradosso che svela la logica zoppa di tutto il ragionamento che parte da Bush e arriva fino a Massimo D'Alema.

 


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