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 Politica

04 Marzo, 2005
Ricordare un attentato che pose sotto attacco la "polis" democratica
Piazza della Loggia: la strategia del terrore insanguina la partecipazione sociale e civile

Ricordare un attentato che pose sotto attacco la "polis" democratica

 

Volevo dedicare questo mio intervento al ricordo di una ricorrenza che si celebrerà il prossimo 28 maggio: una ricorrenza triste, drammatica, una ricorrenza di un fatto che ha insanguinato l'Italia, il Paese, la democrazia, la nostra Repubblica fondata sulla Costituzione, il patrimonio culturale antifascista del nostro Paese, la cui identità democratica è nata dalla Resistenza contro l'oppressione nazifascista.

Il 28 maggio 1974 a Brescia, in Piazza della Loggia scoppiò una bomba che provocò morti e feriti: un grosso boato, le urla, il sangue, l'invito del sindacalista che teneva il comizio a non disperdersi e a non farsi abbandonare al panico. L'attentato avvenne proprio nel corso di un comizio sindacale operaio in Piazza: fu un attentato diverso dagli altri attentati terroristici che sconvolsero il Paese nel corso degli anni, dal 1969 al 1987 circa. Gli attentati hanno avuto come riferimento o figure eminenti del mondo istituzionale, da Rumor a Moro a Ruffini, oppure erano architettati per apporre terrore nelle fila dei cittadini, detonando ordigni e mietendo vittime innocenti in una Banca, oppure davanti alla questura, oppure su un treno, su un aereo. Il terrore era finalizzato a minacciare la popolazione e a intimargli che il pericolo per la propria vita era presente ovunque, in ogni luogo e l'insicurezza poneva un clima di totale sconvolgimento psico-sociale e degli equilibri personali, creando una situazione di incertezza e di impotenza nel programmare liberamente e autonomamente la propria vita, la propria mobilità, le proprie relazioni interpersonali.

L'attentato di Piazza della Loggia apponeva un elemento in più al misfatto terroristico e al crimine della follia omicida: attaccava la folla unita per rivendicare i propri diritti, le proprie istanze sociali, la propria emancipazione. Era quello del 28 maggio 1974 un momento di forte partecipazione democratica e popolare a un evento che univa i lavoratori in una rimostranza di classe rivolta a liberare le coscienze e a sottoporre politiche di rivendicazione salariale. Il terrore ha sconvolto questo momento per testimoniare l'assolua opposizione a qualsiasi progresso sociale che vedesse nella partecipazione politica e nell'organizzazione collettiva i canali per apportare una democrazia reale e sostanziale in uno stato totalmente arenato e messo in ostaggio da un'ondata di crimini e di atti eversivi. La dimensione della famiglia, dell'ambito quotidiano personale, individuale, della cosidetta "oikos" lasciava il posto a un'altra vittima della furia terroristica: la dimensione della polis, dell'agorà, ossia di quella dimensione che viene considerata da Hannah Arendt in "Vita activa" come alta dimensione sociale e collettiva di forte unità all'insegna del cambiamento sociale e politico.

Il terrore colpiva il momento aggregativo dove l'uomo diventa uomo, dove il cittadino non delega qualcuno per rappresentarlo, ma diventa lui stesso protagonista attivo delle battaglie sociali e delle battaglie che possano apportare un miglioramento delle proprie condizioni vitali ed esistenziali, nel contesto generale e universale sociale e collettivo.

Il 28 maggio in quella mattinata primaverile c'erano molte persone, molti cittadini, molti lavoratori in Piazza della Loggia: c'era anche un'insegnante di un liceo, Giulietta Banzi, il cui ricordo è sintetizzato nelle parole di un suo collega il quale considera Giulietta una lavoratrice che come tante altre lavoratrici e altri lavoratori si impegnavano a considerare la manifestazione come tassello appartenente al lungo percorso dei proletari verso il raggiungimento dell'emancipazione di classe a livello internazionale. Questo percorso fu tristemente insanguinato e violentemente fermato da un vile attentato terroristico di matrice neofascista, con la complicità di apparati segreti e militari dello stato.

Dico questo in quanto subito dopo la strage i pompieri con gli idranti spazzarono via ogni "resto" tragico dell'efferato reato, eliminando, così, ogni possibile riferimento reale e visibile funzionale all'approvigionamento di prove testimoniali utili a reperire gli elementi concreti per risolvere il grave caso, offesa per la democrazia, e reprire in fase processuale e istruttoria i colpevoli e i mandanti dell'indimenticabile atto eversivo.

Tutto questo sembrò preordinato e conseguenziale al risultato attuale del dibattimento procedimentale nei riguardi del grave attentato: le varie istanze del procedimento hanno rilevato che non c'è nessun colpevole del grave attentato. Oggi si cerca di reperire altri capi di accusa ma, più il tempo scorre maggiore è la probabilità che l'esisto finale del procedimento risulti risolto con sentenza non di condanna degli efferati attentatori e dei veri responsabili del grave atto.

L'oblio, l'assenza della memoria storica continuativa, la mancanza di un ricordo condiviso, collettivo, creano gli elementi che non sono disponibili a risolvere questo grave fatto e che non possono garantire giustizia non solo per i familiari delle vittime e per l'onore delle vittime medesime ma, anche e perdipiù, per la collettività, la comunità italiana, ossia il sostrato democratico del nostro Paese e della resistenza dell'ordinamento sociale e di diritto repubblicano.

Il vulnus che si aprirebbe sarebbe un ulteriore vulnus nella storia di questa nostra repubblica, oggi offesa da un revisionismo revanscista e da una mancanza di tramandazione e di volontà di tramandazione dei valori e degli ideali che sono patrimonio delle lotte sociali che hanno dato al nostro stato una speranza di confermare in un futuro prossimo un'identità democratica reale e progressiva, come prescritto dalla sua Costituzione.

Il passato deve essere non solo davanti a noi, ma anche intorno a noi: deve rimanerci indelebilmente presente nei nostri occhi, nella nostra visione politica perchè le future generazioni possano ricavare elementi per un progressivo miglioramento della collettività.

Credo che la mancanza di chiarezza e di giustizia affossi maggiormente la volontà della nostra comunità di progredire perchè il passato non si ripeta più nei propri errori, fallimenti, nelle nefandezze e nei crimini che sono stati commessi e che, se ripetuti, potrebbero portare nuove vittime e nuove sofferenze.

Piazza della Loggia 1974: siamo in piena epoca radical-movimentista, l'epoca che ha le sue radici nel movimento internazionale del 1968, dove pacifismo, rivendicazione dei diritti sociali, lotta contro le ingiustizie erano i moventi ideali e ideologici. Di questa stagione delle utopie positive, dell'immaginazione al potere, della cosidetta rivoluzione culturale, del motto "la verità è rivoluzionaria", del realismo nella ricerca dell'impossblità, che cosa rimane e rimarrà? I ricordi di diverse persone che hanno vissuto quella stagione ma che hanno abbandonato ogni speranza di riscatto nel vedere la tragicità degli eventi progredire verso la disillusione collettiva dell'impossibiltà della realizzazione dell'utopia: avvento del capitalismo, avvento del neoliberismo, vittoria del libero mercato sulla politica, sulla partecipazione, impossibilità sociale di modificare l'esistente, il nichilismo esistenialista.

Ricordare per cercare la verità storica, ma anche per una traditio verso le classi sociali attuali meno abbienti e lavoratrici, verso i giovani, di passaggio di un testimone di un'utopia positiva che mai deve tramontare e che deve essere resistente difronte a eventi che, dallo stragismo di stato, dalla strategia del terrore al nichilismo storica e reazionario, all'avvento dell'individualismo e del familismo atomizzante, possano metterne in discussione e arenare ogni processo verso la vera libertà: quella collettiva.

Alessandro Rizzo

 


       


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