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 Mediateca

04 Marzo, 2005
Le divisioni della Quercia (di Antonio V. Gelormini)
In attesa di mettere in piazza, in un’appropriata sede congressuale, quelle di schieramento, quelle sull’identità ....

In attesa di mettere in piazza, in un’appropriata sede congressuale, quelle di schieramento, quelle sull’identità, quelle provocate dalle mozioni e quelle che scaturiscono dalla decisione di dar vita al Partito democratico, sabato al Palacongressi a Roma, una Quercia ansiosa di dimostrare la propria vitalità e di testimoniare l’imponente capacità organizzativa, ha esibito con orgoglio ben altre divisioni.

Quelle che, pur nella loro modernità, rimandano ad un’ancestrale ossessione staliniana. La militanza fedele ed organizzata. Il gruppo dirigente di base. I segretari di sezione. Gli specialisti della politica in periferia. Arrivati in circa la metà degli oltre 6 mila presenti sul territorio nazionale. Convocati per dare ossigeno all’immagine di un partito in questi giorni in affanno, ma anche per essere coinvolti nella decisione di chiuderlo, questo partito. Decisione, per la verità, in qualche modo già presa, che comunque dovrà passare al vaglio statutario dei prossimi appuntamenti congressuali.

A fare gli onori di casa il presidente Massimo D’Alema e i due presentatori delle mozioni al Congresso straordinario dei Ds, fissato il 19 aprile probabilmente a Genova: il segretario Piero Fassino ed il recalcitrante Fabio Mussi. Mentre Gavino Angius (terza mozione) non c’era. Di fronte ad una platea in adorazione, inevitabilmente ed implacabilmente, la linea l’ha dettata ancora una volta lui, il leader Maximo. L’ha fatto mettendo subito l’asticella qualche tacca più in alto. Il partito lo conosce bene. Chiamarlo a misurarsi con se stesso, vuol dire tenerlo più unito possibile. La novità è che l’abbia fatto usando concetti cari a Veltroni e Nicola Rossi, due protagonisti cardini del nuovo corso riformista.

Ad un Mussi che raccomandava: “Il socialismo non è un cane morto. Il mondo chiede un nuovo socialismo. Fermiamo il treno del Partito democratico. Sinistra e socialismo sono parole che non possono scomparire”, D’Alema ha tagliato corto e tagliente come al solito ha ricordato: “Per noi il socialismo è stato un approdo relativamente recente. In un contesto globale, come quello in cui l’Italia sta crescendo, per esprimere il vasto campo di forze progressiste presenti, la parola socialismo non basta più. E persino la parola sinistra non sarebbe omnicomprensiva, perché è una parola molto europea. Abbiamo bisogno di andare oltre e di trovare sintesi nuove. Penso a quei democratici americani che contro la guerra in Iraq hanno fatto molto di più di tanti socialisti europei”. A Tony Blair devono aver fischiato le orecchie.

Un’ovazione. E sull’onda di tanto entusiasmo, la stoccata: “Non è vero che il Partito democratico è considerato dal Pse come un abbandono del campo della sinistra. Al contrario si guarda all’esperienza italiana per rinnovare il socialismo. E vorrei che gli amici della Margherita lo capissero”. E rivolto a Mussi chiude: “In questo processo voglio ci sia la sinistra”. A Fassino non è rimasto che l’ordinaria amministrazione di ribadire: “Rammento a chi auspica un Partito democratico dei lavoratori, che il lavoro è cambiato. Prepariamoci, dunque, a nuove sfide. Sarà il partito del lavoro, ma con nuovi valori per un nuovo secolo”. La scommessa di “andare oltre” diventa orizzonte anche del segretario.

Per il momento Mussi incassa, apprezza e si dice: touché. Ma non perde la grinta, abbraccia il contendente come fanno i pugili prima del match e rimanda alla vera partita del congresso. E prima di salutare, non riesce a trattenere il sorriso sornione e la battuta pungente. Guarda in alto e sibila: “Su questo fondale c’è scritto ‘Una grande forza ’. Manca l’aggettivo!”.

gelormini@katamail.com

 


       


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