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 Welfare

04 Marzo, 2005
La povertà della porta accanto
«Di che colore è la povertà?» Paola Zanca sull’indagine della Caritas

Di che colore è la povertà? A sentire le persone in cerca di occupazione che si rivolgono ai Centri di Ascolto della Caritas, nè bianca nè nera. E neanche con una sola sfumatura di grigio. È un prisma che rifrange tutti i colori, quello che disegna la ricerca "Extreme, sperimentazione di percorsi per soggetti in condizioni di disagio estremo", promossa un anno fa dalla Caritas, nell´ambito del programma europeo Equal, cofinanziato dal Fondo sociale europeo e dal governo italiano. Una lente di ingrandimento sulle forme di marginalità e di disagio nel nostro Paese che vuole proporre strategie di «inclusione socio-occupazionale» per chi è lasciato fuori dal mondo del lavoro. O per chi viene usato e buttato via. Sì, perchè, ancora una volta, sul podio più alto delle cause del disagio c´è lei, la precarietà. Precarie sono le relazioni umane – con un incremento esponenziale delle separazioni e dei divorzi – precari sono i rapporti di lavoro, precarie sono le reti di sostegno sociale offerte dallo Stato. Un misto.
È comunque un quadro desolante, quello che emerge dall´indagine condotta nei mesi di settembre e ottobre del 2005, che non mostra variazioni di rilievo nelle diverse città campione prescelte: da Arezzo a Torino, da Iglesias a Terni, le condizioni di vita di fasce sempre più vaste della popolazione italiana non cambiano. E la ricerca, lungi dal disegnare situazioni extreme si è ritrovata davanti scenari molto più normali di quanto ci si potesse immaginare.
Il primo dato è la crescente femminilizzazione della povertà: le donne sono quelle che pagano di più il prezzo della precarietà del lavoro e della debolezza della rete di garanzie sociali. Soprattutto quelle sole o con figli a carico: l´aumento delle separazioni e dei divorzi ha accentuato la connotazione di genere tra i fattori di rischio per la marginalità poichè molte donne sono costrette a subire il danno aggiuntivo delle inadempienze economiche dell´ex-coniuge. Ma l´indagine evidenzia come sia in crescita pure il numero degli uomini che vivono situazioni di solitudine affettiva o che vengono espulsi dal mondo dal lavoro. Due condizioni che spesso sono il frutto di un disgraziato circolo vizioso.
L´instabilità non riguarda solo chi è disoccupato. Il fenomeno dei lavoratori poveri è ormai un dato che emerge in maniera limpida anche dalla ricerca della Caritas: «Il povero non è più solo chi non ha lavoro, ma chi sopravvive ad una flessibilità estrema che inibisce qualunque aspirazione futura». Parlano chiaro, le conclusioni dello studio dell´organismo della Conferenza episcopale italiana.
Così come chiaro è il termine utilizzato per definire il dilagare di questo fenomeno: «contagio». Perchè è una vera malattia quella che si diffonde tra le persone che non godono di un minimo di protezione sociale. Un´altra catena sciagurata dove, soprattutto per i giovani, il precariato diventa l´anticamera della povertà. «L´acuta percezione della loro individuale superfluità e sostituibilità – spiega la ricerca – li costringe a chiedere un lavoro pregando». Una malattia che non fa bene nemmeno alle imprese, perchè la loro efficienza e il loro successo sul mercato, non si fondano certo su una manodopera malpagata e interscambiabile, ma su "risorse umane" – come spesso vengono chiamate – rispettate e valorizzate.
Ma è anche la mancanza di una cultura di cittadinanza attiva a non giovare al superamento delle barriere tra i singoli e la loro piena socializzazione. L´indagine evidenzia come la fiducia nelle dinamiche clientelari e il ricorso a logiche assistenziali siano tutt´oggi dei virus che alimentano la povertà culturale del nostro Paese e che aprono la strada alle «incertezze sull´esigibilità dei diritti» che abbiamo acquisito.

Fonte: L'Unità

 


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