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 Da Milano

04 Marzo, 2005
Milano, UN PO’ DI CONCRETEZZA SUI TAXI
dell’Italia che, vincendo i mondiali, sprofonda nel melodramma degli opposti

UN PO’ DI CONCRETEZZA SUI TAXI

Cari amici di Milania,

dell’Italia che, vincendo i mondiali, sprofonda nel melodramma degli opposti (la vittoria per la Nazionale e la serie B per i club), abbiamo già parlato la settimana scorsa (altrimenti che “presente visto dal futuro” saremmo?...).

Oggi è interessante ritornare, in una chiave diversa, su un tema che ha tanto entusiasmato gli appassionati del liberalismo: il decreto Bersani. Nonostante le apparenze, infatti, il decreto Bersani sulle liberalizzazioni nasce intriso di politica ideologica. Beninteso, un’ideologia accettabile: quella che vuole “aprire” i settori e “grattare via” le incrostazioni e le rendite di potere. Ideologia buona,  quindi, ma pur sempre ideologia. Anche in questo caso si conferma ciò che abbiamo detto tante volte: il problema della nostra politica è la sua incapacità di partire dal “principio di realtà” che la porta a scivolare verso i “giardini virtuali” dell’approccio ideologico.

Prendiamo la questione dei taxi e contestualizziamola al caso milanese. Qual è il problema: affermare, per fini ideologici, il principio che ci debbano essere più taxi per dimostrare agli attuali tassisti che il settore è “aperto”, oppure avere nel taxi uno strumento in grado di soddisfare, a costi molto più contenuti di quelli attuali, un’esigenza di trasporto personalizzato oggi “costretta” a muoversi con l’auto privata? Mi pare di tutta evidenza che la seconda ipotesi debba essere quella su cui ragionare.

Cominciamo allora col dire che il problema non risiede nel fatto che nei giorni della “moda” si fatica a trovare un taxi, quanto nel fatto che esso è un mezzo di trasporto troppo costoso per soddisfare la normale esigenza di trasporto personalizzato di chi vive nella congestionata area urbana. Non è un caso, infatti, che a Milano siano residenti in città appena il 20% degli utenti dei taxi. Attualmente il taxi soddisfa, in maniera accettabile, le esigenze del turismo d’affari, di coloro che hanno qualcuno che “rimborsa” lo scontrino o delle situazioni di “emergenza” dei normali cittadini, ma niente più. Il taxi, quindi, è ormai un servizio ad “alto valore aggiunto” e, come tale, si rivolge solo alla fascia “alta” della domanda.

Il problema che abbiamo dinanzi agli occhi (anche se il furore ideologico ci impedisce di vederlo) è l’assoluta inefficacia del taxi come strumento di trasporto personalizzato “di massa” (come lo è a Barcellona e New York), finalizzato a “sottrarre” auto al traffico milanese (ed ogni ipotetico “taxi per milanesi” sottrarrebbe dal traffico cittadino dalle 15 alle 20 auto private). I termini della questione, quindi, sono altri rispetto a quelli dibattuti con il decreto Bersani. Occorre sapere che, per raggiungere il “modello Barcellona” o il “modello New York” (tanti taxi e poco cari), il numero dei taxi, a Milano, dovrebbe passare dagli attuali 4.500 a non meno di 30.000! La densità di taxi a Milano è, infatti, sei volte inferiore rispetto a Barcellona e ben otto volte rispetto a New York. Se qualche anno fa, per un incremento di licenze del 3% sul numero totale, i tassisti sono scesi sul piede di guerra contro Albertini, cosa succederebbe se oggi le licenze dovessero crescere dell’800%?

Insomma, appare evidente che, se vogliamo raggiungere l’obiettivo di creare nel taxi un’alternativa “normale” all’auto privata, è del tutto inutile “passare sul cadavere” dei 4.500 tassisti milanesi. Sarebbe un po’ come se, a Milano, pensassimo di requisire gli alberghi per risolvere il problema della casa: una assoluta sciocchezza ideologica che, per fortuna, nessuno (nemmeno il più radicale dei massimalisti) osa pensare.

Usando una ricetta ricalcata su una piatta versione “ideologica” del liberalismo, si arriva certamente a rovinare gli attuali tassisti, ma non si risolve il problema del taxi come strumento per soddisfare l’esigenza “normale” del trasporto personalizzato (nessuno, infatti, oserebbe proporre una moltiplicazione per otto delle licenze). Occorre, quindi, tornare al “principio di realtà” e capire che, per arrivare a un taxi realmente accessibile a tutti, occorre procedere con forza verso la creazione di uno strumento aggiuntivo (un taxi popolare con licenza libera, pochissimi vincoli amministrativi e di tempo ed a costi inferiori alla metà di quelli degli attuali taxi), lasciando all’attuale categoria dei tassisti alcuni “mercati protetti” (la fiera, gli aeroporti, le corsie preferenziali) e, soprattutto, l’assoluta certezza che il numero delle licenze per il loro servizio di taxi ad “alto valore aggiunto” non sarà mai ritoccato.

Chissà se a Milano (ad esempio nel suo Consiglio Comunale) esiste ancora qualcuno disposto ad analizzare le cose in questa maniera, partendo cioè dalla realtà e non dal paraocchi ideologico. Se così fosse, forse si potrebbe mettere in piedi un tavolo di lavoro per portare alla città un’ipotesi di soluzione che, inventando uno strumento aggiuntivo di taxi low cost, crei lavoro (sicuramente flessibile e probabilmente per immigrati e studenti), snellisca il traffico grazie al fatto che molte auto private resterebbero nel garage e, soprattutto, non vada troppo a “rompere le scatole” agli attuali tassisti che contano sulla vendita della licenza per garantirsi una tranquilla vecchiaia.

Ripeto, chissà se a Milano si può ancora discutere in questi termini? Se qualcuno ha una volontà politica concreta, mandi una mail.     

Saluti dal terzo millennio

Alessandro Aleotti

direttore@milania

 


       


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