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04 Marzo, 2005
Sindaci e liste civiche di A. Aelotti
Da queste prime settimane di campagna elettorale milanese, abbiamo appreso che entrambi i candidati a sindaco sono intenzionati a varare una propria lista civica....

SINDACI E LISTE CIVICHE

Cari amici di Milania,

da queste prime settimane di campagna elettorale milanese, abbiamo appreso che entrambi i candidati a sindaco sono intenzionati a varare una propria lista civica. La sensazione che se ne trae è che sia Ferrante che la Moratti vogliano fortemente una propria lista civica, ma non sappiano esattamente perché. Intorno alla nascita di queste liste, infatti, il disorientamento è alto e i comportamenti sembrano piuttosto bizzarri.

Cerchiamo di fare un po’ di luce.

Fin quando la politica è stata forte ed interamente gestita dai partiti (diciamo fino ad una ventina di anni fa) le liste civiche non esistevano o si manifestavano solo in quei piccoli comuni dove, soprattutto sul piano amministrativo, la distinzione tra partiti perdeva totalmente di senso. Poi, la politica in generale (e quella milanese in particolare), ha cominciato a perdere colpi, prima (dalla metà degli anni ottanta fino a tangentopoli) chiudendosi in un autoreferenziale mandarinato partitico e poi, incapace di rigenerarsi dopo tangentopoli, perdendo progressivamente sia la dimensione di rappresentanza (oggi vota stabilmente il 25% in meno degli aventi diritto rispetto a vent’anni fa) che quella decisionale (i cosiddetti "poteri forti" hanno oggi in gran parte sostituito i partiti nella definizione delle grandi scelte sul territorio).

Senza questa premessa non si può capire da dove salti fuori l’esigenza delle liste civiche. Chi crede che le liste civiche debbano rappresentare una cosiddetta "società civile" contrapposta alla "società politica" non ha capito nulla e chi si arroga il ruolo di rappresentante della "società civile" compie un doppio errore: di metodo e di presunzione. Le liste civiche, infatti, dovrebbero solo cercare di coprire il crescente "vuoto" di rappresentanza e potere che si è venuto a creare nei partiti. Da questa elementare constatazione discende il fatto che nessuna lista civica può nascere all’interno dei circuiti ancora oggi sovraintesi dal sistema politico-partitico. Faccio alcuni esempi: il circuito mediatico e il mondo dell’associazionismo collaterale alla politica, non sono mondi da cui può nascere una lista civica, poiché questi mondi sono ancora interni alla politica partitica e quindi già da questa rappresentati. Le "invenzioni" proposte dai media, dal "movimento dei 30/40 enni" alle "associazioni terziste", non possono produrre credibilmente una lista civica, al massimo possono essere un nuovo soggetto all’interno del circuito politico-partitico tradizionale. Bisogna capire che le liste civiche devono nascere dai vuoti della politica tradizionale: dai "vuoti di rappresentanza" e dai "vuoti di potere".

Non credo di sbagliare (e, vi prego credere, sto compiendo un’analisi, non sto fornendo giudizi di valore) se identifico la mission politica di Letizia Moratti nell’occupazione, con la propria lista civica, del vuoto di "capacità decisionale" dei partiti, mentre Bruno Ferrante vorrebbe, attraverso la propria lista civica, colmare il vuoto di "rappresentanza reale" dei partiti che, infatti, tranne poche eccezioni, sono ormai solo liste elettorali di opinione prive di reali "cinghie di trasmissione" con le funzioni della città.

Se assumiamo questa logica, dobbiamo dire che Letizia Moratti sta lavorando con maggiore lucidità e determinazione all’approntamento della propria lista civica, considerata essenzialmente come uno "staff allargato" della propria figura politica. L’idea di governo della città che è ancora fortemente incardinata nel centrodestra, è, infatti, di tipo gerarchico top-down: il problema di questa visione è chi identifica le linee decisionali da lasciar "scendere" sulla città e quali sono i "poteri privati" che orientano queste decisioni. In un recente dibattito televisivo ho chiesto a Letizia Moratti se si sentisse una candidata dei "poteri forti" e lei, nella sua cortese non risposta, mi è parsa quasi stupita del fatto che si potesse pensare di essere qualcosa di diverso. Dal suo punto di vista, legittimamente più interessato all’efficienza tecnica che alla partecipazione democratica, aveva perfettamente ragione a non rispondere ad una domanda che poneva ad un candidato "di destra" la questione se si sentisse un candidato "di sinistra". Certo, ci sarebbe poi da valutare se i "poteri forti" che sostengono la Moratti siano forti di forza propria o divengano forti proprio grazie all’abbraccio antimercato con il decisore pubblico, ma questa è un’altra storia…

Quindi, se la Moratti sembra agire con coerenza sul tema della sua lista civica, lo stesso non sembra finora potersi dire di Ferrante. Il compito del candidato di centrosinistra dovrebbe essere quello di dare rappresentanza, attraverso la propria lista civica, a tutte quelle funzioni della città ormai non più intermediate dai partiti tradizionali. Non si lasci convincere, caro Ferrante, che questo tipo di rappresentanza possa trovare utile soluzione attraverso cittadini autonominatisi rappresentanti della "società civile". Sappia che quella è una scorciatoia inutile, mentre il cammino che lei deve compiere è ben più impegnativo! Innanzitutto, occorre varcare il portone del castello recintato costituito dal circuito politico-mediatico e lasciarselo alle spalle. Per carità, non in una logica antagonista o conflittuale, ma assecondando una divisione dei compiti secondo la quale i partiti della coalizione presidiano i propri territori, mentre la lista del candidato sindaco deve cercare nuovi territori da conquistare alla propria causa. Ma attenzione, il portone bisogna varcarlo con una bussola in mano, altrimenti si finisce ad importunare massaie nei mercati rionali!

La bussola è una analisi di quelle funzioni della città che, proprio per il fatto di essere mondi dotati di forza autonoma ed indipendenza nell’agire, hanno ormai smesso di chiedere rappresentanza alla politica. Ciò non significa che non siano interessati alla proposta politica, ma, molto più semplicemente, non la vanno più a cercare. Questi mondi, infatti, sono autonomi nel cammino sulle proprie strade che, tra l’altro, spesso sono quelle strade che fanno i "numeri" del successo che al nostro territorio viene riconosciuto da tutto il mondo. Faccio degli esempi: la grande comunità intellettuale (oltre duecentomila persone tra studenti, ricercatori e docenti) riunite intorno alle otto università cittadine o il grande mondo dell’associazionismo sportivo (più di mille società con oltre centoventimila tesserati nella sola città di Milano, considerando solo i numeri dello sport CONI senza gli Enti di Promozione Sportiva). Questi sono solo due esempi delle tante comunità funzionali la cui identità di appartenenza è certamente molto più forte rispetto all’identità politica. Sono questi mondi a cui Ferrante dovrebbe fornire protagonismo "civico" se vuole "andare oltre i partiti". Ma a questi mondi non bisogna fare solo la visita rituale della campagna elettorale (seppur mascherata dalla "retorica dell’ascolto"): il dialogo con questi mondi va fatto con comunanza di linguaggio e vera volontà di fornire loro protagonismo politico-sociale. Altrimenti, tutto diviene uno sforzo inutile.

Questo è il duro compito che attende Ferrante. Saprà portarlo a termine? Chi crede ad un progetto di città "ampio" dovrebbe fare il tifo per lui e, se può, aiutarlo in questo lungo cammino. Ma, soprattutto, occorre che l’ex prefetto capisca che, mentre quando rivestiva gli abiti formali del rappresentante dello Stato a Milano, la città andava da lui per risolvere i propri conflitti reali, ora la situazione è totalmente inversa: se vuole capire la città deve andarsela a cercare, mentre se aspetta che la città vada da lui, il risultato sarà che egli si ritroverà ad incontrare solo pezzi di gioco politico travestiti da "società civile".

Insomma, le liste civiche dei due candidati a sindaco hanno obiettivi e percorsi diversi.

Quello della Moratti è più semplice sul piano politico-organizzativo, ma certamente più o neroso sul piano delle risorse: si tratta, infatti, non di costruire un progetto insieme al "corpo" delle funzioni della città, ma di idearlo solo con i "terminali" di alcune funzioni e poi doverlo propagandare in dosi massicce sui cittadini.

Ferrante, invece, deve "costruire" un consenso partecipato dentro i corpi di quei mondi funzionali che oggi restano distanti dal tradizionale circuito politico-mediatico: se riesce in questo tentativo, poi non avrà un particolare problema nel comunicarlo, poiché saranno le stesse funzioni coinvolte a mettere in moto le proprie reti trasmissive.

Così è la partita delle liste civiche: c’è il dovere di capirlo.

Saluti dal terzo millennio

Alessandro Aleotti

direttore@milania.it

 


       


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